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IL GRANDUCA DI COSTA FIORITA
(L'Isola che si vorrebbe possedere)
di Pietro Giovanni Lucarelli

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"Di cosa sta parlando? - continua il responsabile della sicurezza. "Vedete, non conviene anticipare gli eventi, soprattutto quando non si sa di che cosa si tratta. Perciò questo plico lo apriremo solo a commissione riunita al completo e capace di risponde adeguatamente.
Ci perdonerete, se usiamo la stessa diffidenza che avete usata per noi".
Chiamano subito chi di dovere e presentano il problema appena illustrato.
"Signore, - dice il capo della sicurezza - abbiamo un problema. I signori scienziati Giovanni Giovanneo de Monte d'Oro e Willy Kerenskij avevano destinato al nostro ufficio un plico, contenente qualche novità. Ora non vogliono consegnarcelo e quindi aprirlo, prima che venga convocata la commissione al completo, per rispondere a delle domande, che si ritengono necessarie avere, vista la nostra iniziativa avallata da Lei".
"Calma, signori, - risponde l'interlocutore - prendiamo tempo e convochiamo questa commissione. Potrebbe tornarci comodo. Mi raccomando: massima gentilezza con questi due". "Sì, Signore, - risponde il capo della sicurezza - sarà fatto così.
Bene amici avrete pure la vostra commissione e tutto vi sarà consentito.
Visto che abbiamo una cassaforte comune, per le cose segrete, non vi offendete, se il plico resta qui". "Ben volentieri! - risponde Giovanni e dice a Willy - Credo che sia d'accordo anche tu". "Sì. certo, va bene così. È come se l'avessimo noi stessi, visto che, per aprire la cassaforte, occorrono anche le nostre firme".
Passano i giorni, previsti per la convocazione, e questa si presenta al completo, con tutti gli scienziati che la compongono, ben documentati e pronti a dare battaglia ai giovani colleghi.
Questi ultimi, per nulla intimoriti, procedono secondo il loro piano, perfezionato durante il tempo, necessario per riunire la commissione.
I lavori della commissione cominciarono il primo lunedì del mese di ottobre di quell'anno per terminare il venerdì successivo.
Si chiarì che i giovani scienziati avevano agito nell'interesse dei due paesi concorrenti alla missione e che il materiale era veramente importante, per la sua resistenza ed impenetrabilità a tutte le sollecitazioni possibili. Era la famosa guaina, formata con la brina marziana e le polveri dello stesso pianeta, trattate con una variante della vernice, appena provata su Marte e che fu la pietra dello scandalo, secondo l'ufficio degli Affari Interni, per la sicurezza.
Ci furono delle ammissioni di intempestività, da parte della sicurezza, che erano state pesate eccessivamente. Nessuno voleva creare incomprensioni e neppure avanzare delle restrizioni nei loro confronti.
Tutto tornò al normale iter burocratico e la collaborazione continuò come prima e meglio di prima, visto che erano stato fissati dei limiti di veto e di iniziative, oltre i quali non si poteva andare, senza un parere della stessa commissione scientifica, internazionale.
La cosa dunque si attenuò quasi a far pensare che non fosse mai accaduta. Pietrantonio però non era di questo parere e, alla prima occasione, tenne a precisare che Willy aveva fatto benissimo ad esprimere quelle precisazioni, ma che a lui non bastava, perché il mondo è popolato di polli saporiti e quelli meno saporiti, allevati con solo granone, quindi bisogna farli tornare e razzolare, finché riacquistano il giusto sapore.
Intanto noi cambiamo carne e passiamo a quella più tenera e saporita.
Il tempo passava e le cose erano ferme, non circolava nessuna voglia di iniziare un nuovo impegno lavorativo e di sviluppo, tanto che i burocrati, non vedendosi considerati ed essendo calcolati per meno di niente, si prodigarono, per far tornare al lavori i giovani intraprendenti scienziati. Questi si dichiararono disponibili; ma le cose continuavano a dormire e le tasche a svuotarsi.
Fu così che persino chi di dovere fece i suoi passi, per riprendere quelle buone ed utili iniziative, per se stesso e per gli uomini tutti.
