|
continua da
pagina 29
Passano
dei giorni felici a Costa Fiorita, ma ecco che il trillo del telefono
viene a sollecitare la presenza di Giovanni altrove, ove gli impegni lo
reclamano. Ora deve ritornare al lavoro e soprattutto deve pensare a farsi
una casa propria in qualche angolo della terra.
Mentre pensa a questo, risuona il telefono e un amico di Pietrantonio
annuncia che una nuova Isola della Groenlandia sarà messa in vendita. È
quella che era ritenuta un immenso ghiacciaio, dai diversi colori e forse
addirittura una rifrazione ottica, tanto è vero che, pur essendo
antichissima, non era conosciuta.
Oggi però si sa che vi sono alberi ultrasecolari, una
bellissima montagna ed acqua potabile, in quantità, inoltre una fauna,
costituita da animali anfibi, che si spostano agevolmente sia sulla
terra, che nelle acque oceaniche, ed uccelli del tutto sconosciuti ai
più.
Il
Granduca non perde tempo e arriva subito all'ufficio brevetti e vendite
della Groenlandia, per cercare di acquistare questa nuova isola; ma, per
quanto tempestivo, un altro magnate della finanza mondiale lo precede ed
acquista la bellissima isola.
Pietrantonio non si perde d'animo ed acquista tutti i corridoi aerei e
le linee o rotte marine, per raggiungere detta isola, creando così un
cerchio di servitù che sarebbe costato un enorme contributo al nuovo
proprietario, per raggiungerla e realizzarci un qualsiasi intervento, tale
che non vi si poteva neppure guardarla, se non da un satellite, forse solo
da quello che ne ha permesso la scoperta.
Ma torniamo al rientro in servizio dello sposo, che chiamano non solo a
continuare gli allenamenti per la Nasa, ma anche a dirigere l'impresa più
straordinaria che le industrie del suocero avevano mai intrapresa.
Ci riferiamo a quella navicella commerciale, che avrebbe portato nello
spazio, per la prima volta, passeggeri ignari dei pericoli che lo spazio
riserva anche ai più esperti, però possibile, proprio per l'invenzione
del nostro Giovanni Junior.
Grazie alle sue capsule di ritorno sicuro sulla terra, Pietrantonio poté
ottenere tutti i permessi necessari, non solo per la costruzione, ma anche
per la gestione e per il lancio della navicella, da vettori della Nasa
stessa.
Il giovane scienziato, viene accolto con una cerimonia, di rientro in
servizio, dai colleghi della base spaziale e dagli scienziati tutti dello
stesso Ente.
Seguirono una serie di seminari e relazioni riguardanti il viaggio
interplanetario dei due giovani a capo della missione scientifica del
viaggio fatto pochi mesi prima.
Se, da parte dell'Ente Nasa, tutto era lineare e senza problemi, non era
invece così per i preparativi alla costruzione della navetta spaziale
commerciale delle industrie di Costa Fiorita, perché si scoprivano sempre
nuovi ed importanti problemi, da superare, a cominciare dalla stessa
organizzazione, che era ritenuta quasi perfetta.
Ma il ferrigno Granduca non molla e richiama a sé tutti i suoi scienziati
ed ingegneri vari, oltre alle maestranze, che materialmente dovevano
realizzare quanto era stato realizzato solo in un prototipo, alquanto
miniaturizzato, anche se perfettamente funzionante e che aveva superato
tutte le prove previste.
Quello reale invece era tutta un'altra cosa. Occorrevano ben altri
accorgimenti e per questo l'intervento di Pietrantonio diede i suoi
frutti, proprio perché, nel suo discorso di stimolo a farlo ed a farlo
bene, toccò i sentimenti e l'orgoglio di tutti, disse loro: "Non
voglio che si dica che le nostre realizzazioni mancano di una qualche cosa
che noi stessi abbiamo già fatto per altri. Il nostro primo aviogetto
interplanetario deve essere il migliore in assoluto e non perché è il
primo al mondo, ma perché noi siamo gli unici a farlo e a crederci.
