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IL GRANDUCA DI COSTA FIORITA
(L'Isola che si vorrebbe possedere)
di Pietro Giovanni Lucarelli

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Era da costruire su una lastra d'acciaio inox spessissima, messa a modo di cappuccio a quella bellissima montagna, perennemente coperta di ghiaccio, c'è da dire inoltre che tutto il materiale, con cui si doveva costruire, era temperato, per non essere scalfito sia dal caldo, che dal freddo.
Portava la forma a guglia, in modo che il ghiaccio non poteva attaccarsi, ma solo accumularsi ai suoi piedi e creare così una cinta ghiacciata inattaccabile, su cui si creava un aeroporto al solo servizio del Castello o Nave, che dir si voglia.
Chiamatela pure come volete; questa però aveva alla sua base, come appena accennato, uno spiazzo grandissimo, tanto da poterci atterrare aviogetti di diverse dimensioni, dagli aerei, a decollo verticale, ai piccoli e medi aerei di trasporto merci o passeggeri.
Inutile dire che questo progetto fu ritenuto davvero avveniristico, ma tale che aveva sia la sicurezza degli storici castelli, che la comodità e la grandezza del presente, sia inoltre la più importante ineguagliabilità e assoluta unicità al mondo, proiettato nel futuro.
Passarono alcuni anni, prima che il castello venisse costruito, visto che i materiali, per realizzarlo, erano tutti speciali, dall'acciaio al cemento, ai vetri, ma soprattutto ai mezzi meccanici, che dovevano operare a simili altitudini. In più, questi ultimi dovevano arrivare sull'isola con aerei a decollo verticale, almeno nei primi momenti; poi si passò a creare delle piccole oasi, abitate nei livelli bassi.
Centri questi, che dovevano creare una prima comunità di servizio al castello: quest'ultimo era da raggiungere con filovie ed aerei particolari.
Si trasformò così quell'Isola in un vero paradiso terrestre.
I pochi privilegiati, che l'abitavano, erano prevalentemente stipendiati dalla holding di Costa Fiorita, fino a quando altri uomini chiedevano di risiedere e di avere una propria casa e residenza senza obblighi, nei confronti del Signore dell'Isola dei Sogni.
Intanto i lavori iniziarono con una certa lentezza, per i troppi problemi logistici; ma non appena una discreta sistemazione, per quei pionieri, si concretizzò, i lavori dovettero accelerare e guadagnare tutto il tempo perduto. Il castello doveva essere realizzato non oltre il secondo lustro, dal matrimonio della sua amata figliola, e quindi, per il decimo compleanno dei nipotini, voleva tener una grande festa, memorabile non solo per l'Isola, ma per la Groenlandia tutta e per tutti quegli stati, che si servivano delle maestranze di Costa Fiorita o della sua holding.
Il miracolo accadde veramente e prima del previsto.
Pietrantonio fu soddisfatto di tanta precisione e del mantenuto impegno, da parte di tutti coloro, che lavorarono alla realizzazione di quel particolare castello. Questo dal basso appariva come una nave, in navigazione, tra le nubi e dall'alto solo come un puntino luminoso, costituito dal faro, che svettava nel cielo dalla punta della guglia.
Era uno spettacolo assolutamente unico al mondo, che si poteva ammirare sia dalle vicinanze dell'isola, che dal cielo, con un aereo appositamente noleggiato per il godimento di detto spettacolo sia di notte che di giorno, sin dal momento in cui l'illuminazione diventava perfetta, visto che la luce del giorno era quasi sempre attenuata dalla onnipresente nebbia.
A proposito dell'illuminazione, c'è da dire che, in un primo momento, essa era fornita da potenti gruppi elettrogeni, e poi da una centrale idroelettrica, realizzata dopo la costruzione di un'apposita cascata, sia per servire l'illuminazione, sia per formare un grandissimo lago, dove era possibile anche fare dei bagni, visto che veniva riscaldato a temperatura corporea, in tutto il periodo dell'anno.
Il lago era realizzato con le acque della centrale idroelettrica, creata su di un vasto altopiano, quasi a metà montagna, dove era quasi terminata la costruzione del castello.
