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Monili Celti
Chi non conosce la favola del concepimento di
Artù? La bella duchessa di Tintagel assediata nel suo castello, riceve la
visita di quello che crede il proprio marito ed è invece il re, Uther
Pendragon, innamorato di lei e trasformato dalla magia di Merlino, perché sa
che, coscientemente, la donna non commetterebbe mai adulterio.
Il tema non è poi nuovissimo: Giove era ricorso allo stesso stratagemma per
vincere la ritrosia della regina Alcmena, generando Ercole.
Nuovo è il peso morale dell’azione.
Mentre nell’antica Grecia il marito, tornando a casa, genera un altro
figlio, che sarà il fratellastro dell’eroe, nella versione medioevale il
vero duca, Gorlois, tenta proprio in quel momento una sortita e muore
lasciando la moglie vedova in balia del re. Così il bambino generato da un
amore tanto urgente … finirà per apparire bastardo agli occhi del mondo e se
la magia di Merlino gli farà conquistare lo stesso il trono, la povera madre
dovrà rinunciare a tutti i suoi diritti.
Che genere di potere è quello di Merlino?
Nel fortunato film di Boorman, “Excalibur” è chiamato: “magia del fare” e si
distingue nettamente dall’operato quotidiano, basato apparentemente su
conoscenze sempre esoteriche, ma meno importanti, tant’è vero che quando
anche la fata Morgana sarà ammessa a questa forma di conoscenza, la userà
per intrappolare il mago e causare la fine del regno di Artù. Non è escluso
che la fata, figlia legittima del duca, unica a riconoscere l’inganno fin da
quella notte lontana, operi anche per vendicare il torto subito dai suoi
genitori.
Dopo il successo del film, che è uscito nel 1981, l’America ha conosciuto
un’altra versione dei fatti, perché Marion Zimmer Bradley lancia nel 1982
“Le nebbie di Avalon” che è ancora la stessa storia, ma narrata da Morgana:
questa volta, al contrario, la magia non è altro che il potere dell’antica
religione ed è solo lo scontro coi valori cristiani che genera lutti ed
incomprensioni.
Oggi i film sull’argomento non si contano nemmeno più. A distanza di quasi
trent’anni il dibattito non accenna a spegnersi e sono sempre di più i
tentativi di ricuperare questo sapere antico, sentito oscuramente come una
risposta all’attuale globalizzazione, sia studiando la storia celtica, che
esaminandone la complessa eredità medioevale e l’inevitabile scontro con la
Chiesa.
Più attuale che mai dunque la domanda: ma chi erano questi Celti? Civiltà
ecologica ante litteram la cultura celtica contrasta faticosamente ai Romani
il primato territoriale in Europa. Apparsi nel 900 a.C. nella zona di Harz a
nord delle Alpi, i Celti si fanno spazio molto rapidamente, tanto che nel V
e IV secolo ne troviamo attestata la presenza in Francia, nell’Italia
settentrionale, in Puglia ed in Sicilia, in Spagna, in Portogallo, in Gran
Bretagna ed in Irlanda. Il IV secolo è anche quello del loro famoso sacco di
Roma, che tuttavia non occuparono stabilmente. Il secolo successivo invadono
la Grecia, saccheggiano il santuario di Delfi, raggiungono l’Asia Minore
dove formano la famosissima colonia dei Galati, una delle prime comunità
cristiane cui San Paolo invierà le propri lettere. Le popolazioni celtiche
infatti sono le prime a convertirsi al cristianesimo… ma con questo abbiamo
già percorso mille anni di storia e si comincia a fare un po’ di confusione.
Effettivamente parlando di Celti si pensa appunto alla fiera resistenza che
i Galli opposero a Cesare e poi all’ultimo bagliore dell’impero romano, fino
appunto agli albori del Cristianesimo, un po’ per la suggestione dei
fortunati disegni di Uderzo e Goscinny e un po’ per la fama di re Artù, che
viene presentato appunto come erede cristiano delle antiche usanze e la fama
di questa leggenda è tale che persino la mostra archeologica dedicata ai
Celti da Palazzo Grassi a Venezia nel ’91 li presentava in questo modo, non
com’erano, ma come il mondo greco romano li aveva rappresentati, a partire
dalla splendida figura del Galata morente sistemata all’ingresso che era
stupenda … ma di fattura ellenistica. Il fatto è che una mostra vive di
reperti e la favolosa civiltà celtica della sua epoca d’oro ci ha lasciato
pochissimo.