Quindi fate onore a voi stessi, prima che a me, che forse ho solo il
merito di avervi cercato e messi insieme. Quindi siamo una cosa sola, che
sola deve restare sempre e comunque.
Datevi da fare e superate tutte le difficoltà. Non badate a spese, a
quelle penso io".
Chiuso il discorso, Pietrantonio chiama Giovanni e Willy nel suo ufficio
di New York e li incarica di assistere ininterrottamente quel progetto e
non farselo soffiare dalla Nasa o da qualsiasi altro imprenditore del
settore; costasse anche la rinuncia agli allenamenti ed impegni
astronautici, perché avrebbero dovuto pensare sin da subito ad istituire
un proprio laboratorio di simulazioni, dei necessari esercizi, per
assicurare un minimo di preparazione ai passeggeri, che già si facevano
avanti per avere un posto sul vettore interplanetario, che al momento era
solo un piccolo prototipo, cartaceo.
Ma la notizia era di dominio pubblico e quindi già si faceva un gran
parlare di tale viaggio: viaggio, che avrebbe cambiato il corso della
storia. Tutti volevano far parte di quell'evento, costasse anche tutto
il patrimonio, accumulato durante un'intera vita.
Fu completata la lista dei passeggeri ancor prima della realizzazione del
vettore, i giovani si adoperarono esclusivamente alla realizzazione del
vettore spaziale: ne valeva la loro stessa dignità professionale di
scienziati.
Le cose si realizzarono esattamente come previste, solo con qualche
ritardo sulla previsione del lancio, ma non per colpa loro o per licenze,
che erano state già concesse da parte di tutti gli enti preposti a tali
esercizi, anche se si trattava di una novità assoluta al mondo. Il
ritardo del lancio è stato sofferto per le questioni atmosferiche e di
appuntamento con le coordinate satellitari, che non erano perfettamente in
linea, per seguire senza fallo alcuna manovra del viaggio.
Il giorno è arrivato: il 16 agosto dell'anno, successivo alla
pubblicazione di quell'evento, e i passeggeri, tutti euforici e fuori
della propria pelle, festeggiarono la partenza giorni e giorni, prima che
essa avvenisse.
Ma la partenza fu una cosa, da ricordare negli anni a venire e per diverse
generazioni, visto che non solo intere città si sono accalcate intorno
alla pista di lancio, ma miliardi di persone hanno assistito all'evento,
per televisione, in tutto il mondo.
Fu questo un evento consumistico senza uguali, giacché gli spots
pubblicitari imperversavano su tutti gli schermi del mondo e le stesse
persone, che assistevano, hanno provveduto ad immortalare tale momento
attraverso videocassette e quant'altro di moderno esisteva.
I dieci giorni di permanenza nello spazio di ben duecento persone, in un
solo aviogetto, hanno tenuto il mondo sospeso. L'ansia dei familiari dei
trasvolatori moderni non si attenuava e i telefoni del Call Center della
holding di Costa Fiorita continuavano a trillare. Le centraliniste erano
ormai al collasso delle loro forze, nel rassicurare che non vi erano dati
di alcun inconveniente sul volo, che tutto procedeva bene e che i giorni
passavano sia pure lentamente per tutti gli interessati. Così non era
invece per i 200, a bordo della navicella, che poi era un vero e proprio
aereo da trasporto passeggeri. Questi, al sesto giorno, hanno avuto la
possibilità di parlare con i propri familiari, per qualche minuto
ciascuno, e solo allora le anime si sono rilassate ed hanno gioito.
I corpi celesti, visti da vicino, sono a dire di chi lì ha visti: luci ed
ombre mutanti e, nelle loro formazioni, sono di uno splendore che neppure
i sogni possono uguagliare il divertimento più grande dei nostri
passeggeri. Erano proprio quelle danze colorate degli astri, che si
esibivano ai loro occhi umani, ma si può anche dire di extraterresti.
