|
continua da
pagina 18
Alle spalle degli edifici sacri sorgeva una piccola
struttura: "l'auguraculum" cioè un osservatorio da cui era possibile
guardare le stelle ed il volo degli uccelli. L'abitato conserva ancora la
pianta organizzata secondo il reticolo stradale di tre grandi arterie
equidistanti, larghe 15 m, orientate in senso est-ovest, ai lati delle quali
si sviluppa una fitta serie di vicoli paralleli più stretti, non sempre
uguali, che formano isolati rettangolari molto allungati. La zona centrale
era riservata al traffico veicolare, aveva marciapiedi larghi 5 m. forse
porticati, lungo i quali correvano canalette di ciottoli per il deflusso
dell'acqua proveniente dalle abitazioni. Tra un marciapiede e l'altro erano
allineate grosse pietre, che facilitavano l'attraversamento della
carreggiata, soprattutto durante la cattiva stagione. Tutte le case erano in
mattoni ed avevano tetti di tegole. Non sempre però erano realizzati a
regola d'arte; talvolta invece di mattoni veri e propri ci si accontentava
di grossi pani d'argilla crudi o essiccati al sole, disposti in filari
entro intelaiature lignee sistemate su uno zoccolo di pietre squadrate o
grossi ciottoli. Un procedimento alternativo consisteva nel riempire di
pietruzze un cassero di legno e ricoprire il tutto d'intonaco d'argilla.
Le prime tegole erano piane, con coprigiunti e grondaie cilindriche, poi si
raggiunsero presto le forme attuali; tuttavia ancora Roma Imperiale
impiegava talvolta, soprattutto per le "villae" di campagna, tegole
arcaiche.
Ogni casa era in media di 800 mq. Un corridoio d'ingresso, percorso
sotto il pavimento da una canaletta di scarico, era fiancheggiato da vani
adibiti probabilmente a botteghe ed officine. Il corridoio dava in un
cortile centrale a croce con un pozzo, su cui s'affacciavano vari ambienti.
Il cortile era talvolta coperto da un tetto compluviato, le cui falde erano
però sorrette da lunghe travature orizzontali appoggiate esclusivamente ai
muri perimetrali; era realizzato in questo modo quel tipo d'atrio che ancora
Vitruvio definisce "tuscanico", riconoscendovi un'invenzione
etrusca. Numerosi indizi fanno intendere che nelle case vi potessero essere
locali adibiti a servizi igienici: stanze piccolissime dotate di una
canaletta inclinata che conduceva alle fognature e di una tubatura in cotto,
che attraversa un muro e chiude a gomito all'interno, costruzione che
richiama le "seggette" d'Olinto in Macedonia, antenate delle
attuali.
Le case erano anche centri di produzioni artigianali,
primo fra tutti la tessitura, testimoniata dalla presenza di numerosi telai,
ma i reperti di Populonia e Roselle, fanno pensare ad una precoce
differenziazione fra quartieri residenziali, centrali e quelli artigianali,
periferici. La distinzione tuttavia non doveva essere rigida e molti
laboratori aprivano le loro botteghe su vie centrali e ben frequentate per
mettere in mostra la merce, soprattutto di lusso. Qualche edificio ospitava
sulla facciata dei vani con ingresso indipendente, per aprirvi appunto
botteghe e laboratori. A Poggio Civitate è venuta in luce una lunga
struttura con tettoia costruita per essiccare le tegole, mentre a Marzabotto,
in pieno centro urbano, son stati trovati laboratori con fornaci per
laterizi, fornacelle per ceramiche e fonderie metallurgiche. I grandi templi
conservavano strutture portanti lignee. L'attenzione del visitatore si
concentrava nell'ornamentazione del timpano e del tetto.
Meno note invece sono le residenze aristocratiche, che vanno ricostruite
sulla base della documentazione funeraria.