Gli archeologi preferiscono parlare di “cultura dei campi delle Urne”
prendendo le mosse dal più caratteristico dei riti in uso presso di loro,
cioè la cremazione del cadavere e la successiva conservazione delle ossa
residue e frante in urne sepolte a fior di terra: uso che parla già di una
concezione di morte fecondante tipica delle popolazioni agricole sedentarie,
nonché della volontà di dominare attraverso il rito questo mistero. Dalla
padronanza della morte, esorcizzata appunto nel rito e della vita, garantita
e regolata dalle risorse agricole, nasce una volontà di pianificare la
realtà che s’esprime in modo pacifico ed inarrestabile.
Primi agricoltori sedentari della civiltà europea, i Celti vivono in comode
case di legno, con focolari centrali rispetto all’abitazione e rudimentali
canalizzazioni per garantire l’acqua corrente vicino a casa, sono infatti
maniaci della pulizia ed hanno in orrore l’acqua stagnante. Attorno al
villaggio, sempre piccolo, s’erge un recinto circolare o una palizzata di
legno. Quando la crescita demografica li spinge ad occupare zone lacustri
“inventano” le palafitte, considerate ormai originarie della zona Alpina:
Neuchatel, Biel, Ledro, Cavriana, Fimon, fino ad arrivare ai nostri laghi,
soprattutto quello di Varese. Confrontata con quella dei cacciatori, la loro
è un’esistenza agiata: coltivano grandi cereali, conoscono la vite e gli
alberi di mele, allevano bestiame di grossa taglia, che viene lasciato
libero di pascolare anche sui campi coltivati, sacrificando qualche messe
alla concimazione della terra. Il numero delle vacche possedute è indice di
ricchezza dell’individuo: animale sacro per la produzione di latte ed
indispensabile come forza lavoro nei campi, non viene mai mangiato, come
ancora oggi in India … ed i contatti con la cultura vedica non si fermano
qui, come ha illustrato bene Dumezill.
Meglio cacciare cinghiali selvatici, o allevare maiali nelle zone della
foresta che non si prestano alla coltivazione. L’arrosto di maiale o di
cinghiale selvatico è quindi il piatto nazionale, affiancato da una bella
serie d’insaccati e salumi che permettono di conservare la carne cacciata
anche nei periodi di magra. La conservazione della carne e la produzione di
salumi è una delle caratteristiche di questa civiltà.
La caccia e la raccolta continuano ad essere due fonti di reddito importanti
anche in epoca storica, perché di fronte alla foresta l’attività
colonizzatrice s’arresta e solo in caso di grave necessità si bruciano gli
alberi per ricavare terra da coltivare. Infatti i Celti come i Germani
(talvolta è difficile distinguerli) ritengono gli alberi i progenitori della
natura vivente; venerano, il frassino del mondo, garante
dell’energia del cosmo e ritengono del pari intoccabili molte altre piante:
le querce, i tassi, il famoso vischio,
preferibilmente di quercia, che viene raccolto solo in caso d’effettiva
necessità, da mani pure, a digiuno, vestiti di bianco ed a piedi nudi,
offrendo in cambio alla foresta una libazione di pane e di vino, perché la
leggenda racconta che proprio quando il vischio fu strappato per la prima
volta dalla quercia, il buon dio Bälder venne a morte. In realtà il vischio
è un parassita e strapparlo non reca alcun nocumento, anzi … ma all’epoca in
tutt’Europa si pensava diversamente e lo stesso Enea per entrare nell’Ade
reca in mano un rametto di vischio … anche se qualcuno dirà che Virgilio,
essendo nato a Mantova, come esempio di mentalità romana è poco attendibile.
Analogo rispetto è nutrito nei confronti delle sorgenti naturali,
soprattutto quelle calde, spesso protette da tempietti, dimore di dee
benefiche e meta di pellegrinaggi. Fonti e terme erano considerate un
naturale punto d’incontro con l’aldilà. di solito quelle calde erano dimora
di divinità maschili e guerriere, mentre quelle d’acqua fresca erano
popolate da ninfe. Spesso l’intera sorgente era circondata da un recinto o
da una siepe e tutto ciò che vi cresceva dentro era considerato divino.
Sono del pari sacri la betulla, l’ontano, il melo, il sorbo, il
nocciolo, l’agrifoglio, la ginestra, l’edera, il biancospino e la rosa
selvatica, ma il loro potere è minore ed è semplicemente necessario
maneggiarli con cura, secondo le contemporanee concezioni dei Germani e dei
Greci che hanno fatto pensare ad una comune radice indoeuropea che solo
successivamente s’è differenziata in diverse civiltà.