Così si arriva al nono giorno: giorno per i preparativi di rientro, sulla
nostra vecchia terra.
Giovanni, richiama l'attenzione di tutti e, mostrando un modellino di
carta, fa vedere praticamente quello che può accadere durante il viaggio
di ritorno, spiega il funzionamento della capsula di ritorno sicuro,
infilando un pupazzetto al suo interno, che, chiudendo, fa i dovuti giri e
poi si posa su un tavolo, appositamente magnetizzato per attrarlo. Spiega
anche la funzione di apposite tasche all'interno della capsula, da
utilizzare per gli oggetti propri e per quelli riservati, ad esclusivo
scopo scientifico.
Il fischio di richiamo dalla terra arriva, mentre tutti sono ai loro
posti, per la virata di rientro. Questa avviene regolarmente, con un forte
applauso, scoccato dalle mani dei passeggeri, forse ancor più forte e
prolungato di quello della partenza.
Viaggiano diciamo a testa in giù, per otto nove ore, poi l'impatto con
qualche frammento di astro celeste, in caduta libera: segue il primo
"Attentino: potremmo avere bisogno di usare la capsula, perciò
depositate tutte le vostre cose nelle tasche della capsula a ciascuno
assegnato, appena vi sarà dato il via".
Quattro ore più tardi l'equipaggio riempie le tasche riservate ai
prodotti scientifici e poi il comandante dice: "Signori, dobbiamo usare
le capsule di rientro sicuro o, se volete, le scialuppe di salvataggio.
Una cosa è certa: non abbiate alcuna paura, perché siamo già pronti al
salto nell'atmosfera e, per non correre rischi, preferiamo usare le
capsule, perché la schermatura della navicella è surriscaldata e
potrebbe portare delle conseguenze di temperatura alle nostre persone.
Perciò, al primo fischio, tutti nelle vostre capsule e, al secondo
fischio, premete il pulsante rosso e non fate altro, anche perché è
stato previsto il peggio, cioè un attacco di panico che potrebbe
compromettere il risultato. Fin quando non vi sarà aperto dall'esterno,
vi troverete nelle condizione di non fare alcunché.
Vi assicuro che il più grande sacrificio che dovete fare è quello di
aspettare 6 ore e poi saremo nuovamente sulla nostra amata terra".
Passarono ancora delle ore, tra orbite di sgancio e quelle di aggancio
all'atmosfera terrestre. Al momento, tutti avevano domande ed
assicurazioni da fare all'equipaggio e soprattutto ai due giovani
scienziati: come mai era successo tutto questo? Giovanni risponde:
"Vedete, signori, vi ricordate qualche ora fa quel frammento di stella
che ci ha colpito?". "Sì - risposero tutti. "Bene, quello - dice
Giovanni - ci ha trasmesso molto calore e alcune piastre isolanti della
nostra navicella sono state divelte, quindi all'impatto con
l'atmosfera terrestre potremmo avere dei guai, perciò le capsule ci
porteranno pacificamente a casa, chiaro?". "Sì, ma nel caso vada
male, come faremo a far sapere ai nostri cari che ci stanno
aspettando?". Qui risponde Willy: "Poco male! Lo sapevano già
che c'erano dei rischi, da correre; ma vi abbiamo garantito il
ritorno sicuro e questo avverrà, statene certi".
Ecco il primo fischio, dopo qualche minuto il secondo e un tuono cupo si
sente poi, a seguire null'altro.
A terra compaiono subito sul radar le capsule e la stessa navicella in
fiamme. Era una miriade di stelline luminose, che più si avvicinavano
alla terra e più divenivano meno luminose, fino a quando, si sono viste
ad occhi nudi.
|
Si videro comparire sulla linea, all'orizzonte della
spianata di Cape Canaveral, dove tutti erano perfettamente avvertiti che i
loro parenti arrivavano con le capsule, in perfetto stato ed in
perfetto
orario.