Ma veniamo alle caratteristiche del lago, che non era grandissimo e che copriva solo tre ettari di terreno appositamente impermeabilizzato e che era servito da una rete di riscaldamento, per consentire la balnearità per tutti i giorni dell'anno.
Inoltre era coperto da una lastra di cristallo temperato, per ripararlo dai venti e, in minima parte, anche dal freddo, tanto per agevolarne il riscaldamento. Tutto intorno alla battigia, vi erano apposite aree, per ospitare compagnie teatrali o attori e musicisti, che fossero, per l'intrattenimento del selezionatissimo pubblico.
La megacentrale idroelettrica, che serviva tutta l'isola, invece, era poco più su del lago, quasi nascosta dalla vegetazione: una caratteristica questa assai apprezzata da tutti i visitatori, anche per l'assoluta silenziosità.
La cascata che l'alimentava era ben più rumorosa di tutto quello che si faceva sull'isola, ma che, con appositi amplificatori, modulatori e miscelatori di suoni, come il sibilo del vento e lo stormire delle fronde, si realizzava una colonna sonora, che accoglieva gli ospiti di riguardo, in visita nell'isola.
Anche la filovia, che dalla piana portava fino al castello, si può dire che appena la si vedeva, appariva come il castello incantato, proprio come quello abitato dalle fate. Infatti chi lo ammirava, da una certa distanza, lo vedeva apparire, per poi vederlo subito dopo scomparire, a seconda dei giochi delle luminarie, ivi installate e di quel particolare vapore acqueo naturale della montagna.
Ma torniamo un po' indietro e vediamo i grandi preparativi, per avviare un cantiere di queste dimensioni. Come abbiamo detto, l'isola era priva della presenza umana e quindi non vi erano tracce di alcuna civiltà, ma solo di animali anfibi.
L'uomo, per penetrarvi, ha dovuto portare sull'isola mezzi speciali, per non trovarsi in difficoltà, sia con la fauna, sia con la flora. Per potersi spingere nei luoghi impervi, gli animali, che erano potenzialmente pericolosi, venivano catturati e portati via mare o via cielo, in qualche zoo attrezzato, affinché quelle particolari specie non venissero estinte.
Gli elicotteri furono i mezzi più usati ed efficienti, per raggiungere ed assistere l'esercito di operai, che lavoravano febbrilmente alla realizzazione del progetto che, nel corso della sua realizzazione, subì varie modifiche in miglioramento, come quella di un particolare zoo, che fu inaugurato al centesimo compleanno del fervente patrono.
In soli sei anni di lavoro sorsero varie iniziative, che contribuirono ad alimentare le casse finanziarie del Granduca o la fabbrica dei soldi, come affettuosamente tutti lo chiamavano, visto che non era affatto un tirchio, come si potrebbe definire chi pensa solo ad accumulare ricchezza. Il nostro uomo, un gran benefattore dei poveri, ai quali elargiva ricchezze, ma anche stimoli a migliorarsi, era un vero nemico dell'ozio che detestava gli oziosi e che non lì accoglieva sotto la sua ala protettiva.
Basti pensare che in solo sei anni, sull'Isola dei Sogni, si insediarono volontariamente ben ottocento famiglie, formando una popolazione di oltre 2500 anime.
Detto questo, ci permettiamo di dire che Pietrantonio amava lavorare in prima persona, perché lo si sentiva di dire a tutti: "Fate come me, così anche voi sarete contenti e chi lavora con voi è lieto di farlo, giacché vede voi stessi lavorare e non si sente inferiore al proprio datore di lavoro. Io mai vorrei trovarmi a guardare un lavoratore e restare con le braccia conserte".
Ecco, questo è l'uomo, che possiamo definire giustamente più ricco del mondo, senza pensare ad un tizio, arricchitosi solo sulla sofferenza dei suoi lavoratori, ma che vi ha partecipato col sudore della propria fronte.
"La mia ricchezza è dovuta alla capacità di mettere a frutto il patrimonio ereditato da mio padre e da mia madre, poiché io sono portato sempre più a moltiplicare i miei averi, fino a portarli agli attuali livelli".
Il suo tatto dunque è d'oro, la sua anima è gentile, l'amore per i suoi cari è viscerale. Accoglie i bambini amorevolmente, come pure fa per il prossimo; è un uomo saggio che tutti vorrebbero avere come padre.
