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La caccia diventa un fenomeno marginale ed il mondo guerriero intuito dietro
all'età del ferro sembra inghiottito da una facciata d'egualitarismo più
volte segnato nelle necropoli del X e del IX secolo a.C. In realtà è solo
un'impressione: con lo sfruttamento della terra, ma soprattutto delle
miniere, dove lavorano schiavi di guerra, nasce e si sviluppa la proprietà
privata e ben presto si crea uno squilibrio tra i gruppi sociali in grado di
accaparrarsi le parti più estese del territorio a scapito del resto della
popolazione, fino all'emergere d'una vera e propria classe aristocratica
nel corso del VIII secolo a C., qualificata per ricchezza e potenza
militare.
La vecchia distinzione fra pastori e contadini cede il posto ad una
gamma d'attività, spesso legate fra loro. In qualche modo tutte alimentano
il commercio, soprattutto per mare. Qualcuno lo chiama brigantaggio. Quel
che è certo è che nessun uomo di rango esce di casa disarmato! Si fa uso dei famosi carri da guerra descritti da Omero e si sono
ritrovate numerose armi, quasi tutte in bronzo: le più belle non han mai
combattuto, ma son state depositate nella tomba nuove, per designare lo
"status" del defunto; i veri reperti bellici invece sono il pessime
condizioni, perché sepolti per secoli nella nuda terra; il bordo degli elmi
reca il nome della milizia d'appartenenza, si combatteva infatti per mezzo
di contingenti privati, che rappresentano un po' un compromesso tra i
mercenari veri e propri e l'esercito cittadino. Un'attenta opera di
restauro ed integrazione ci restituisce di tanto in tanto frammenti di
questa realtà, perché se i reperti di metallo sono intatti, le parti in
legno, gli abiti ed i caratteristici cesti di cibi che si offrivano agli dei
dell'oltretomba sono ormai polverizzati. Il grande rimpianto degli
etruscologi è infatti la completa mancanza delle vesti, che la tradizione e
gli affreschi rimastici dipingono vivaci e sontuose: lino e lana erano
lavorati con enorme perizia, mantelli, veli e cappe erano allacciati secondo
l'uso celtico con fibule preziose, abbondava l'uso della porpora e
dell'indaco, ricamati anche in oro ed argento, mentre le calzature e le
borse in cuoio erano ornate con borchie di bronzo e pietre dure.
Ormai l'Etruria tutta appare come un grande paese d'allevatori ed
agricoltori aperto alle influenze orientali. Situato com'è fra nord e sud
assorbe e trasforma entrambe le mentalità.
I Celti ed i Germani vivono ancora secondo i ritmi d'una natura spesso
ostile, ma rigogliosa, l'Egitto e la Palestina strappano faticosamente
terra al deserto, la Grecia è ormai completamente urbanizzata ed
organizzata per vivere di commercio. L'Etruria elabora un ordine
particolare, un equilibrio delicatissimo fra una natura generosa, ma piena
di pericoli e l'uomo che s'appresta a volgerla pienamente a proprio
vantaggio. |
Cultura civile, sacra e domestica
Non il rispetto
timoroso del nord, ne' la coltura intensiva del sud, ma un continuo
scambio tra uomo e territorio, amato e temuto, ma al tempo stesso mutato
senza paura quando si tratta di bonificare una palude, deviare un fiume,
costruire una strada più comoda.
Si può affermare senza dubbio che la città occidentale sia
"un'invenzione" degli Etruschi, elaborando un "rito di fondazione"
che poi si trasmetterà a Roma: lo spazio è misurato attentamente e diviso
con cura, le acque sono incanalate, le piante selvatiche dovranno restare
fuori dal "pomerion" il bosco adiacente alle mura. Tra queste ci sono
molte "piante infelices" che sono in diretta comunicazione con
gl'inferi. I romani, semplificando, le han poi definite nefaste, ma per
l'etrusco non è così; il concetto di sacro è complesso, polivalente:
agrifoglio, fico scuro e canna sanguigna non sono cattive, anzi proteggono
ed il loro legno è eccellente per accendere i fuochi di purificazione, ma
il potere che le permea non consente ne' un uso indiscriminato, ne' la
coltivazione diretta. Accanto alle case si preferiscono generi commestibili
o piante dai fiori e bacche chiari, sempre secondo un attento rituale che
tiene conto delle stagioni, del territorio, delle necessità del gruppo. Una
civiltà sostanzialmente agricola, con una grande diffusione della proprietà
privata, ha cura dei propri giardini e non lascia nulla al caso.
L'architettura in pietra, con soffitti a botte e tetti di tegole,
sostituisce completamente le vecchie costruzioni in legno, che tra l'altro
marcivano facilmente. Il laterizio è un'invenzione italiana, che gli
Etruschi dividono con la Sicilia. Nell'isola risponde ad una necessità,
data la totale assenza di marmo, in Toscana è un'abitudine, le cave di
Carrara saranno sfruttate solo dalla Roma imperiale e con molte perplessità.
L'esempio meglio conosciuto d'urbanistica etrusca è
rappresentato dall'impianto abitativo del V sec. a. C. rinvenuto nei
pressi di Marzabotto, in provincia di Bologna, alto 130 m. sull'Appennino.
La città intera sorgeva su una terrazza alluvionale affacciata sul Reno,
nasce evidentemente come un'emanazione della cittadella sacra, che la
sovrasta da un'altura sopraelevata di una dozzina di metri. Qui avevano sede
gli dei, ospitati almeno in tre templi, cui corrispondevano le tre porte
della città, orientate a sud, est ed ovest: Tinia-Giove, sovrano del Cielo
e dio della folgore, alla sua destra la sposa Uni-Giunone, che accentrava
nel suo tempio tutte le attività femminili, dall'assistenza al parto alla
prostituzione sacra. Alla sinistra del dio troviamo invece l'amata figlia
Minerva; anche se la storia della sua nascita non è enfatizzata come per
l'Atena greca, la dea resta molto al di sopra delle rivalità fra i sessi,
protettrice di tutte le arti maschili e femminili esercitate all'interno
della città stessa e garante della buona armonia della coppia regale.
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