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IL GRANDUCA DI COSTA FIORITA
(L'Isola che si vorrebbe possedere)
di Pietro Giovanni Lucarelli

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Passano dei giorni felici a Costa Fiorita, ma ecco che il trillo del telefono viene a sollecitare la presenza di Giovanni altrove, ove gli impegni lo reclamano. Ora deve ritornare al lavoro e soprattutto deve pensare a farsi una casa propria in qualche angolo della terra.
Mentre pensa a questo, risuona il telefono e un amico di Pietrantonio annuncia che una nuova Isola della Groenlandia sarà messa in vendita. È quella che era ritenuta un immenso ghiacciaio, dai diversi colori e forse addirittura una rifrazione ottica, tanto è vero che, pur essendo antichissima, non era conosciuta.
Oggi però si sa che vi sono alberi ultrasecolari, una bellissima montagna ed acqua potabile, in quantità, inoltre una fauna, costituita da animali anfibi, che si spostano agevolmente sia sulla terra, che nelle acque oceaniche, ed uccelli del tutto sconosciuti ai più.
Il Granduca non perde tempo e arriva subito all'ufficio brevetti e vendite della Groenlandia, per cercare di acquistare questa nuova isola; ma, per quanto tempestivo, un altro magnate della finanza mondiale lo precede ed acquista la bellissima isola.
Pietrantonio non si perde d'animo ed acquista tutti i corridoi aerei e le linee o rotte marine, per raggiungere detta isola, creando così un cerchio di servitù che sarebbe costato un enorme contributo al nuovo proprietario, per raggiungerla e realizzarci un qualsiasi intervento, tale che non vi si poteva neppure guardarla, se non da un satellite, forse solo da quello che ne ha permesso la scoperta.
Ma torniamo al rientro in servizio dello sposo, che chiamano non solo a continuare gli allenamenti per la Nasa, ma anche a dirigere l'impresa più straordinaria che le industrie del suocero avevano mai intrapresa.
Ci riferiamo a quella navicella commerciale, che avrebbe portato nello spazio, per la prima volta, passeggeri ignari dei pericoli che lo spazio riserva anche ai più esperti, però possibile, proprio per l'invenzione del nostro Giovanni Junior. Grazie alle sue capsule di ritorno sicuro sulla terra, Pietrantonio poté ottenere tutti i permessi necessari, non solo per la costruzione, ma anche per la gestione e per il lancio della navicella, da vettori della Nasa stessa.
Il giovane scienziato, viene accolto con una cerimonia, di rientro in servizio, dai colleghi della base spaziale e dagli scienziati tutti dello stesso Ente. Seguirono una serie di seminari e relazioni riguardanti il viaggio interplanetario dei due giovani a capo della missione scientifica del viaggio fatto pochi mesi prima.
Se, da parte dell'Ente Nasa, tutto era lineare e senza problemi, non era invece così per i preparativi alla costruzione della navetta spaziale commerciale delle industrie di Costa Fiorita, perché si scoprivano sempre nuovi ed importanti problemi, da superare, a cominciare dalla stessa organizzazione, che era ritenuta quasi perfetta. Ma il ferrigno Granduca non molla e richiama a sé tutti i suoi scienziati ed ingegneri vari, oltre alle maestranze, che materialmente dovevano realizzare quanto era stato realizzato solo in un prototipo, alquanto miniaturizzato, anche se perfettamente funzionante e che aveva superato tutte le prove previste.
Quello reale invece era tutta un'altra cosa. Occorrevano ben altri accorgimenti e per questo l'intervento di Pietrantonio diede i suoi frutti, proprio perché, nel suo discorso di stimolo a farlo ed a farlo bene, toccò i sentimenti e l'orgoglio di tutti, disse loro: "Non voglio che si dica che le nostre realizzazioni mancano di una qualche cosa che noi stessi abbiamo già fatto per altri. Il nostro primo aviogetto interplanetario deve essere il migliore in assoluto e non perché è il primo al mondo, ma perché noi siamo gli unici a farlo e a crederci. Quindi fate onore a voi stessi, prima che a me, che forse ho solo il merito di avervi cercato e messi insieme. Quindi siamo una cosa sola, che sola deve restare sempre e comunque.
Datevi da fare e superate tutte le difficoltà. Non badate a spese, a quelle penso io".