Infatti, allo scadere delle sei ore, si videro aprire le capsule e prelevare i
passeggeri e dare loro il bentornato sulla terra. Mentre
tutto questo accadeva a Cape Canaveral, in Florida, il Granduca si trovava a
Costa Fiorita, vuoi per scelta, vuoi per una sua sicurezza personale. Fatto
sta che, appena udito il segnale di pericolo, verificatosi a bordo della
navicella, prende la sua Monica col pancione e la porta lontana dalla
televisione, dove resta solo la mamma.
Monica capisce che il papà non vuole farla impressionare di quello che sta
per accadere, visto il suo stato di gravidanza, quasi pronto al parto, accetta
di allontanarsi anche col patema d'animo che possa succedere qualcosa al papà
della sua creatura.
Ma tutto questo dura un'eternità perché le ore non passano mai, finché la
mamma, gridando di gioia, corre da loro a dire: "Sono arrivati tutti salvi,
grazie all'invenzione di Giovanni".
Tutti e tre si abbracciano e gioiscono a volte sorridendo, a volte con lacrime
di gioia. Pietrantonio alza il telefono e chiama Giovanni, a Cape Canaveral,
ma Giovanni è già al telefono, sulla linea di casa, per salutare la
famiglia.
C'è un momento di apprensione, quando al suo numero diretto non risponde
nessuno a Cape Canaveral, ma una lucina avverte che qualcuno è sulla linea di
casa, stabilisce immediatamente il contatto ed eccolo, è Giovanni: "Ciao,
papà sono di nuovo tra voi, la mia sposa e il bambino come stanno?".
"Bene, ma ecco Monica". "Amore, come è andato l'atterraggio? Sono
stata l'unica a non aver assistito per televisione, perché impedita da papà,
che ha voluto così".
"Poco male - dice Giovanni – la cosa importante è che tutto è andato secondo i
miei calcoli e che siamo tutti tornati a casa, con un bagaglio di nuove
cose, da raccontare". "Amore - continua Monica - quando arrivi a casa, spero
che farai in tempo a vedere l'atterraggio di tuo figlio". "Quando avverrà,
amore - risponde Giovanni - non mi dire che è già in viaggio".
"No, ancora no, ma è vicino". "Non preoccuparti, in giornata ti
assicuro che partirò, solo il tempo di firmare le carte di bordo e poi volerò
da te". "Ti aspettiamo, amore". Finisce così la breve telefonata a
casa, da terra.
Willy invece trova la sorpresa di Marta, con la mamma e la sorella, ad
attenderlo. "Non ho saputo attendere oltre, per darti la mia risposta - dice
Marta - volevo che la prima cosa che tu sentissi, fosse: ti amo ed accetto di
sposarti".
Il vaticinio della mamma di Willy si concretizza e, avvicinatasi al marito,
gli dice: "Vedi che le mogli vengono prima delle mamme!" L'Ambasciatore:
"Sì, cara, lo fu anche per me, quando, nominato ambasciatore, fosti tu la
prima a saperlo e poi la mia mamma.
Così va la vita! Guardali e gioisci per loro, affinché quel perdersi in un
lungo abbraccio sia la vita, che si infutura.
Trascorrono così alcuni minuti: tutti rasserenati e lieti di trovarsi tra le
braccia dei propri cari; torna anche la adrenalina al suo normale stato e si
ricomincia a riorganizzare per i passaggi successivi, per il definitivo
ritorno a casa di tutto l'equipaggio, passeggeri compresi.
Willy, l'ambasciatore, la consorte, la contessa Coele e le figlie, tutti
insieme fanno ritorno alla sede diplomatica sovietica, dove un piccolo
comitato d'onore è pronto a riceverli, per festeggiare la riuscita missione
di Willy in particolare, sia per il suo primo impegno da imprenditore dei
trasporti interplanetari, sia perchè amico di tutto il personale
dell'Ambasciata.