Ha amato una sola donna, la sua Geltrude.
Fine conoscitore dell'animo umano, egli è capace di scoprire ogni minimo dettaglio del pensiero altrui; giammai però di sfruttarlo a suo favore e, tanto meno, all'insaputa del soggetto stesso.
È dunque un grande uomo, saggio e riflessivo, pronto a prendere parte a qualsiasi iniziativa, per tentare di renderla sempre positiva e quindi apportatrice di bene, per molte persone.
Tale è appunto l'acquisto dell'Isola dei Sogni, che ha portato lavoro e ricchezza a tanta gente, visto lo sviluppo, raggiunto in così pochi anni.
Il popolo, che lo circonda, lo acclama con serenità, forse perché lui non richiede gabelle, ma volentieri assiste chi veramente ha bisogno, sempre che la sua condizione non dipenda dalla volontà di produrre ricchezze.
Non è così però per le persone sfaticate e perennemente scontente, forse a causa della ipocondria che si trovano addosso e non sanno da dove viene: sono questi "gli scontenti nati".
Ma vediamo da vicino la grandiosità dei progetti e delle persone, che vi lavorano e che fanno di tutto, per ottenere un qualche lavoro nella realizzazione e ancor più nel mantenimento e nella gestione di tutte quelle opere, ormai in fase di completamento.
Ovviamente, hanno la preferenza tutte le persone che, da qualche anno, abitano sull'isola, vero paradiso fiscale, visto che in quel posto vige solo la legge dell'onestà. Chi si macchia di azioni disoneste viene irrevocabilmente a perdere la principale qualità, richiesta per abitarvi, giacché tutto è gratuito, tranne il guadagnarsi giustamente da vivere.
Sono tenuti ad osservare questo canone di vita tutti gli abitanti, ma soprattutto gli stipendiati della holding che, per il loro privilegio, sono ritenuti dagli altri, come dei veri padroni del posto e della città, in via di formazione. Infatti sono chiamati a rappresentare i cittadini, quelle persone anziane, che non possono più continuare il loro lavoro, ma che sono fisicamente e mentalmente attive, nelle pratiche pubbliche.

Chiariamo per chi si domanda ma cosa è quest'Isola, di quale legge e di quale stato si parla? Non vi è stato, visto che è una proprietà privata; vige quindi la legge del padrone di casa e quella della natura e dell'ambiente. Tutto deve essere fatto secondo la natura, l'ambiente e il desiderio del proprietario.
Il piccolo esercito personale, al servizio dei residenti ma soprattutto addetto alla salvaguardia della natura e dell'ambiente, non ha potere di repressione, se si esclude l'allontanamento dall'isola; ha invece poteri di prevenire e quindi di avvisare una o più volte le persone, che involontariamente arrecano qualche danno a chicchessia.
Insomma, per non portarla per le lunghe, quell'isola era veramente il paradiso sulla terra, perché tutti potevano vivere liberamente e secondo la loro natura.
Arrivò il momento della consegna dei lavori da parte delle imprese, che li realizzarono. Tutti si apprestavano a prendere servizio, per far funzionare quel lembo di terra della Groenlandia, assegnato al nostro Granduca, patrono e signore unico di quel suolo.
Monica, nominata reggente dell'Isola dei Sogni, fino alla maggiore età dei figli, ha avuto un bel daffare, per selezionare le numerosissime richieste di persone super qualificate, per adempiere ai doveri richiesti: per la polizia, fior di poliziotti, per la centrale idroelettrica, il fior fiori di ingegneri ed operai specializzati, per la pulizia ditte specializzate e super attrezzate, per tutto quanto necessitava in un luogo da formare e proteggere. Per la servitù personale dei signori dell'Isola dei Sogni ci fu un vero e proprio concorso a livello nobiliare, con garanti, conosciuti direttamente dal Granduca, altrimenti tutte le richieste venivano cestinate.
Una volta completato tutto questo, si tenne l'insediamento di tutta la manodopera, sia primaria, che secondaria. Essa fu regolata sia pure senza legge, ma con una funzionalità, da far invidia agli stati più democratici, che si conoscono al mondo.
