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Pubblichiamo dietro gentile concessione
dell'autore un articolo dell'Unità del 7 agosto ultimo scorso inserito
a pagina orizzonti riguardante una intervista al prof. Rocco Mango.
Colobraro, il paese che non si può dire.
I paesi della Lucania sono centotrentuno. Di questi, centotrenta sono
infelici, mentre il centotrentunesimo è arrabbiato nero. Questo paese
si chiama Colobraro. Per una strana assomiglianza lessicale, il paese
sembra chiamarsi così perché somiglia a una "columbaria", cioè a un
serpentario.
Questo paese sconosciuto è una collina rocciosa (da qui i serpenti),
un "eden" di ginestre, olive, boschi e canneti.
Colobraro è un piccolo paese della provincia di Matera - da capoluogo
dista una novantina di chilometri - e dai suoi pianori si possono ammirare
gli ineffabili calanchi del materano, i campi di grano sterminati, i
giardini di Tursi (il paese del grande poeta dialettale Albino Pierro),
le ricche coltivazioni di Policoro, le luci ammalianti di Valsinni (il
paese dove visse e dove tragicamente morì la poetessa Isabella Morra),
la diga di Senise, l'immenso lago artificiale che dà da bere alla Puglia,
e le mastodontiche tubature dell'Acquedotto Pugliese.
Gli abitanti di Colobraro - il paese più arrabbiato della Lucania -
sono appena millecinquecento, ma un tempo i colobraresi furono quasi
cinquemila. Dove sono finiti tutti i colobraresi? E perché sono così
arrabbiati Qual è il segreto di Colobraro? Ecco, il segreto di Colobraro
è che milioni di superstiziosi-imbecilli, in Italia, quando sentono
questo nome - Colobraro, appunto - si toccano le palle e fanno le corna
sul ferro.
Il paese materano, purtroppo, ha una brutta nomèa, che viene considerato
il paese della iella, delle "masiare", delle fattucchiere e dei sortilegi
d'amore - Colobraro è il paese che non si può dire, in definitiva.
Arrivo a Colobraro, nel pomeriggio di venerdì afoso di luglio. Ho guidato
sulla Sinnica con i finestrini aperti, facendomi intorpidire dal calore
del sole. Sulla mia destra, per molti chilometri, mi hanno tenuto compagnia
le tubature arrugginite dell'Acquedotto Pugliese, mentre in alto, sulla
rocca, come uccellacci della modernità sostenibile, ad annunciarmi il
paese c'erano alcune pale eoliche ferme nell'immobilità dell'aria. So
già, mentre salgo la strada dissestata che porta a Colobraro, che la
storia della iella e delle "masciare" è solo una leggenda nera, una
leggenda paesana senza nessun fondamento, ma voglio verificare, parlare
con la gente, capire la storia di questa assurda "condanna" secolare.
Parcheggio in piazza e mi guardo intorno. Decido di entrare nella chiesa
nuova del paese - quella vecchia fu colpevolmente abbattuta negli anni
Sessanta. Tre signore anziane recitano il rosario, ma non sono fattucchiere,
sono solo tre signore cattoliche molto devote. Esco, e mi faccio abbagliare
dal sole caldo. Una bella ragazza sta seduta, annoiata, davanti a una
macelleria, mentre un'altra ragazza, scura di pelle, entra trafelata
in un bar, e mostra orgogliosa un bel tatuaggio sulle gamba.
Parlo con un ragazzo seduto ai piedi della statua della Madonna. Fuma
e parla poco. Gli chiedo cosa c'è da vedere a Colobraro, ma lui mi dice,
con diffidenza: "Niente, non c'è da vedere niente". Lo saluto e ovviamente
non gli credo, ché un paese è sempre pieno di storie nascoste, di cose
belle. Mi fermo davanti al tabacchino e parlo con un signore. A bruciapelo
gli domando com'è nata questa storia delle "masciare", ma lui si irrita,
è sulle difensive, mi dice che di questo non vuole parlare, che in paese
c'è gente disposta a fare a botte, contro i superstiziosi. Gli dico
che non sono a Colobraro per inventarmi finte maghe, ma per conoscere
la verità, per sfatare una triste nomèa.
E per la prima volta sento parlare di un famigerato "avvocato", ma dopo
qualche secondo, come ci fosse davvero la provvidenza una macchina si
ferma e un uomo anziano mi fa segno di avvicinarmi.