Effettivamente nel XVI sec. a. C. l’Europa appare abitata da popolazioni
cacciatrici e nomadi, mentre il Mediterraneo è già interessato da diverse
culture, tutte di tipo agricolo ed attivamente dedite alla navigazione ed al
commercio. Poco prima della guerra di Troia, intorno al 1200 a.C., ci fu una
periodo di grande siccità, attualmente messo in luce dagli studi geologici,
che interessò tutta l'Europa e gran parte dell'Asia: si
abbassarono i livelli di laghi, paludi e lagune, il clima divenne secco e
caldo e le grandi foreste dell'Europa del Nord bruciarono per
autocombustione. |
 
Anelli Celti
Le popolazioni celtiche si misero in cammino in ogni direzione, alla ricerca
dell'acqua, sovrapponendosi più o meno pacificamente alle popolazioni
autoctone. Così i Dori giunsero in Grecia.
Molto probabilmente la siccità aveva creato qualche tensione, perché, se l'Ellade
è affacciata al mare, l'Arabia e la Mesopotamia dovevano essere gravemente
afflitte dalla carestia ed è verosimile che i nuovi arrivati, con splendide
armi di acciaio, suggerissero agli abitanti dell'Egeo di piegare l'arroganza
commerciale di Troia. O forse, più semplicemente, si impadronirono con la
forza di tutto il territorio.
Quel che è certo e che ci fu anche qualche complicazione sessuale.
L'idea che davvero fosse stata rapita la regina di Sparta e su istigazione
di una dea per di più, è chiaramente una finzione poetica, ma i cacciatori
nomadi hanno il culto del sangue e della fedeltà, mentre le popolazioni del
Mediterraneo erano abituate ad una netta divisione tra i sovrani a cui tutto
era permesso ed una folla di schiavi sottomessi.
Non per nulla l’adulterio resterà il tema fisso di miti tanto diversi nel
tempo e nello spazio … fino a quello d’Artù appunto.
L’amore sfugge al controllo sociale e genera insoddisfazioni e rivalità … ma
è impossibile vivere senza. Quando finisce la libertà ed inizia il dovere in
un campo così privato? È davvero impossibile proibirlo agli schiavi? Come
regolarsi di fronte a sistemi di vita tanto diversi? In Europa la
discussione s’apre presto e non si chiude mai.
Dall’incontro con la civiltà greca il mondo celtico ricava l’impulso di
portare a pieno compimento quel processo di antropomorfismo che già in
precedenza aveva dato un volto umano alle tempeste o alla natura madre. Il
cosmo, da sempre popolato di spiriti ed anime viventi, diventerà teatro
d’incredibili avventure mitologiche. In seguito si parlerà di divinità
indoeuropee perché anche l’austera India dei Veda concede ai suoi
agricoltori una religione variopinta tutta concentrata sull’adorazione di
statuette. Evidentemente proprio dallo stretto contatto quasi parentale
dell’agricoltore con la sua terra, nasce l’esigenza di forgiare un volto
divino fortemente coinvolto nelle vicende umane: Tyr il dio creatore dei
Germani è Jupiter latino e celtico, Taranucus in Dalmazia ed Ungheria, Zeus
in Grecia … non cambia neppure il nome. Tutti derivano dal sanscrito Dyaus=Dio
Padre, che poi altro non è che lo sposo della terra. Ma non basta: anche il
vento, il cielo, il mare hanno una personalità, anche se naturalmente il
loro potere è più modesto, per non parlare degli spiritelli che animano le
fonti, gli alberi, i fiori. E se gli dei sono tanti che dire degli uomini?
L’originale distinzione fra schiavi e liberi, così chiara un tempo, si fa
decisamente problematica quando i servi ne sanno più dei padroni! Il famoso
sciamano guaritore delle popolazioni preistoriche s’occupa solo di gravi
malattie e morte, ma i sacerdoti degli innumerevoli templi alle divinità
agricole fondano tutto il loro potere sulla capacità di dominare gli
elementi: sanno evocare la pioggia per i campi della patria e fulmini sui
nemici … il concetto stesso di sacro s’evolve fino ad abbracciare ogni
aspetto della vita umana e più che mai son necessarie norme che indirizzino
bene la gente.
Ogni sacerdote pretende la supremazia del proprio tempio ed accusa le
pratiche altrui di idolatria e di magia. Ma se lo scontro fu diretto e
drammatico nella zona diremmo noi del “Medio Oriente” determinando appunto
una serie di guerre che in qualche modo continuano anche oggi, in altre zone
si determinò invece una fusione più o meno pacifica tra i nomadi e le
popolazioni stanziali, che vivevano d’agricoltura, a cui i conquistatori si
limitarono ad imporre un tributo in denaro, lasciando intatte le usanze
locali.