Con i nuovi arrivati sull'isola, la popolazione salì a oltre tremila anime. Crebbero così anche le famiglie, ormai stabili sull'isola che salirono alle mille unità.
Per gestire tutte queste presenze, si pensò a un capitano del popolo, che affiancasse la dirigenza della holding, a fare in modo, che tutti siano regolarmente censiti e vigilati negli spostamenti. Si era liberi di andare e tornare, ma non di scambiarsi con altri o di richiamare un qualche familiare o conoscente.
Il numero fisso delle presenze ammontava alle tremila unità, ma questo numero poteva essere superato solo con le nascite. Infatti, chi formava una nuova famiglia, doveva essere strettamente residente sull'isola, pena la perdita della residenza stessa e quindi l'allontanamento forzato dall'isola.
I nati sull'isola venivano registrati prima nei registri dell'anagrafe dell'isola e poi questa provvedeva a farli registrare nelle anagrafi dei paesi originari dei genitori o soltanto registrati nell'anagrafe internazionale della stessa Groenlandia, come da concordato e causa obbligatoria, sancita nei brevetti di acquisto dell'Isola, affinché la Groenlandia sapesse sempre chi vi abitava, come pure chi ne usciva definitivamente, sia per espulsione, che per volontà propria.
Pannelli luminosi, che riproducevano queste cose, si trovavano dappertutto; non appena si scorgeva un angolo differente dal campo visivo, in cui ci si trovava, compariva un nuovo cartello, che avvertiva i presenti a regolarsi di conseguenza. Videocamere satellitari riprendevano la vita stessa, che si svolgeva sull'isola.
Era regola prima da accettare, per essere a sua volta accettato in quella comunità.
Arrivò l'anno del centesimo compleanno, con palpitante attesa da parte di tutti i presenti. Sia per una maggiore sicurezza, per il vetusto signore, che per tutte le autorità, che lì sarebbero arrivate senza fallo, tutti volevano essere presenti a tale evento, che si annunciava sì montano, ma si prevedevano anche invasioni di ogni genere, dalle testate giornalistiche, che chiedevano di accreditare più inviati possibili, che dalle televisioni di tutto il mondo, per lo stesso motivo, ma anche da tanti studiosi, cineoperatori compresi.
Per mettere in ordine tutte queste cose, il Granduca in persona chiese al Presidente della Groenlandia di inviare nell'isola i suoi agenti per la sicurezza delle autorità, che dovevano partecipare e soprattutto per il mantenimento della già ottima amicizia del popolo, che gli aveva concesso tutti quegli appalti, che normalmente sono a carico dello stato territoriale, in cui l'isola si trova.
Il presidente gira al parlamento la richiesta e questo delibera la missione degli agenti sull'isola, a spesa totale del Granduca.
Il giorno fissato fu un venerdì del mese di giugno, giorno del compleanno di Pietrantonio de Costa Fiorita.
Risparmiamo al lettore di elencargli i nomi degli invitati, tra tutti i conoscenti del Granduca.
Nessuno mancò all'appuntamento con quell'amico, unico nel suo genere, sia per l'affetto, che per tutti gli altri addetti rappresentati.
Tutti i capi di stati portarono il loro staff e quindi il castello si riempì fino all'ultimo vano. Così pure toccò alle dipendenze ed alle strutture alberghiere, destinate ai turisti ed agli operatori di passaggio o presenti per l'occasione.
Tutto si svolse come da programma e non vi furono sorprese, anche perché queste venivano previste, prima ancora che potessero accadere, grazie proprio a quel servizio di previsione, quasi volontario e viscerale, nel volere, a tutti i costi, conservare quella tranquillità, che in pochi anni si era creata nell'isola.
I gendarmi della Groenlandia fecero il resto, cioè allontanavano o arrestavano i non desiderati e i facinorosi che si presentavano con tutti i mezzi, sulle sponde dell'isola.
Fu un venerdì memorabile per tutti, perché arrivarono sull'isola compagnie di grandi tradizioni teatrali, per allietare le autorità di mezzo mondo.
I palcoscenici, realizzati sulle rive del lago, erano pieni zeppi di teatranti. con tanto di cartelloni, in diverse lingue, sempre preceduti da quella italiana. Mancava solo la voglia di scegliere questa o quella compagnia, questa o quella opera di grido o di grande portata storico-letteraria.