Dai reperti par comunque di capire che l'imitazione della Grecia fosse un
fenomeno importante: si son ritrovate più ceramiche di Corinto in Toscana
che nella madrepatria! La metallurgia ha arricchito tutte le case
d'un'inaspettata gamma d'oggetti: falci, seghe, asce, scalpelli,
spilloni e pugnaletti, mentre il commercio ha favorito l'importazione di numerose novità: gli uomini usano rasoi a mezzaluna
e sciabole di sicura origine celtica, le donne ostentano fibule e pendagli
ornati d'ambra e d'opali e la tavola s'arricchisce di vasellame in
bronzo e poi in ceramica. La più pregiata è il bucchero, argilla fine,
detta anche odorosa, che conserva perfettamente il sapore dei cibi ed è
indicata soprattutto per l'acqua. Fino all'invenzione del tornio, nel
625 a. C. la sua produzione resterà un'attività domestica e femminile,
poi la bottega del ceramista aprirà una vivace lotta con quella del fabbro,
realizzando gli stessi oggetti in ceramica e bronzo.
Compaiono anche le prime decorazioni: spirali, striature e finalmente veri e
propri fregi figurati ottenuti ad incisione, che rappresentano animali reali
e fantastici, scene di pugilato e di caccia, sirene e grifoni copiati dai
motivi armeni. Appaiono balsamari di vario tipo, persino scatolette di legno
a forma d'animali, connessi all'uso ed al commercio di profumi e
cosmetici, cui è associata anche una copiosa produzione di specchietti in
bronzo ed argento levigato, cui dobbiamo molte informazioni sugli dei, perché
erano sempre decorati nel verso con graffiti a figure mitologiche, secondo
la moda ellenistica; le signore possiedono anche ventagli metallici come gli
specchi e s'accumulano "ciste" caratteristiche scatolette cilindriche
in bronzo, coppe, brocche, bracieri, stoviglie, sostegni, lucerne brucia
profumi e candelabri, non solo per uso privato, ma anche religioso. L'arte
pittorica e scultorea, ormai ad un livello altissimo, descrive con minuzia
di particolari cerimonie e racconti mitologici: l'iniziazione d'un
giovane guerriero, la vestizione d'una dama, forse una sposa, un'anima
guidata nell'aldilà da una dea alata che assomiglia ad un angelo
cristiano. Troviamo anche statuine votive in bronzo e terracotta, in cui
qualcuno ha voluto vedere i primi Penati, le divinità della famiglia. Ben presto
non ci si accontenta più di questi materiali: la Toscana non ha giacimenti
auriferi, ma il mercato è ricco e l'oro si può comprare... come pure
l'avorio, l'ambra, le uova di struzzo, simboli del risveglio alla vita
ed ogni sorta di pietra dura. Dal VII sec. s'assiste ad una vera e propria
esplosione dell'oreficeria, che conosce ogni grado di virtuosismo, dalla
filigrana alla granulazione ed i metalli nobili lavorati in filo, verghette
e lamine invadono carri ed armi, arredi intarsiati e sontuosi servizi di
vasellame, mentre il ricamo con fili d'oro ed argento doveva essere una
pratica usuale, di cui tuttavia abbiamo perso testimonianza, per la facile
deperibilità dei tessuti. Più fortuna hanno avuto i gioielli ed oggi
possiamo ammirare prestigiosi orecchini in filigrana e corniole finemente
istoriate al museo, mentre l'oreficeria toscana propone fedeli
riproduzioni del passato a prezzi del tutto ragionevoli.
Anche la lavorazione dell'avorio, quello vero fornito dai mercati
d'Oriente e le zanne di tricheco catturato nel Mare del Nord ed affiancato
all'ambra, raggiunge di colpo un livello altissimo, quasi senza conoscere
fasi intermedie. L'artigianato locale si distingue per... l'eccezionale
produzione di falsi! Pare che non ci fosse oggetto esotico che l'industria
italica non sapesse riprodurre nel giro di pochi mesi; d'altra parte
esistono dei precedenti: Peschiera nell'età del bronzo è già famosa per
le sue fibule ad arco di violino, a lungo credute pura espressione
dell'artigianato celtico.
Ben presto la Toscana diventa un vero e proprio "centro di produzione ad
imitazione" caratterizzata dall'abbondanza di suggestioni d'oltremare
e da una tecnica esperta nel trattamento del bronzo, avorio, argento ed oro,
che "cattura" e fa propria qualsiasi novità, ammantandola d'un
caratteristico "fasto barbarico".
