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GIOIA E NOSTALGIA DEGLI EMIGRANTI
( divagazioni sul mito di Anteo )
di Alberto Virgilio (*) |
Secondo la mitologia dell'antica Grecia, così ricca di fantasia e di
immaginazione, il gigante Anteo era figlio di Nettuno e della Terra, la
quale in funzione di madre gli infondeva sempre nuova forza ogniqualvolta
la toccava, tanto che per abbatterlo Eracle fu costretto a sollevare il
gigante in aria prima di riuscire a
strangolarlo.
Così l'inventiva mitologica volle allegoricamente rappresentare quella specie di cordone ombelicale morale che unisce
indissolubilmente le persone alla terra natale, suscitando il sentimento
dell'amore per la piccola e per la grande patria.
In questa parabola del rapporto tra l'uomo e la terra-madre si possono
cogliere i misteriosi legami che nella realtà sociale esistono e vivono, anche inconsapevolmente, in ciascuno di
noi con quel piccolo spazio
di terra e di cielo che ci dette i natali.
Sul piano psicologico le misteriose verità racchiuse nel mito di Anteo si
manifestano più apertamente nella coscienza degli emigranti, di tutti
coloro che per motivi di lavoro, intellettuale o manuale, si allontanano
dalla propria terra e ne vivono distanti nello spazio ma sempre ad essa
vicini con il pensiero e il cuore.
L'itinerario sentimentale di questi cittadini, diventati stranieri per
esigenze lavorative, può essere suddiviso
in diverse stagioni, ciascuna
con caratteristiche particolari.
La prima è quella dell'infanzia, dell'adolescenza e anche della prima
giovinezza. È la fase colorata della vita, che resta più indelebilmente
impressa nella memoria. Sono gli anni che precedono l'emigrazione.
Tutto il mondo che circonda prima il fanciullo e successivamente
l'adolescente e il giovane appare magicamente rivestito di bellezza e di gioia.
Le sagome delle colline, delle valli, delle pianure, si presentano
affascinanti all'occhio del figlio, offrono le loro verdi primavere, i
loro sorrisi di fiori e di alberi, mentre nel cielo incantevole
volteggiano le rondini come messaggeri di letizia e di amore.
La fisionomia del proprio paese, le case, le piazze, perfino i dirupi e le
rocce, hanno sempre un volto amico e materno, che culla i sogni e le
speranze, spingendo oltre i limiti del reale uno scenario di suggestione e
di attrazione nel quale il corpo e lo spirito si tuffano allegramente con
spontaneo senso di piacere e di godimento.
Nel primo periodo dell'esistenza la natura si presenta infatti sempre in festa, il rapporto tra i figli e la propria terra
è forte e costante, conferisce energia e vitalità a tutti, per cui non si avverte l'influenza del mito di Anteo.
Le cose cambiano in parte per coloro che vivono altrove ma tornano nella
piccola patria in età ancora verde. |
E' in questa situazione che la storia del gigante fa sentire il suo
peso.
Il rinnovato contatto con i luoghi della prima età esalta l'emigrato di
ritorno, gli offre tutte le immagini rimaste impresse nella sua memoria e
nel suo cuore. Egli rivede la
gente di una volta, il profilo dei monti e delle valli che si affacciarono
per primi alla sua ammirazione, sente di essere una specie di figliuol
prodigo rientrato nella casa del padre. Di qui tanta gioia e tante
amicizie rinnovate!
L'atmosfera e lo scenario di questi ritorni mutano però radicalmente con il trascorrere degli anni,cioè quando colui che sente il richiamo delle radici si
trova nello stadio
dell'esistenza che si chiama terza età o addirittura vecchiaia.
Neppure la magica forza di Anteo riesce a risuscitare nell'anziano
la gioia del rinnovato incontro con la sua terra. L'amore per questa
seguita ad albergare nel suo cuore, ma appare velato dalla patina del
tempo ed è soggetto soprattutto alla nostalgia e alla commozione dei
ricordi. Questi premono incessantemente sulla coscienza dell'anziano,
gli fanno saggiare la morsa degli anni passati, che riemergono ancora nella sua memoria alla maniera di tanti fotogrammi
d'immagini liete o anche meno liete, ma comunque rimaste ferme nello
scrigno geloso delle dolci rimembranze.
Si tratta di uno stato d'animo con i suoi risvolti certamente positivi (rivedere i luoghi sempre uguali della
giovinezza, anche se il paesaggio urbanistico non è identico a quello di
prima; incontrare qualche coetaneo o amico d'infanzia ecc.), ma
purtroppo presenta anche aspetti non completamente piacevoli causati dal
sentirsi, tra gente nuova, nella condizione di uno straniero in patria, di
un passeggero che transita per luoghi conosciuti ma ormai lontani dal ritmo della sua vita.
In tale atmosfera il Carducci rivide i "cipressetti, cipressetti miei"
della lontana fanciullezza, "fedeli amici di un tempo migliore" (nella poesia "Davanti San Guido), così come il Leopardi tornava
con il pensiero all' "ermo colle" dell'Infinito.
L'immagine della propria terra incisa nello spirito della fanciullezza
come in una tavoletta cerata svolge così una funzione catartica, cioè
purifica e allevia la malinconia della vecchiaia e la rende carica di
dolcezza nella culla dei ricordi.
Accettare questa realtà e rivivere nel cuore (ricordare significa appunto
rivivere psicologicamente gli anni passati) gli eventi della propria
esistenza è comunque segno di saggezza e di nobiltà dell'animo.
Una tale condizione potrebbe spingere gli anziani a dire "addio" per
sempre alla propria terra, ma la legge dell'amore per essa prende
in definitiva il sopravvento e tutto si conclude con l'augurale saluto
opposto, un ardente "Arrivederci!".
(*) Procuratore generale onorario
della Corte di Cassazione |