Tutto questo solo per i giorni, che precedevano il grande evento, ma quel venerdì fu davvero un giorno di gioia di tutti e di ciascuno dei presenti, perché tutti dissero la loro nei confronti del padrone di casa, che amabilmente li aveva invitati.
Infatti, tutti: chi in una misura chi nell'altra, a seconda delle proprie facoltà, portarono un pensiero, per ricordare all'amico il loro ringraziamento ed affetto nei suoi confronti.
Al termine dei ringraziamenti, per essere stati invitati, si passò al discorso del festeggiato centenario. Questi si alzò in piedi, con la vivacità di un quarantenne e chiamò a sé i nipoti, i genitori di questi, Monica e Giovanni, la sua amata Geltrude e Miriam, la mamma di Giovanni. Lui si pone dietro tutti loro, posando le braccia sulle spalle delle due anziane signore, e comincia il suo discorso, dicendo così: "Signori e Signore, carissimi amici tutti, nel salutarvi ed annunciare a tutti voi le mie ultime volontà, permettetemi di ringraziarvi tutti. Vorrei fare i nomi di tutti voi, ma vedete benissimo quanto tempo porterei via a questa festa. Quindi vi dico subito e dico ai miei nipoti che, se io oggi mi trovo qui a festeggiare sia pure i miei cento anni, stiamo in realtà festeggiando il compimento di una idea realizzata in toto, idea che mi ha seguito per tutta la mia vita. Se oggi la vedo realizzata, lo devo a tutti voi, quindi, cari figlioli miei, imparate da questa esperienza, che ha permesso a me di accumulare tutte queste sostanze e a tutti gli altri di accumulare le loro, proprio per aver condiviso un'idea e per averla portata avanti da parte di tutti, perché tutti vedevano in essa una reale possibilità di realizzarla, e così è stato.
Tutto questo è possibile, se non vi sono forzature ed imposizioni della propria volontà, ma se si sa scegliere la soluzione trovata, condivisa possibilmente all'unanimità; infatti quando ci si crede veramente tutti, la cosa è matematicamente realizzabile.
Di questo chiamo a testimoniare i miei soci e collaboratori tutti. Mi auguro che a nessuno di voi abbia fatto sia pure involontariamente del male e gli chiedo qui, in presenza di tutti, umilmente scusa e perdono.
Questo, oltre al pacchetto patrimoniale, vuole essere l'eredità d'amore per i miei nipotini. ma anche per tutti voi, amici carissimi. Se continuate così, non vi pentirete di aver seguito questo consiglio.
In quanto a voi, piccoli miei, sappiate che un socio di una qualsiasi società, affiliata alla holding, è e deve essere trattato alla pari con tutti, niente di più e niente di meno.
Le società, che chiudono il loro bilancio in perdita, vanno esaminate globalmente e va studiata la soluzione per una ripresa al guadagno, per uno, due ed anche tre anni di seguito, sempre prendendo in assoluta considerazione il verdetto del C.D.A. (Collegio Direttivo Amministrativo) generale, cioè il modo e la quantità di capitale comune, da rifondere nella società in perdita. Dopo di ciò, ognuno dei soci, a cominciare da quello di maggioranza, può rilevare la società in perdita, con i suoi fondi e sganciarla dalla holding, per collocarla sul mercato a suo piacimento.
È questa una regola collaudata e che a noi tutti ha dato i suoi frutti. Infatti, dalla mia partenza, da Costa Fiorita, ho con me tutte le società create o affiliate o acquistate nel momento del loro tracollo finanziario ed offerte alla holding, a prezzo reale, tanto è vero che gli stessi ideatori e creatori delle medesime società sono oggi qui tutti presenti, tranne ahimè quelli che hanno raggiunto la casa del padre. Ora vi dirò come intendo ordinare le cose con brevetti, da considerare immediatamente eseguibili, dopo la mia firma, perciò, come vedete, intorno a quel tavolo vi sono i notai, che stanno prendendo appunti e che stileranno le mie ultime volontà, dirette ai miei nipoti ma anche a tutti voi.

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