È Rocco Mango, il mio salvatore, il mio Virgilio colobrarese. Mi avvicino
a lui e subito mi domanda, come fossi il rappresentante del governo
di Roma, se "abbiamo" trovato un accordo sulle pensioni. Gli dico che
passo le mie giornate a girare paesi e a leggere libri, e che di pensioni
non so nulla. Mi parla male dei politici italiani e mi chiede di seguirlo
con la macchina - mi porta a due chilometri dal centro, in un posto
chiamato Serra, in un "eden" di boschi e di panorami mozzafiato.
Subito mi accorgo di aver trovato la persona giusta. Il suo racconto,
infatti, coincide tout-curt con il racconto di Colobraro: "Ho fatto
per quarant'anni il maestro di scuola elementare.
Ho settantacinque anni. Di questo paese conosco tutto. Ho fatto finanche
le occupazioni delle terre negli anni Cinquanta contro i Berlingieri.
La storia della iella? Non c'è niente di vero, credimi. Io mi gioco
la casa, mentre tu ti giochi un caffè. Ci stai? Trovami una sola fattucchiera
a Colobraro, una sola testimonianza del passato, e io ti regalo la mia
casa".
Sto in ascolto, con le braccia incrociate. Poi gli domando com'è nata,
questa "leggenda nera", perché qualcosa deve pur essere accaduto,
negli anni che furono, per consolidare questo luogo comune.
Rocco Mango spalanca gli occhi e si accalora: "Sai com'è nata questa
stupida leggenda? È nata dal fatto che nei primi anni del Novecento,
a Colobraro cìera un grande avvocato, Biagio Virgilio, che era il miglior
avvocato del materano. Vinceva tutte le cause, aveva una testa grossa
così. Ovviamente era invidiato, soprattutto a Matera. Un giorno, mentre
discuteva animatamente con alcuni colleghi, che evidentemente non sopportavano
la sua bravura, cadde a terra un grosso lampadario. Tutti pensarono:
'Ecco questo porta iella, adesso abbiamo capito perché vince tutte le
cause'. E la nomèa dilagò a Matera in un batter d'occhio.
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Biagio Virgilio, il grande
avvocato, divenne 8ingiustamente l'innominabile. Poi, con gli anni a
venire, ogni volta che uno passava davanti a Colobraro, subito pensava:
'Questo è il paese dell'Innominabile': Il passo fu breve. Nel volgere
di pochi anni l'intera Colobraro divenne innominabile, e così si diffuse
la leggenda del paese della iella. Ma qui di fattucchiere non ce ne
sono mai state, né ieri né mai".
Diventiamo amici, io e Rocco Mango. Il sole arancione - e ancora caldo
- si spegne superbamente all'orizzonte. Entra nella ia macchina e mi
guida per il paese - mi porta nel ristorante di Raffaele, un suo ex
alunno, e mi mostra il convento del XII secolo. Il suo racconto non
ha sosta: "Il nostro paese è stato rovinato da questa leggenda. I ragazzi
emigrano da sempre. Molti si vergognano di dire sono di Colobraro. Io
invece ne approfitto. Sai che faccio? Se vado a Matera in qualche ufficio,
basta che vedo una lentezza burocratica o un'ingiustizia, e subito dico
ad alta voce: 'Devo rientrare a Colobraro, è tardi!' Non appena dico
così, tutti mi trattano bene, come un Re. Sono imbecilli, e io approfitto
della loro imbecillità. Una volta la polizia mi fermò verso Altamura.
Avevo fatto un sorpasso azzardato. Il poliziotto mi chiese patente e
libretto, ma quando lesse che ero di Colobraro mi fece andare e mi chiese
scusa. Sono imbecilli, e io ne approfitto. Che altro devo fare?"
Rocco ride, ma un violento colpo di tosse spezza la sua ilarità. Sta
male, Rocco e io me ne accorgo. Mi guarda con i suoi grandi occhi verdi
e mi confessa il male oscuro che lo sta consumando: "Non ho mai fumato
una sigaretta, eppure ho un tumore al polmone. Faccio la chemioterapia
a Policoro. Ho avuto anche un tumore al colon, che mi hanno guarito
a Bari. Ma sono ancora vivo. Anzi, il male è come se non mi appartenesse.
Ci rido sopra. Non ho paura di morire. Tanto è un ciclo. Tutti dobbiamo
morire prima o poi, ma se ti deprimi è finita".