Solo le monete restano in gran parte in ferro e recano immagini orientali,
Populonia rappresenta la prima zecca della penisola.
|
Roma
fondata dai Troiani: storia al femminile
La società mantiene a lungo una struttura arcaica,
quasi feudale: una classe di nobili cavalieri, che trasmetterà a Roma le
proprie insegne equestri, sottomette un'immensa classe servile. Dalla
tomba di Regolini-Galassi di Caere e dai Cilnii d'Arezzo emergono immagini
d'una società principesca, con palazzi in città popolati di domestici e
campagne coltivate da contadini. Tuttavia solo pochi lavoratori erano
condannati all'ergastolo nelle miniere, nelle cave e nelle paludi da
disseccare. Il grosso della popolazione, anche servile, era organizzato in
"familiae" la proprietà privata era diffusa anche tra i servi, come
pure l'abitudine di designare l'individuo con la doppia forma
onomastica: prenome e gentilizio. All'interno del gruppo parentale si
radicano valori da trasmettere, sia pure con ambizioni diverse a secondo
della potenza del clan. Nascono le genealogie del gruppo familiare, i miti e
le leggende; nelle sepolture si diffondono le urne fatte a capanna, mentre
affreschi sempre più accurati narrano le origini illustri della famiglia
sepolta. Il mito d'Enea che fugge da Troia in fiamme col vecchio padre
sulle spalle, è già raffigurato nel V sec. a.C nelle terrecotte di Veio,
mentre etrusca è la leggenda della lupa che allatta un bambino, raffigurata
anche a Bologna: i Romani aggiungeranno il motivo dei gemelli. Una cerva
infine allatta Telefo, figlio d'Ercole ed Auge, crudelmente separato da
sua madre subito dopo il parto, tra i figli dell'eroe questi è il più
somigliante ed il più determinato a seguirne le orme: cercherà addirittura
d'impedire ai Greci di raggiungere Troia, ma Achille lo ferisce alla
coscia e per la doppia influenza di Dioniso ed Apollo si tratta d'una
piaga incantata, che solo lo stesso Achille può guarire... in cambio della
promessa di non recare soccorso a Priamo. I suoi figli Tarconte e Tirseno
dopo la caduta di Troia cercheranno rifugio in Etruria. Secondo un'altra
versione invece sarà la figlia di Telefo, di nome Roma, che in greco vuol
dire forza, a partire per il Lazio, dove prenderà dimora sul Palatino. Il
ruolo d'eroina eponima comunque è condiviso da molte fanciulle troiane.
I miti non si
contano: la cultura orale non basta più. Dai Calcidesi di Pithecusa,
clienti privilegiati, gli Etruschi apprendono l'uso della scrittura, con
un alfabeto adattato dal greco, che fa la sua prima comparsa nel tempio di
Uni a Tarquinia, la grande dea femminile.
La donna, come tra i Celti ed i Germani, godeva di una notevole
considerazione sociale, che ha fatto nascere la leggenda del matriarcato. In
realtà il suo ruolo era strettamente legato alla struttura patriarcale e se
aveva un indubbio valore come moglie, madre e sacerdotessa, non si ricorda
nessuna donna che dirigesse una miniera o guidasse un esercito. "Lanifica,
domiseda, univira", la definisce la tradizione: senza dubbio dirigeva la
casa, s'occupava principalmente della filatura e tessitura della lana e
sedeva accanto al proprio sposo nelle mense, ma non è sicuro che si
sposasse per libera scelta: non abbiamo nessuna notizia di serve
riconosciute come mogli legittime dai padroni e men che meno di nobildonne
che abbiano potuto scegliersi un marito fuori dagli interessi del proprio
clan. Va segnalata tuttavia l'abitudine di rappresentarla in urne
cinerarie e veri e propri sarcofagi come una regina, spesso seduta in trono,
che tra l'altro, come fra i Celti, era il seggio a lei riservato, o
languidamente stesa accanto al proprio sposo, nel lettino dei banchetti. La
sua partecipazione alle feste, che tanto ha scandalizzato i Greci, va
tuttavia un po' ridimensionata: dagli affreschi si vede che in sala da
pranzo scorrazzano liberamente cani, gatti e persino animali da cortile...
sarebbe stato proprio il colmo proibire l'ingresso alla padrona di casa!