Willy, a sentirsi amato dalla bellissima e freschissima Marta, che gli getta
le braccia al collo, si sente nuovamente tra le stelle del firmamento e del
paradiso in terra; dice: "Finalmente ti sei convinta a prendere questa bella
decisione. Sono orgoglioso che hai accettato il mio amore. Ti saprò far
felice per tutta la vita".
Coele guarda i consuoceri e dice: "È proprio cambiato il mondo! Mai mi
sarei permessa di prendere una decisione, prima di essermi consultata con la
mia mamma.
Oggi, anche le mie figlie, alle quali non ho fatto mancare l'esempio,
agiscono differentemente; credetemi, certamente non mi sarei opposta ad una
simile decisione; ma che fosse stata già presa ancor prima di venire qui, non
lo avrei mai creduto. Però sono pronta ad abbracciare i giovani, se lo fate
anche voi di cuore". "Certo - risposero entrambi i genitori di Willy e così
tutti finirono in un grande abbraccio.
La festa ha inizio con un ballo cosacco, che ricorda la grande e profonda
Russia nelle feste di fidanzamento o matrimonio che sia.
Marta, quando vede quei giovanottoni con colbacco in testa e col caldo che fa,
si mette a ridere e chiede prontamente all'ambasciatore di far togliere quei
costumi così pesanti, per indossare quelli leggeri, affinché anche quei
giovani possano godere della festa.
Anche l'ambasciatore sorride e dice: "Vedi, mia cara, nessuno ha loro
imposto di fare questo ballo; ma, se lo fanno, vuole dire che possono e devono
sopportarlo, altrimenti, che ballo in costume sarebbe?". Infatti, appena
finito il ballo, si cambiano tutti d'abito e ringraziano la ragazza: tanto
gentile e premurosa nei loro confronti.
Anche Giovanni trova a casa una festa in suo onore, ma più appagante di tutti
gli amori del mondo, potendo toccare il pancione della moglie e sentire che
sarà il suo primogenito a muoversi sotto la sua mano.
Sentir poi dire, dalla mamma, che vuole uscire, per essere preso dal suo papà,
è qualcosa di unico al mondo, soprattutto se, un istante dopo, la cosa si
avvera e si corre al centro ginecologico dell'Ospedale, per il parto.
La corsa è breve, perché l'Ospedale è solo a poche centinaia di metri, dalla
residenza di Costa Fiorita.
Giunti in Ospedale, quando ancora le doglie sono al terzo stimolo, devono
attendere un poco, per arrivare al parto spontaneo. Solo quando le acque si
rompono, la puerpera viene assistita dal marito, in camice bianco e
mascherina, proprio come un medico. Non stiamo qui a descrivere il parto in
tutte le sue evoluzioni, ma il primo vagito va certamente documentato: infatti
non tarda a farsi sentire, suona come una tromba celeste per le orecchie del
papà e del nonno, per annunziare il suo arrivo.
Tutti gioiscono, il Granduca esalta il suo casato, dicendo: "Ecco a voi il
principe Giovanneo de Monte d'Oro e Granduca di Costa Fiorita, nobilissimo
Zar di tutte le Russie". Non finisce di pronunciare i suoi titoli nobiliari,
che un secondo vagito si fa sentire nitidamente. É il fratello gemello, che
reclama la sua giusta parte di nobiltà. Un fortissimo applauso generale dei
presenti lo accoglie sonoramente, con tanti evviva, da parte del Granduca, che
gioisce per i due maschi, al primo parto.
La mia figliola è veramente grande e degna di cotanto onore.
Subito dopo esce Giovanni con i gemellini in braccio e li porge ai nonni,
dicendo: "Ecco, siete i primi, dopo di me, ad elevarli al cielo, su questa
preziosa terra di Costa Fiorita". "Sì - dice Geltrude - sono i nostri due
fiori preferiti".
