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"Di
cosa sta parlando? - continua il responsabile della sicurezza. "Vedete,
non conviene anticipare gli eventi, soprattutto quando non si sa di che cosa
si tratta. Perciò questo plico lo apriremo solo a commissione riunita al
completo e capace di risponde adeguatamente.
Ci perdonerete, se usiamo la stessa diffidenza che avete usata per noi".
Chiamano subito chi di dovere e presentano il problema appena illustrato.
"Signore, - dice il capo della sicurezza - abbiamo un problema. I signori
scienziati Giovanni Giovanneo de Monte d'Oro e Willy Kerenskij avevano
destinato al nostro ufficio un plico, contenente qualche novità. Ora non
vogliono consegnarcelo e quindi aprirlo, prima che venga convocata la
commissione al completo, per rispondere a delle domande, che si ritengono
necessarie avere, vista la nostra iniziativa avallata da Lei".
"Calma, signori, - risponde l'interlocutore - prendiamo tempo e
convochiamo questa commissione. Potrebbe tornarci comodo. Mi raccomando:
massima gentilezza con questi due". "Sì, Signore, - risponde il capo
della sicurezza - sarà fatto così.
Bene amici avrete pure la vostra commissione e tutto vi sarà consentito.
Visto che abbiamo una cassaforte comune, per le cose segrete, non vi
offendete, se il plico resta qui". "Ben volentieri! - risponde Giovanni
e dice a Willy - Credo che sia d'accordo anche tu". "Sì. certo, va
bene così. È come se l'avessimo noi stessi, visto che, per aprire la
cassaforte, occorrono anche le nostre firme".
Passano i giorni, previsti per la convocazione, e questa si presenta al
completo, con tutti gli scienziati che la compongono, ben documentati e
pronti a dare battaglia ai giovani colleghi.
Questi ultimi, per nulla intimoriti, procedono secondo il loro piano,
perfezionato durante il tempo, necessario per riunire la commissione.
I lavori della commissione cominciarono il primo lunedì del mese di ottobre
di quell'anno per terminare il venerdì successivo.
Si chiarì che i giovani scienziati avevano agito nell'interesse dei due
paesi concorrenti alla missione e che il materiale era veramente importante,
per la sua resistenza ed impenetrabilità a tutte le sollecitazioni
possibili. Era la famosa guaina, formata con la brina marziana e le polveri
dello stesso pianeta, trattate con una variante della vernice, appena
provata su Marte e che fu la pietra dello scandalo, secondo l'ufficio
degli Affari Interni, per la sicurezza.
Ci furono delle ammissioni di intempestività, da parte della sicurezza, che
erano state pesate eccessivamente. Nessuno voleva creare incomprensioni e
neppure avanzare delle restrizioni nei loro confronti.
Tutto tornò al normale iter burocratico e la collaborazione continuò come
prima e meglio di prima, visto che erano stato fissati dei limiti di veto e
di iniziative, oltre i quali non si poteva andare, senza un parere della
stessa commissione scientifica, internazionale.
La cosa dunque si attenuò quasi a far pensare che non fosse mai accaduta.
Pietrantonio però non era di questo parere e, alla prima occasione, tenne a
precisare che Willy aveva fatto benissimo ad esprimere quelle precisazioni,
ma che a lui non bastava, perché il mondo è popolato di polli saporiti e
quelli meno saporiti, allevati con solo granone, quindi bisogna farli
tornare e razzolare, finché riacquistano il giusto sapore.
Intanto noi cambiamo carne e passiamo a quella più tenera e saporita.
Il tempo passava e le cose erano ferme, non circolava nessuna voglia di
iniziare un nuovo impegno lavorativo e di sviluppo, tanto che i burocrati,
non vedendosi considerati ed essendo calcolati per meno di niente, si
prodigarono, per far tornare al lavori i giovani intraprendenti scienziati.
Questi si dichiararono disponibili; ma le cose continuavano a dormire e le
tasche a svuotarsi.