Non mancano tombe di famiglia in cui l'urna rappresentante la donna è più
grande di quella dello sposo. Tuttavia è poco per parlare di vero e proprio
matriarcato, sarebbe più esatto parlare di "matrilinearità", tipica
d'una società guerriera in cui gli uomini muoiono giovani e lontani ed il
perno della famiglia resta quindi la madre. La scrittura in ogni caso nasce
al femminile: i più antichi supporti scrittori appaiono mescolati a fusi,
conocchie, rocchetti, pesi da telaio e fusaiole nelle tombe femminili di
Veio e di Vulci. Evidentemente la produzione di tessuti di lana e lino era
un lavoro rilevante sul piano sociale e strettamente legato alla
trasmissione delle genealogie familiari. Forse sotto la direzione della
"domina" s'apprendevano insieme i rudimenti d'entrambe le arti e non
è escluso che, come si verificherà nel Medioevo, le dita delle donne
abituate a filare e ricamare si rivelino più abili a scrivere di quelle dei
guerrieri.
Ad una donna in ogni caso apparteneva il "carro di Castel Mariano"
esposto a Palazzo Grassi in occasione della mostra del 2000 (www.palazzograssi.it).
Fu rinvenuto nel 1812 presso l'omonimo castello di Corciano, presso
Perugia. Purtroppo secondo un uso abbastanza comune a quei tempi, i vari
pezzi furono venduti all'asta ed acquisiti da più collezionisti. Palazzo
Grassi ha raccolto i pezzi dai musei di: Perugia, Parigi, Berlino e Monaco.
Non si è limitato ad esporre i frammenti ritrovati, che sono le lamine
bronzee di rivestimento e le statuette angolari, ma ha voluto esporre anche
una ricostruzione completa, che possa dar l'idea del carro originale: un
modello da passeggio, leggero e facilmente manovrabile, a due ruote. Questo
carro dice molto sulla posizione della donna etrusca. Bisogna aspettare la
Rivoluzione Francese perché le signore si rechino di nuovo a passeggio con
carri tanto leggeri ed anche allora suscitando un certo scandalo. Greche,
Romane, gentildonne del Medioevo e del primo Rinascimento dovranno imparare
a cavalcare... o farsi trasportare in lettiga!
La religione al primo posto
Contrariamente
a quanto si può pensare l'etrusco, circondato da tanta ricchezza, non
smette mai di pensare a Dio. Attento osservatore del cielo ed esperto
conoscitore dei cicli stagionali, come vuole la sua professione composita di
navigante, coltivatore ed estrattore di metalli, conserva un profondo
atteggiamento mistico nei confronti dei fenomeni naturali: in tutto ciò che
accade vede il riflesso del favore o della collera divina ed è ansioso di
meritare un giudizio positivo. Ritiene un dovere non solo rispettare la
natura, ma migliorarla dove può, come quando bonifica una palude o
"purifica" il territorio dove s'è abbattuto un fulmine. La
religione etrusca è rivelata da una zolla di terra appena arata che si
muove da sola. Al contadino accorso ad ammirare il prodigio, un minuscolo
essere di nome Tagete predica non ardite norme etiche, ma il corretto modo
di tracciare i confini tra i campi, d'osservare il volo degli uccelli, di
proteggersi dai fulmini e dai terremoti, allora anche più frequenti
d'oggi. Più tardi la ninfa Vegoia spiegherà il corretto uso delle acque
e dei frutti terrestri. In una società urbana dalle precoci aperture, in
cui anche i servi più modesti avevano diritto ad una vita propria, la
professione d'aruspice resta rigorosamente riservata agli aristocratici,
uomini e donne. Le nostre conoscenze in fatto di religione etrusca
derivano da due fonti: dati archeologici e testimonianze documentarie di
scrittori romani, che ricorrevano loro per proporre una "procuratio"
ossia per porre rimedio ad eventi prodigiosi che facessero sospettare la
collera degli dei e far tornare la "pax deorum"; la religiosità degli
Etruschi era talmente nota da suggerire anche una curiosa etimologia del
nome Thyrrhenoi da "thyein", che vorrebbe dire sacrificare.
Il segno divino, definito con linguaggio tecnico "ostentum" viene
analizzato in maniera estremamente minuziosa e se ne studia in forma
altrettanto accurata la "procuratio" o rimedio.
continua a pagina 20
|