Chiuso il discorso, Pietrantonio chiama Giovanni e Willy nel suo ufficio di New York e li incarica di assistere ininterrottamente quel progetto e non farselo soffiare dalla Nasa o da qualsiasi altro imprenditore del settore; costasse anche la rinuncia agli allenamenti ed impegni astronautici, perché avrebbero dovuto pensare sin da subito ad istituire un proprio laboratorio di simulazioni, dei necessari esercizi, per assicurare un minimo di preparazione ai passeggeri, che già si facevano avanti per avere un posto sul vettore interplanetario, che al momento era solo un piccolo prototipo, cartaceo.
Ma la notizia era di dominio pubblico e quindi già si faceva un gran parlare di tale viaggio: viaggio, che avrebbe cambiato il corso della storia. Tutti volevano far parte di quell'evento, costasse anche tutto il patrimonio, accumulato durante un'intera vita.
Fu completata la lista dei passeggeri ancor prima della realizzazione del vettore, i giovani si adoperarono esclusivamente alla realizzazione del vettore spaziale: ne valeva la loro stessa dignità professionale di scienziati.
Le cose si realizzarono esattamente come previste, solo con qualche ritardo sulla previsione del lancio, ma non per colpa loro o per licenze, che erano state già concesse da parte di tutti gli enti preposti a tali esercizi, anche se si trattava di una novità assoluta al mondo. Il ritardo del lancio è stato sofferto per le questioni atmosferiche e di appuntamento con le coordinate satellitari, che non erano perfettamente in linea, per seguire senza fallo alcuna manovra del viaggio. Il giorno è arrivato: il 16 agosto dell'anno, successivo alla pubblicazione di quell'evento, e i passeggeri, tutti euforici e fuori della propria pelle, festeggiarono la partenza giorni e giorni, prima che essa avvenisse.
Ma la partenza fu una cosa, da ricordare negli anni a venire e per diverse generazioni, visto che non solo intere città si sono accalcate intorno alla pista di lancio, ma miliardi di persone hanno assistito all'evento, per televisione, in tutto il mondo.
Fu questo un evento consumistico senza uguali, giacché gli spots pubblicitari imperversavano su tutti gli schermi del mondo e le stesse persone, che assistevano, hanno provveduto ad immortalare tale momento attraverso videocassette e quant'altro di moderno esisteva. I dieci giorni di permanenza nello spazio di ben duecento persone, in un solo aviogetto, hanno tenuto il mondo sospeso. L'ansia dei familiari dei trasvolatori moderni non si attenuava e i telefoni del Call Center della holding di Costa Fiorita continuavano a trillare. Le centraliniste erano ormai al collasso delle loro forze, nel rassicurare che non vi erano dati di alcun inconveniente sul volo, che tutto procedeva bene e che i giorni passavano sia pure lentamente per tutti gli interessati. Così non era invece per i 200, a bordo della navicella, che poi era un vero e proprio aereo da trasporto passeggeri. Questi, al sesto giorno, hanno avuto la possibilità di parlare con i propri familiari, per qualche minuto ciascuno, e solo allora le anime si sono rilassate ed hanno gioito.
I corpi celesti, visti da vicino, sono a dire di chi lì ha visti: luci ed ombre mutanti e, nelle loro formazioni, sono di uno splendore che neppure i sogni possono uguagliare il divertimento più grande dei nostri passeggeri. Erano proprio quelle danze colorate degli astri, che si esibivano ai loro occhi umani, ma si può anche dire di extraterresti.
Così si arriva al nono giorno: giorno per i preparativi di rientro, sulla nostra vecchia terra.
Giovanni, richiama l'attenzione di tutti e, mostrando un modellino di carta, fa vedere praticamente quello che può accadere durante il viaggio di ritorno, spiega il funzionamento della capsula di ritorno sicuro, infilando un pupazzetto al suo interno, che, chiudendo, fa i dovuti giri e poi si posa su un tavolo, appositamente magnetizzato per attrarlo. Spiega anche la funzione di apposite tasche all'interno della capsula, da utilizzare per gli oggetti propri e per quelli riservati, ad esclusivo scopo scientifico.
Il fischio di richiamo dalla terra arriva, mentre tutti sono ai loro posti, per la virata di rientro. Questa avviene regolarmente, con un forte applauso, scoccato dalle mani dei passeggeri, forse ancor più forte e prolungato di quello della partenza. Viaggiano diciamo a testa in giù, per otto nove ore, poi l'impatto con qualche frammento di astro celeste, in caduta libera: segue il primo "Attentino: potremmo avere bisogno di usare la capsula, perciò depositate tutte le vostre cose nelle tasche della capsula a ciascuno assegnato, appena vi sarà dato il via".