Miriam ascolta in silenzio; ma, chiamata dal figlio, a prendere i bambini tra
le sue braccia, si commuove e piange la sua gioia e il gran dolore che
certamente i suoi genitori patirono nel vedersela strappare dalle loro
braccia, per poi apprendere dell'intera famiglia, trucidata dal terribile
usurpatore.
Ormai, Miriam aveva potuto documentarsi sulla vicenda della sua famiglia e
quindi conoscere il retroscena della storia della grande Unione Sovietica,
perciò tenere i suoi nipotini tra le braccia è per lei una gioia immensa, ma
anche il ricordo della sottrazione del proprio figlio, considerando che a
nessuno è permesso usare una tale violenza nei confronti del prossimo.
Infatti, il suo papà, sia pure un accentratore di poteri, aborriva tali
sistemi e non li permetteva; proprio per questo fu oggetto di una violenza così
inaudita, cioè lo sterminio della famiglia.
Oggi, però, Miriam guarda i nipotini e capisce che quei tempi sono ormai
lontani e che lei stessa si trova tra persone, che hanno altre vedute della
vita propria e di quella del prossimo.
Giovanni la sorprende immersa in pensieri profondi e la distrae dicendo:
"Mamma, adesso sei nonna ed hai un compito importantissimo. Voglio che,
insieme con Monica e con tutti noi, ti occupi di questi angioletti, affinché
crescano sani nel corpo e nella mente.
"Sì, figlio mio! Darò la mia vita per loro. Mai dovrà accadere loro
quello che è accaduto a te, per colpa della mia stupidità e debolezza di
carattere.
Infatti credevo che tutto era permesso al mio padrone; ma ora so che gli
uomini non hanno padroni e quindi difenderò questo mio credo con la mente,
con lo spirito e con tutta l'anima.
La mia persona non ha valore, ma quel poco che potrò fare, lo farò di cuore,
per loro e per tutti gli uomini, che affiancheranno il cammino della mia
vita".
Pietrantonio: "Povera cara, hai sofferto così tanto nella tua giovane vita,
che ora ti vuoi sottrarre alle gioie che la vita può darti. Ricrediti, oggi
sei amata veramente e nessuno oserà toccarti, perché chi ti sta vicino
veglia per te".
"Sì, mamma - afferma Giovanni. Monica la guarda con tenerezza e
l'abbraccia con tanto amore. Anche Geltrude la stringe a sé e le dice:
"Consuocera, sorella cara, tranquillizzati! Sono passati quei tempi bui,
quando il più forte dettava le sue leggi. Oggi, ci sono leggi che valgono per
tutti e un ordine costituito che le fa osservare, quindi difficilmente
potrebbe accadere a chicchessia quello che è accaduto a te, da bambina.
Certo, uomini barbari ci sono anche oggi, ma raramente assistiamo allo
sterminio di una famiglia intera e a rendere schiava una bambina".
"Basta - tuona Pietrantonio; prende Miriam sotto il suo fraterno braccio e
la conduce in casa, dicendo: "Vinci tutti i tuoi dubbi, aggiornati su tutto.
I miei libri, gli archivi, cartacei o telematici che siano, sono a tua
disposizione.
Pure i miei dipendenti, qualora volessi consultarli, saranno ben lieti di
aiutarti a far valere i tuoi diritti, in patria, ma anche ovunque hai prestato
servizio.
Essi faranno in modo di farti ottenere quanto ti spetta di diritto". Intanto
i neogenitori si guardano e dicono; "Dopo vi diremo i loro nomi".
La mattina successiva al parto, il Granduca chiede a Giovanni di andare a
registrare all'anagrafe i bambini e quindi se hanno dato loro un nome.
Rispondono
all'unisono: "Si papà! I nomi sono Pietro ed Alessandro".
continua a
pagina 31 |