Fu così che persino chi di dovere fece i suoi passi, per riprendere quelle
buone ed utili iniziative, per se stesso e per gli uomini tutti.
Pietrantonio, in una telefonata affettuosa ed accattivante, dice: "Caro
amico, oggi le cose vanno un po' al rallentatore, perché i margini di
guadagno sono davvero minimi e quindi non conviene investire del capitale,
sicuro ristoro della famiglia". "Amico - risponde l'altro - forse è
bene che ci incontriamo e ne parliamo più approfonditamente".
Fissarono un incontro con qualche mese di attesa, per i troppi impegni del
Granduca.
Proprio sotto Natale, con l'occasione dei doni natalizi, il Granduca
concede un incontro ai vertici della propria holding con rappresentanti dei
due Stati, soprattutto per far loro un dono simbolico: una cena per la
vigilia di Natale e scambiarsi così dei suggerimenti per il futuro.
Visto che tra i vertici della holding erano presenti anche quelle persone,
che contano in alto loco, si convenne che una cena tra amici era quella che
ci voleva in quella particolare fase di stallo.
Pietrantonio si dichiarò favorevole e accettò scegliendo come sede Costa
Fiorita, dicendo: "Credo che non c'è posto più adatto di casa mia, per
fare una rimpatriata di grandi amici e per godere i cibi natalizi, tipici
della mia terra".
Accettarono tutti, senza suggerire soluzioni alternative.
Si arrivò a Natale, con grandi preparativi per i festeggiamenti e per i
piccoli doni, prevalentemente fatti di gustosissimi cibi, da portare a casa,
per il resto delle famiglie, che non erano presenti.
Se vogliamo usare uno sproposito, diciamo che erano presenti solo i grandi
della terra, che si davano appuntamento per i loro affari, non sempre
spontanei e lineari. Questi, a volte, si concretizzavano solo grazie alla
diplomazia e proprio nel percorrere vie, che non sono chiaramente
percorribili, ma necessarie, per evitare incomprensioni di vario genere.
Sono quei ritrovati compromessi, che muovono il mondo nei livelli più alti
e perché no anche in quelli terra terra, cioè: se tu dai una cosa a me, io
do una cosa a te.
Questo equilibrio fu trovato e tutti mangiarono; bevvero e si divertirono,
soddisfatti degli accordi raggiunti con la holding del Granduca di Costa
Fiorita.
Gli ospiti partirono per le loro destinazioni, solo il giorno di Santo
Stefano; mentre i dirigenti della holding si riunirono il giorno successivo,
per mettere a frutto gli accordi convenuti e portarli di fronte ai
funzionari degli Stati concorrenti, per trasformarli in documenti
liberatori. Solo che, per
far questo, si dovevano anche attendere le varie delibere parlamentari dei
due stati.
Mai come questa volta tutto è andato celermente a posto e la collaborazione
è divenuta efficacissima ed anche estemporanea, se fosse stato possibile;
ma, per fare deliberare collegialmente, occorre sempre del tempo e la
estemporaneità non concorda con quest'ultima necessità.
Gli uffici, preposti a vagliare le proposte di lavoro ed assegnare
unilateralmente l'appalto, convennero che il primo fosse assegnato alla
holding di Costa Fiorita, nel disporre delle macchine, capaci di elaborare
la brina marziana e le stesse polveri, provenienti da Marte, con la capsula
automatica: quella rimasta su Marte, proprio per raccogliere altro materiale
e portarlo sulla terra.
Tutti lavorarono, per essere pronti a produrre la guaina, da inviare
nuovamente su Marte, per coprire una consistente superficie di questo
pianeta, allo scopo di raccogliere un quantitativo sempre maggiore di brina
marziana, per arrivare a soddisfare i bisogni sempre crescenti di detta
guaina, così pure per la vernice, detta bivalente, cioè capace di formare
un campo magnetico, per regolare la gravitazione di un corpo estraneo,
nell'atmosfera del pianeta.