Quattro ore più tardi l'equipaggio riempie le tasche riservate ai prodotti scientifici e poi il comandante dice: "Signori, dobbiamo usare le capsule di rientro sicuro o, se volete, le scialuppe di salvataggio. Una cosa è certa: non abbiate alcuna paura, perché siamo già pronti al salto nell'atmosfera e, per non correre rischi, preferiamo usare le capsule, perché la schermatura della navicella è surriscaldata e potrebbe portare delle conseguenze di temperatura alle nostre persone. Perciò, al primo fischio, tutti nelle vostre capsule e, al secondo fischio, premete il pulsante rosso e non fate altro, anche perché è stato previsto il peggio, cioè un attacco di panico che potrebbe compromettere il risultato. Fin quando non vi sarà aperto dall'esterno, vi troverete nelle condizione di non fare alcunché.
Vi assicuro che il più grande sacrificio che dovete fare è quello di aspettare 6 ore e poi saremo nuovamente sulla nostra amata terra".
Passarono ancora delle ore, tra orbite di sgancio e quelle di aggancio all'atmosfera terrestre. Al momento, tutti avevano domande ed assicurazioni da fare all'equipaggio e soprattutto ai due giovani scienziati: come mai era successo tutto questo? Giovanni risponde: "Vedete, signori, vi ricordate qualche ora fa quel frammento di stella che ci ha colpito?". "Sì - risposero tutti. "Bene, quello - dice Giovanni - ci ha trasmesso molto calore e alcune piastre isolanti della nostra navicella sono state divelte, quindi all'impatto con l'atmosfera terrestre potremmo avere dei guai, perciò le capsule ci porteranno pacificamente a casa, chiaro?". "Sì, ma nel caso vada male, come faremo a far sapere ai nostri cari che ci stanno aspettando?". Qui risponde Willy: "Poco male! Lo sapevano già  che c'erano dei rischi, da correre; ma vi abbiamo garantito il ritorno sicuro e questo avverrà, statene certi". Ecco il primo fischio, dopo qualche minuto il secondo e un tuono cupo si sente poi, a seguire null'altro.
A terra compaiono subito sul radar le capsule e la stessa navicella in fiamme. Era una miriade di stelline luminose, che più si avvicinavano alla terra e più divenivano meno luminose, fino a quando, si sono viste ad occhi nudi.

Si videro comparire sulla linea, all'orizzonte della spianata di Cape Canaveral, dove tutti erano perfettamente avvertiti che i loro parenti arrivavano con le capsule, in perfetto stato ed in perfetto orario. Infatti, allo scadere delle sei ore, si videro aprire le capsule e prelevare i passeggeri e dare loro il bentornato sulla terra. Mentre tutto questo accadeva a Cape Canaveral, in Florida, il Granduca si trovava a Costa Fiorita, vuoi per scelta, vuoi per una sua sicurezza personale. Fatto sta che, appena udito il segnale di pericolo, verificatosi a bordo della navicella, prende la sua Monica col pancione e la porta lontana dalla televisione, dove resta solo la mamma.
Monica capisce che il papà non vuole farla impressionare di quello che sta per accadere, visto il suo stato di gravidanza, quasi pronto al parto, accetta di allontanarsi anche col patema d'animo che possa succedere qualcosa al papà della sua creatura.
Ma tutto questo dura un'eternità perché le ore non passano mai, finché la mamma, gridando di gioia, corre da loro a dire: "Sono arrivati tutti salvi, grazie all'invenzione di Giovanni".
Tutti e tre si abbracciano e gioiscono a volte sorridendo, a volte con lacrime di gioia. Pietrantonio alza il telefono e chiama Giovanni, a Cape Canaveral, ma Giovanni è già al telefono, sulla linea di casa, per salutare la famiglia.
C'è un momento di apprensione, quando al suo numero diretto non risponde nessuno a Cape Canaveral, ma una lucina avverte che qualcuno è sulla linea di casa, stabilisce immediatamente il contatto ed eccolo, è Giovanni: "Ciao, papà sono di nuovo tra voi, la mia sposa e il bambino come stanno?". "Bene, ma ecco Monica". "Amore, come è andato l'atterraggio? Sono stata l'unica a non aver assistito per televisione, perché impedita da papà, che ha voluto così".
"Poco male - dice Giovanni – la cosa importante è che tutto è andato secondo i miei calcoli e che siamo tutti tornati a casa, con un bagaglio di nuove cose, da raccontare". "Amore - continua Monica - quando arrivi a casa, spero che farai in tempo a vedere l'atterraggio di tuo figlio". "Quando avverrà, amore - risponde Giovanni - non mi dire che è già in viaggio".