Pietrantonio, in una telefonata affettuosa ed accattivante, dice: "Caro amico, oggi le cose vanno un po' al rallentatore, perché i margini di guadagno sono davvero minimi e quindi non conviene investire del capitale, sicuro ristoro della famiglia". "Amico - risponde l'altro - forse è bene che ci incontriamo e ne parliamo più approfonditamente".
Fissarono un incontro con qualche mese di attesa, per i troppi impegni del Granduca.
Proprio sotto Natale, con l'occasione dei doni natalizi, il Granduca concede un incontro ai vertici della propria holding con rappresentanti dei due Stati, soprattutto per far loro un dono simbolico: una cena per la vigilia di Natale e scambiarsi così dei suggerimenti per il futuro.
Visto che tra i vertici della holding erano presenti anche quelle persone, che contano in alto loco, si convenne che una cena tra amici era quella che ci voleva in quella particolare fase di stallo.
Pietrantonio si dichiarò favorevole e accettò scegliendo come sede Costa Fiorita, dicendo: "Credo che non c'è posto più adatto di casa mia, per fare una rimpatriata di grandi amici e per godere i cibi natalizi, tipici della mia terra".
Accettarono tutti, senza suggerire soluzioni alternative.
Si arrivò a Natale, con grandi preparativi per i festeggiamenti e per i piccoli doni, prevalentemente fatti di gustosissimi cibi, da portare a casa, per il resto delle famiglie, che non erano presenti.
Se vogliamo usare uno sproposito, diciamo che erano presenti solo i grandi della terra, che si davano appuntamento per i loro affari, non sempre spontanei e lineari. Questi, a volte, si concretizzavano solo grazie alla diplomazia e proprio nel percorrere vie, che non sono chiaramente percorribili, ma necessarie, per evitare incomprensioni di vario genere.
Sono quei ritrovati compromessi, che muovono il mondo nei livelli più alti e perché no anche in quelli terra terra, cioè: se tu dai una cosa a me, io do una cosa a te.
Questo equilibrio fu trovato e tutti mangiarono; bevvero e si divertirono, soddisfatti degli accordi raggiunti con la holding del Granduca di Costa Fiorita.
Gli ospiti partirono per le loro destinazioni, solo il giorno di Santo Stefano; mentre i dirigenti della holding si riunirono il giorno successivo, per mettere a frutto gli accordi convenuti e portarli di fronte ai funzionari degli Stati concorrenti, per trasformarli in documenti liberatori. Solo che, per far questo, si dovevano anche attendere le varie delibere parlamentari dei due stati.
Mai come questa volta tutto è andato celermente a posto e la collaborazione è divenuta efficacissima ed anche estemporanea, se fosse stato possibile; ma, per fare deliberare collegialmente, occorre sempre del tempo e la estemporaneità non concorda con quest'ultima necessità.
Gli uffici, preposti a vagliare le proposte di lavoro ed assegnare unilateralmente l'appalto, convennero che il primo fosse assegnato alla holding di Costa Fiorita, nel disporre delle macchine, capaci di elaborare la brina marziana e le stesse polveri, provenienti da Marte, con la capsula automatica: quella rimasta su Marte, proprio per raccogliere altro materiale e portarlo sulla terra.
Tutti lavorarono, per essere pronti a produrre la guaina, da inviare nuovamente su Marte, per coprire una consistente superficie di questo pianeta, allo scopo di raccogliere un quantitativo sempre maggiore di brina marziana, per arrivare a soddisfare i bisogni sempre crescenti di detta guaina, così pure per la vernice, detta bivalente, cioè capace di formare un campo magnetico, per regolare la gravitazione di un corpo estraneo, nell'atmosfera del pianeta.
Solo tre settimane dopo, la capsula diede il segnale di rientro e quindi fu pronta a portare a casa il prezioso carico, solo che questa volta i nostri scienziati la bloccarono nell'atmosfera terrestre. Infatti sorpresero tutti, ancora una volta, con una trovata geniale e cioè quella di andare incontro, nell'atmosfera terrestre, alla capsula. con un vettore o cargo, che l'agganciasse e la inglobasse dentro di sé, in un vano sterilizzato, affinché nessuna particelle della polvere cosmica andasse persa, ma ben raccolta, per fare nuovi esperimenti, vista la preziosità di quella materia.