Solo tre settimane dopo, la capsula diede il segnale di rientro e quindi fu
pronta a portare a casa il prezioso carico, solo che questa volta i nostri
scienziati la bloccarono nell'atmosfera terrestre. Infatti sorpresero
tutti, ancora una volta, con una trovata geniale e cioè quella di andare
incontro, nell'atmosfera terrestre, alla capsula. con un vettore o cargo,
che l'agganciasse e la inglobasse dentro di sé, in un vano sterilizzato,
affinché nessuna particelle della polvere cosmica andasse persa, ma ben
raccolta, per fare nuovi esperimenti, vista la preziosità di quella
materia. |
L'idea venne recepita con entusiasmo, da parte delle autorità, e messa
subito in pratica, anche se il tutto fu fatto alla meno peggio, per la
brevità del tempo, a disposizione delle maestranze.
Tutto
andò però per il meglio; la capsula fu agganciata ed inglobata
all'interno del cargo spaziale e portata a terra.
Si capì subito che da quel momento tutti i veicoli spaziali sarebbero stati
intercettati, agganciati e sarebbe stata recuperata quella preziosa materia,
proveniente dallo spazio stellare. Questo sistema faceva guadagnare tempo e
danari a tutti e metteva prontamente a disposizione degli scienziati buona
quantità di materiale cosmico, per trasformarlo in altri prodotti,
altamente scientifici e fortemente tecnologici.
Si aprì una nuova finestra di interventi, nello spazio aereo, sia
terrestre, sia interplanetario, quindi: nuovi orizzonti per impiego di
tecnologia spaziale, di altissimo livello, ma con un indotto a terra, da
impiegare maestranze del settore e non, insomma nuovo lavoro altamente
redditizio e di alto livello professionale, capace di attirare i giovani
alla nuova apertura tecnologica.
Vi furono diversi stadi di impiego, nei settori più vari, sia per la vita
quotidiana di semplici cittadini, che di professionisti, attenti alle nuove
attività nel settore della produttività.
Insomma le nuove materie, intraviste dagli scienziati della holding di Costa
Fiorita, dell'America e della stessa Italia, avevano infiniti possibilità
di assorbire manodopera, non solo nella ricerca, ma anche nell'impiego a
tempo indeterminato.
La notizia di una simile espansione, nelle ricerche, fece registrare una
forte richiesta di partecipazione di giovani studenti, indirizzati verso le
ricerche spaziali e soprattutto per le nuove materie, provenienti dallo
stesso spazio.
Questi nuovi orizzonti della scienza permisero ai governi di selezionare
quei giovani più promettenti e di inserirli nei loro programmi statali.
Tutto ciò portò il programma, già stipulato con la sicurezza interna, a un
rallentamento delle nuove spedizioni nello spazio interplanetario.
Si
verificò, dunque, proprio quello che cercava il Granduca; ossia prendere
tempo, per meglio organizzarsi e fare una nuova controfferta agli Stati,
concorrenti alla realizzazione del progetto della brina marziana.
E quindi si ebbe il realizzo di quella guaina, tanto ambita da tutti, per la
sua incredibile resistenza a tutte le sollecitazioni.
Tutte queste cose portarono i grandi uomini ad impegnarsi alla meglio, per
fare affari con la Nasa, per arrivare primi a iniziare nuovi esperimenti a
tutti i livelli.
Vi riuscirono agevolmente, proprio perché le risorse statali erano passate
da un minimo ad un massimo di invertibilità.
Le finanziarie statali ebbero un aumento vertiginoso, proprio per questa
corsa sfrenata ad accaparrarsi una fetta del suolo cosmico, cioè di quei
pianeti già raggiungibili e soprattutto per arrivare a sondare le
possibilità di trovare delle "Nuove" ed ottenere un qualche
privilegio.