"No, ancora no, ma è vicino". "Non preoccuparti, in giornata ti assicuro che partirò, solo il tempo di firmare le carte di bordo e poi volerò da te". "Ti aspettiamo, amore". Finisce così la breve telefonata a casa, da terra.

Willy invece trova la sorpresa di Marta, con la mamma e la sorella, ad attenderlo. "Non ho saputo attendere oltre, per darti la mia risposta - dice Marta - volevo che la prima cosa che tu sentissi, fosse: ti amo ed accetto di sposarti".
Il vaticinio della mamma di Willy si concretizza e, avvicinatasi al marito, gli dice: "Vedi che le mogli vengono prima delle mamme!" L'Ambasciatore: "Sì, cara, lo fu anche per me, quando, nominato ambasciatore, fosti tu la prima a saperlo e poi la mia mamma.
Così va la vita! Guardali e gioisci per loro, affinché quel perdersi in un lungo abbraccio sia la vita, che si infutura.
Trascorrono così alcuni minuti: tutti rasserenati e lieti di trovarsi tra le braccia dei propri cari; torna anche la adrenalina al suo normale stato e si ricomincia a riorganizzare per i passaggi successivi, per il definitivo ritorno a casa di tutto l'equipaggio, passeggeri compresi.
Willy, l'ambasciatore, la consorte, la contessa Coele e le figlie, tutti insieme fanno ritorno alla sede diplomatica sovietica, dove un piccolo comitato d'onore è pronto a riceverli, per festeggiare la riuscita missione di Willy in particolare, sia per il suo primo impegno da imprenditore dei trasporti interplanetari, sia perchè amico di tutto il personale dell'Ambasciata.
Willy, a sentirsi amato dalla bellissima e freschissima Marta, che gli getta le braccia al collo, si sente nuovamente tra le stelle del firmamento e del paradiso in terra; dice: "Finalmente ti sei convinta a prendere questa bella decisione. Sono orgoglioso che hai accettato il mio amore. Ti saprò far felice per tutta la vita".
Coele guarda i consuoceri e dice: "È proprio cambiato il mondo! Mai mi sarei permessa di prendere una decisione, prima di essermi consultata con la mia mamma.
Oggi, anche le mie figlie, alle quali non ho fatto mancare l'esempio, agiscono differentemente; credetemi, certamente non mi sarei opposta ad una simile decisione; ma che fosse stata già presa ancor prima di venire qui, non lo avrei mai creduto. Però sono pronta ad abbracciare i giovani, se lo fate anche voi di cuore". "Certo - risposero entrambi i genitori di Willy e così tutti finirono in un grande abbraccio.
La festa ha inizio con un ballo cosacco, che ricorda la grande e profonda Russia nelle feste di fidanzamento o matrimonio che sia.
Marta, quando vede quei giovanottoni con colbacco in testa e col caldo che fa, si mette a ridere e chiede prontamente all'ambasciatore di far togliere quei costumi così pesanti, per indossare quelli leggeri, affinché anche quei giovani possano godere della festa.
Anche l'ambasciatore sorride e dice: "Vedi, mia cara, nessuno ha loro imposto di fare questo ballo; ma, se lo fanno, vuole dire che possono e devono sopportarlo, altrimenti, che ballo in costume sarebbe?". Infatti, appena finito il ballo, si cambiano tutti d'abito e ringraziano la ragazza: tanto gentile e premurosa nei loro confronti.
Anche Giovanni trova a casa una festa in suo onore, ma più appagante di tutti gli amori del mondo, potendo toccare il pancione della moglie e sentire che sarà il suo primogenito a muoversi sotto la sua mano.
Sentir poi dire, dalla mamma, che vuole uscire, per essere preso dal suo papà, è qualcosa di unico al mondo, soprattutto se, un istante dopo, la cosa si avvera e si corre al centro ginecologico dell'Ospedale, per il parto.
La corsa è breve, perché l'Ospedale è solo a poche centinaia di metri, dalla residenza di Costa Fiorita.
Giunti in Ospedale, quando ancora le doglie sono al terzo stimolo, devono attendere un poco, per arrivare al parto spontaneo. Solo quando le acque si rompono, la puerpera viene assistita dal marito, in camice bianco e mascherina, proprio come un medico. Non stiamo qui a descrivere il parto in tutte le sue evoluzioni, ma il primo vagito va certamente documentato: infatti non tarda a farsi sentire, suona come una tromba celeste per le orecchie del papà e del nonno, per annunziare il suo arrivo.