L'idea venne recepita con entusiasmo, da parte delle autorità, e messa subito in pratica, anche se il tutto fu fatto alla meno peggio, per la brevità del tempo, a disposizione delle maestranze.
Tutto andò però per il meglio; la capsula fu agganciata ed inglobata all'interno del cargo spaziale e portata a terra.
Si capì subito che da quel momento tutti i veicoli spaziali sarebbero stati intercettati, agganciati e sarebbe stata recuperata quella preziosa materia, proveniente dallo spazio stellare. Questo sistema faceva guadagnare tempo e danari a tutti e metteva prontamente a disposizione degli scienziati buona quantità di materiale cosmico, per trasformarlo in altri prodotti, altamente scientifici e fortemente tecnologici.
Si aprì una nuova finestra di interventi, nello spazio aereo, sia terrestre, sia interplanetario, quindi: nuovi orizzonti per impiego di tecnologia spaziale, di altissimo livello, ma con un indotto a terra, da impiegare maestranze del settore e non, insomma nuovo lavoro altamente redditizio e di alto livello professionale, capace di attirare i giovani alla nuova apertura tecnologica.
Vi furono diversi stadi di impiego, nei settori più vari, sia per la vita quotidiana di semplici cittadini, che di professionisti, attenti alle nuove attività nel settore della produttività.
Insomma le nuove materie, intraviste dagli scienziati della holding di Costa Fiorita, dell'America e della stessa Italia, avevano infiniti possibilità di assorbire manodopera, non solo nella ricerca, ma anche nell'impiego a tempo indeterminato.
La notizia di una simile espansione, nelle ricerche, fece registrare una forte richiesta di partecipazione di giovani studenti, indirizzati verso le ricerche spaziali e soprattutto per le nuove materie, provenienti dallo stesso spazio.
Questi nuovi orizzonti della scienza permisero ai governi di selezionare quei giovani più promettenti e di inserirli nei loro programmi statali.
Tutto ciò portò il programma, già stipulato con la sicurezza interna, a un rallentamento delle nuove spedizioni nello spazio interplanetario.
Si verificò, dunque, proprio quello che cercava il Granduca; ossia prendere tempo, per meglio organizzarsi e fare una nuova controfferta agli Stati, concorrenti alla realizzazione del progetto della brina marziana.
E quindi si ebbe il realizzo di quella guaina, tanto ambita da tutti, per la sua incredibile resistenza a tutte le sollecitazioni.
Tutte queste cose portarono i grandi uomini ad impegnarsi alla meglio, per fare affari con la Nasa, per arrivare primi a iniziare nuovi esperimenti a tutti i livelli.
Vi riuscirono agevolmente, proprio perché le risorse statali erano passate da un minimo ad un massimo di invertibilità.
Le finanziarie statali ebbero un aumento vertiginoso, proprio per questa corsa sfrenata ad accaparrarsi una fetta del suolo cosmico, cioè di quei pianeti già raggiungibili e soprattutto per arrivare a sondare le possibilità di trovare delle "Nuove" ed ottenere un qualche privilegio.