Opera virtuale di
Gianni Latronico
DEDICATO AL CASTELLO
Come
una nave
tra le nuvole
con un grande faro
svettante nel cielo
era l'apparizione
del bel castello
nell'algida isola
dei sogni onirici
Un'ampia cascata
con potenti gruppi
elettronici e una centrale
idroelettrica dava origine
ad una fantasmagorica
illuminazione artificiale
e ad un lago balneare
ricoperto da una lastra
di fine cristallo per la
giusta temperatura
Una fitta variegata e
lussureggiante vegetazione
era frequentata da animali esotici
lieti di divertire il selezionato pubblico
di grandi e piccoli che ad una certa distanza
vedevano apparire il fantastico castello
per poi vederlo subito dopo scomparire
a seconda dei giochi delle luminarie
ivi installate e del particolare vapore
acqueo della montagna abitata
da bei gnomi fate turchine
che rendevano il tutto
i n c a n t e v o l e
Gianni Latronico
QUINTA PARTE
In
Groenlandia i traffici di Pietrantonio si infittiscono e tutti devono
assoggettarsi ai suoi servizi, per raggiungere la nuova isola, che da ora in
poi chiameremo "Isola dei Sogni".
Il signore, che aveva preceduto il nostro Granduca nell'acquisto, a causa
delle continue guerre africane, si trovava in difficoltà economiche e una
buona liquidità faceva veramente comodo sia alla sua famiglia, che agli
impegni, presi come capo dell'esercito, da lui sostenuto nella guerra del
suo popolo.
Arrivò al punto di dover chiedere, al Granduca di Costa Fiorita, di
acquistare l'Isola dei Sogni, visto che tanto aveva fatto, per averla e
tanto continuava a fare, per non permettere agli altri di sfruttarne le
risorse. Vendeva perché, non solo gli serviva del liquido, ma soprattutto
perché, così come si erano messe le cose, non gli poteva servire allo
scopo, per cui aveva investito una montagna di soldi.
Lo scopo era quello di rifugiarsi con i suoi fedelissimi in quell'isola,
in caso di sconfitta o di altri problemi. L'isola non era più
sconosciuta, ma conosciutissima e controllatissima proprio dal Granduca,
tanto che non la si poteva raggiungere sia via mare, sia via cielo, se non
facendosi registrare e pagando il passaggio proprio a Pietrantonio.
Quindi, non era proprio il caso di tenere un rifugio del genere: non solo
per il costo, ma soprattutto, per la continua vigilanza, che la rendeva
assolutamente attiva, diligentemente eseguita.
Pietrantonio accettò subito l'offerta, ma la ridusse a più della metà
di quanto era stata pagata. Eppure, il costo non era eccessivamente alto per
lui e la riduzione era dettata solo dal senso degli affari.
Il magnate, fautore della guerra africana, che tale non era più, vagliò
bene l'offerta, che era fortemente in perdita, ma che l'incalzare della
guerra e l'embargo, messo in atto dagli Stati confinanti e dalle grandi
potenze, fecero salire esponenzialmente, a causa dei prezzi di
approvvigionamenti, di armi, di munizioni, di viveri e di medicinali, per se
è per i suoi guerriglieri.
Questi eventi e misure straordinarie di restrizioni fecero decidere il
signore della guerra ad accettare quell'offerta ingenerosa o da strozzino,
che dir si voglia. Così si sbarazzò di quell'isola, che gli portava solo
costi.
Non appena, Pietrantonio ebbe i brevetti di vendita e, divenuto il nuovo
proprietario dell'Isola dei Sogni, lì fece intestare ai suoi amatissimi
nipoti Pietro ed Alessandro Giovanneo de Monte d'Oro, nella misura del
cinquanta per cento dell'Isola e di tutto quello che avrebbe realizzato in
essa, nell'ultima parte di sua vita.
Infatti radunò tutti i suoi ingegneri ed architetti, affinché gli
proponessero dei progetti, per realizzare nell'isola un castello, che
doveva essere l'ottava meraviglia del mondo e la prima in assoluto della
nuova era tecnologica.
Si
cimentò il fior fiore di professionisti, architetti e ingegneri, di fama
internazionale. Ognuno portò un progetto, che era veramente un gioiello di
gran valore, ma quello che fu accettato aveva del passato, del presente e
del futuro. Era una nave ancorata sulla cima della più alta montagna
dell'isola.
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