Tutti gioiscono, il Granduca esalta il suo casato, dicendo: "Ecco a voi il principe Giovanneo de Monte d'Oro e Granduca di Costa Fiorita, nobilissimo Zar di tutte le Russie". Non finisce di pronunciare i suoi titoli nobiliari, che un secondo vagito si fa sentire nitidamente. É il fratello gemello, che reclama la sua giusta parte di nobiltà. Un fortissimo applauso generale dei presenti lo accoglie sonoramente, con tanti evviva, da parte del Granduca, che gioisce per i due maschi, al primo parto.
La mia figliola è veramente grande e degna di cotanto onore.
Subito dopo esce Giovanni con i gemellini in braccio e li porge ai nonni, dicendo: "Ecco, siete i primi, dopo di me, ad elevarli al cielo, su questa preziosa terra di Costa Fiorita". "Sì - dice Geltrude - sono i nostri due fiori preferiti".
Miriam ascolta in silenzio; ma, chiamata dal figlio, a prendere i bambini tra le sue braccia, si commuove e piange la sua gioia e il gran dolore che certamente i suoi genitori patirono nel vedersela strappare dalle loro braccia, per poi apprendere dell'intera famiglia, trucidata dal terribile usurpatore.
Ormai, Miriam aveva potuto documentarsi sulla vicenda della sua famiglia e quindi conoscere il retroscena della storia della grande Unione Sovietica, perciò tenere i suoi nipotini tra le braccia è per lei una gioia immensa, ma anche il ricordo della sottrazione del proprio figlio, considerando che a nessuno è permesso usare una tale violenza nei confronti del prossimo. Infatti, il suo papà, sia pure un accentratore di poteri, aborriva tali sistemi e non li permetteva; proprio per questo fu oggetto di una violenza così inaudita, cioè lo sterminio della famiglia.
Oggi, però, Miriam guarda i nipotini e capisce che quei tempi sono ormai lontani e che lei stessa si trova tra persone, che hanno altre vedute della vita propria e di quella del prossimo.
Giovanni la sorprende immersa in pensieri profondi e la distrae dicendo: "Mamma, adesso sei nonna ed hai un compito importantissimo. Voglio che, insieme con Monica e con tutti noi, ti occupi di questi angioletti, affinché crescano sani nel corpo e nella mente.
"Sì, figlio mio! Darò la mia vita per loro. Mai dovrà accadere loro quello che è accaduto a te, per colpa della mia stupidità e debolezza di carattere.
Infatti credevo che tutto era permesso al mio padrone; ma ora so che gli uomini non hanno padroni e quindi difenderò questo mio credo con la mente, con lo spirito e con tutta l'anima.
La mia persona non ha valore, ma quel poco che potrò fare, lo farò di cuore, per loro e per tutti gli uomini, che affiancheranno il cammino della mia vita".
Pietrantonio: "Povera cara, hai sofferto così tanto nella tua giovane vita, che ora ti vuoi sottrarre alle gioie che la vita può darti. Ricrediti, oggi sei amata veramente e nessuno oserà toccarti, perché chi ti sta vicino veglia per te".
"Sì, mamma - afferma Giovanni. Monica la guarda con tenerezza e l'abbraccia con tanto amore. Anche Geltrude la stringe a sé e le dice: "Consuocera, sorella cara, tranquillizzati! Sono passati quei tempi bui, quando il più forte dettava le sue leggi. Oggi, ci sono leggi che valgono per tutti e un ordine costituito che le fa osservare, quindi difficilmente potrebbe accadere a chicchessia quello che è accaduto a te, da bambina.
Certo, uomini barbari ci sono anche oggi, ma raramente assistiamo allo sterminio di una famiglia intera e a rendere schiava una bambina".
"Basta - tuona Pietrantonio; prende Miriam sotto il suo fraterno braccio e la conduce in casa, dicendo: "Vinci tutti i tuoi dubbi, aggiornati su tutto.
I miei libri, gli archivi, cartacei o telematici che siano, sono a tua disposizione.
Pure i miei dipendenti, qualora volessi consultarli, saranno ben lieti di aiutarti a far valere i tuoi diritti, in patria, ma anche ovunque hai prestato servizio. 
Essi faranno in modo di farti ottenere quanto ti spetta di diritto". Intanto i neogenitori si guardano e dicono; "Dopo vi diremo i loro nomi".
La mattina successiva al parto, il Granduca chiede a Giovanni di andare a registrare all'anagrafe i bambini e quindi se hanno dato loro un nome.
Rispondono all'unisono: "Si papà! I nomi sono Pietro ed Alessandro".

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