Opera virtuale di Gianni Latronico

DEDICATO AL CASTELLO

Come
una nave
tra le nuvole
con un grande faro
svettante nel cielo
era l'apparizione
del bel castello
nell'algida isola
dei sogni onirici
Un'ampia cascata
con potenti gruppi
elettronici e una centrale
idroelettrica dava origine
ad una fantasmagorica
illuminazione artificiale
e ad un lago balneare
ricoperto da una lastra
di fine cristallo per la
giusta temperatura
Una fitta variegata e
lussureggiante vegetazione
era frequentata da animali esotici
lieti di divertire il selezionato pubblico
di grandi e piccoli che ad una certa distanza
vedevano apparire il fantastico castello
per poi vederlo subito dopo scomparire
a seconda dei giochi delle luminarie
ivi installate e del particolare vapore
acqueo della montagna abitata
da bei gnomi fate turchine
che rendevano il tutto
i n c a n t e v o l e

Gianni Latronico

QUINTA PARTE

In Groenlandia i traffici di Pietrantonio si infittiscono e tutti devono assoggettarsi ai suoi servizi, per raggiungere la nuova isola, che da ora in poi chiameremo "Isola dei Sogni".
Il signore, che aveva preceduto il nostro Granduca nell'acquisto, a causa delle continue guerre africane, si trovava in difficoltà economiche e una buona liquidità faceva veramente comodo sia alla sua famiglia, che agli impegni, presi come capo dell'esercito, da lui sostenuto nella guerra del suo popolo.
Arrivò al punto di dover chiedere, al Granduca di Costa Fiorita, di acquistare l'Isola dei Sogni, visto che tanto aveva fatto, per averla e tanto continuava a fare, per non permettere agli altri di sfruttarne le risorse. Vendeva perché, non solo gli serviva del liquido, ma soprattutto perché, così come si erano messe le cose, non gli poteva servire allo scopo, per cui aveva investito una montagna di soldi.
Lo scopo era quello di rifugiarsi con i suoi fedelissimi in quell'isola, in caso di sconfitta o di altri problemi. L'isola non era più sconosciuta, ma conosciutissima e controllatissima proprio dal Granduca, tanto che non la si poteva raggiungere sia via mare, sia via cielo, se non facendosi registrare e pagando il passaggio proprio a Pietrantonio.
Quindi, non era proprio il caso di tenere un rifugio del genere: non solo per il costo, ma soprattutto, per la continua vigilanza, che la rendeva assolutamente attiva, diligentemente eseguita.
Pietrantonio accettò subito l'offerta, ma la ridusse a più della metà di quanto era stata pagata. Eppure, il costo non era eccessivamente alto per lui e la riduzione era dettata solo dal senso degli affari.
Il magnate, fautore della guerra africana, che tale non era più, vagliò bene l'offerta, che era fortemente in perdita, ma che l'incalzare della guerra e l'embargo, messo in atto dagli Stati confinanti e dalle grandi potenze, fecero salire esponenzialmente, a causa dei prezzi di approvvigionamenti, di armi, di munizioni, di viveri e di medicinali, per se è per i suoi guerriglieri.
Questi eventi e misure straordinarie di restrizioni fecero decidere il signore della guerra ad accettare quell'offerta ingenerosa o da strozzino, che dir si voglia. Così si sbarazzò di quell'isola, che gli portava solo costi.
Non appena, Pietrantonio ebbe i brevetti di vendita e, divenuto il nuovo proprietario dell'Isola dei Sogni, lì fece intestare ai suoi amatissimi nipoti Pietro ed Alessandro Giovanneo de Monte d'Oro, nella misura del cinquanta per cento dell'Isola e di tutto quello che avrebbe realizzato in essa, nell'ultima parte di sua vita.
Infatti radunò tutti i suoi ingegneri ed architetti, affinché gli proponessero dei progetti, per realizzare nell'isola un castello, che doveva essere l'ottava meraviglia del mondo e la prima in assoluto della nuova era tecnologica.
Si cimentò il fior fiore di professionisti, architetti e ingegneri, di fama internazionale. Ognuno portò un progetto, che era veramente un gioiello di gran valore, ma quello che fu accettato aveva del passato, del presente e del futuro. Era una nave ancorata sulla cima della più alta montagna dell'isola.

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