Rocco mi parla dei tempi andati: dei contadini di Colobraro (del loro
fiero individualismo, della loro mitezza, così diversa dall'aggressività
e dall'intraprendenza dei tursitani), di quanto in paese si coltivava
il cotone, di qu7ando Emilio Colombo (mammasantissima della Democrazia
Cristiana lucana e italiana, presidente del consiglio nei primi anni
Settanta) venne a Colobraro e, poco prima del paese, ridendoci sopra
(e ignorando il luogo comune delle gomme che si foravano in paese) bucò
una ruota della sua macchina. Rocco mi dice: "Sai perchè a Colobraro
si foravano le gomme? Perché le strade sterrate erano disseminate di
chiodi dei ferri di cavallo. Anche pesto, però, contribuì a rafforzare
la leggenda nera. E poi mi confessa il suo sogno segreto di una Repubblica
Indipendente della Lucania: "Se mettessimo il ferro spinato intorno
alla nostra terra, noi saremmo ricchissimi.
Abbiamo grano, abbiamo acqua, abbiamo petrolio. Siamo una terra ricca
e invece anneghiamo nella miseria e affondiamo nell'emigrazione".
In paese ci affacciamo da un piccolo pianoro. C'è Valsinni davanti a
noi, illuminata come un pugno di gioielli. Rocco sorride: "Adesso te
lo posso dire. A Valsinni un fattucchiere c'era. Si chiamava Zi' Giuseppe,
abitava verso il monte Coppola. Ma non capiva un fico secco. Quando
avevo vent'anni io stavo male, ero debole, non mangiavo. Mia madre gli
portò la mia maglia. Lui la annusò e disse che ero sotto gli effetti
di un sortilegio d'amore. Invece avevo una malattia vera. Altro che
sortilegio!", e ride di nuovo, stanco di aver parlato così a lungo,
di avermi fatto conoscere i suoi amici (il mite preside in pensione,
il finanziere con le guance rosse di mille viuzze), di avermi portato
a casa dei suoi parenti (una sua zia mi regala, per il viaggio di ritorno,
due buonissime focaccine ripiene di zucchine e di verdure), di avermi
messo a parte, in così poco tempo, di tutta la sua vita.
È quasi buio. L'aria si rinfresca. La zia di Rocco mi mostra, prima
di partire, la foto del marito morto - faceva il collocatore privato,
dava i nullaosta ai colobraresi che partivano per la Germania, la Francia,
la Svizzera. Rocco vorrebbe tenermi lì a lungo, ma è tardi. Il paese
mi sembra fraterno, di una fraternità assoluta. "Qui non c'è mai stato
un solo omicidio" fa in tempo a dirmi Rocco Mango, maestro di scuola
elementare, fiero cittadino di Colobraro, "e quando morirò, sulla mia
lapide scriveteci questo: 'Amò profondamente il suo paese'. Non scriveteci
altro".
No, non ci sono fattucchiere e "masciare", a Colobraro. Ci sono solo
uomini che hanno voglia di raccontarti i loro pensieri, indicando l'orizzonte
di una dolcissima Lucania.
E a Colobraro bisogna venirci perché è bellissima, e perché il paese
più offeso e arrabbiato della Lucania attende da decenni un gesto riparatore
dall'Italia dei superstiziosi e dagli imbecilli. Ma sono sicuro che
Rocco non morirà prima di questo gesto riparatore, che lui farà in tempo
a vedere il suo piccolo paese affollato di turisti, di colobraresi offesi
che che ritornano, di politici che finalmente si decideranno a dare
il secondo medico, visto che in paese ce n'è uno e deve farsi carico
di troppe persone. Sono sicuro che Rocco Mango farà in tempo a vedere
la grande festa di Colobraro, il paese che, nel 2007, assurdamente,
ancora non si può dire.
Andrea Di Consoli
è nato a Zurigo nel 1976 da genitori lucani. Attualmente vive a Roma,
dove lavora ai programmi radiotelevisivi della Rai. Collabora inoltre
a "l'Unità", a "La Sicilia" e a varie riviste, inoltre scrive sul "Messaggero"
e "Nuovi Argomenti". Ha pubblicato il saggio Le due Napoli di Domenico Rea Unicopli
2002), la raccolta di poesie Discoteca
(Palomar 2003) e i racconti di Lago negro
(L'ancora del Mediterraneo 2005), Il romanzo Il padre degli animali (2007) ha vinto il premio Mondello ed è finalista
al premio Viareggio-Repaci.
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