Ecco dunque una stratificazione della mentalità indoeuropea originaria: i
Germani sono probabilmente i custodi della tradizione più antica, i Celti,
come d’altronde gli Etruschi (che però non sono di stirpe indoeuropea), si
sovrapposero agli autoctoni, determinando un’originale mescolanza di
tradizioni e credenze. I Romani ebbero tutto l’interesse a presentarli come
feroci selvaggi da soggiogare ed infine i Cristiani, contando su molte
credenze comuni, soprattutto relative all’immortalità dell’anima, ottennero
una rapida conversione iniziale, cui seguì una grossa crisi man mano che
procedeva la conoscenza reciproca … ma scivoliamo di nuovo fuori dall’epoca.
Nel X sec. a. C. i Celti sono ormai sistemati nelle zone del nord ovest che
a ragione o a torto son definite celtiche. Dall’incontro coi costruttori di
megaliti dell’Inghilterra e della Francia occidentale doveva addirittura
scaturire una nuova civiltà, un “matrimonio felice” tra le credenze
originarie germaniche ed usi locali che molto probabilmente derivavano dalla
frequentazione dei marinai fenici o addirittura oltre, dall’Egitto. Esiste
effettivamente in Egitto il culto di Iside, la dea del Mare e della vita,
sorella e sposa di Osiride. La giovane coppia, narrano le leggende, si
distingueva da ogni altra per l’ingegnosità: Osiride scoperse la
coltivazione del grano e della vite, che andava sospesa sulle canne per far
maturare buoni grappoli d’uva, adatti a produrre vino; Iside la lavorazione
del lino, la parola scritta e tutte le favelle del mondo umano ed animale.
Insieme insegnarono queste arti agli uomini, che pur venerando tutti gli
dei, presero a servire i due con maggior entusiasmo, acclamando Osiride come
re. Come se questo non bastasse il giovane cominciò a girare il mondo,
insegnando a tutti gli altri popoli la coltivazione della terra e dove il
clima non permetteva la coltivazione della vite, insegnò a ricavare la birra
dall’orzo, ottenendo anche all’estero riconoscimenti e tributi. Non è
difficile vedere dietro al volto di Iside quello della Grande Madre adorato
dai costruttori di megaliti, che sostenevano appunto la sua provenienza dal
mare.
Abbiamo qui tutti i prodotti che caratterizzano la civiltà celtica matura …
ed un antico tabù, il matrimonio tra consanguinei, più tardi rimproverato
appunto dai Romani e fulcro del tragico amore tra Morgana ed Artù. Ma c’è
anche qualcos’altro: la severa religione dei nomadi, ispirata ad una
concezione trinitaria della divinità, dotata d’un potere creatore, uno
distruttore e guerriero ed uno garante del benessere e della salute, subisce
un progressivo condizionamento dai ritmi agricolo-sedentari, facendo posto
ad una miriade di figure minori. Naturalmente il mutamento potrebbe avere
motivazioni pratiche più che ideologiche: la folla di statuette che invade
gli spazi pubblici e privati potrebbe semplicemente significare che nel V
sec. a. C. vivono artefici migliori ed hanno a disposizione materiale più
ricco degli uomini dell’età della pietra. D’altra parte anche la
riproduzione di figure di animali sulle pareti delle caverne e l’esistenza
delle goffe statuette di fecondità può far già pensare alla speranza
d’instaurare un rapporto di magia simpatica tra i beni desiderati e la
capacità di rappresentarli.
Tuttavia solo il mondo celtico riconosce in quest’oscura esigenza un
rapporto consapevole e diretto. I riti atti ad assicurare fecondità ed
abbondanza convergono in un ben preciso atteggiamento religioso, che culmina
nell’atto di adorazione del Dio. Si instaura così un rapporto subordinato,
ma diretto, che riduce progressivamente il potere degli intermediari.
In Europa il primo rappresentato mentre riceve un atto di adorazione è
dunque un dio celtico: Cerunnos dalla testa abbondantemente
provvista di corna, che regge un cerchio in una mano ed una testa di montone
nell’altra. Troviamo quest’immagine su un reperto germanico e precisamente
sul calderone di Gundestrup ritrovato in area danese e risalente al 400 a.
C. Più o meno nella stessa epoca anche la religione vedica permette al
popolo di concretizzare la propria fede rappresentando i propri dei.
Ad adorare il dio straniero ci sono due animali già famosi nel mondo
sciamanico: il lupo ed il cervo. Inutile dire che saranno anche i
protagonisti delle saghe medievali. Il lupo grigio, in particolare, sarà il
compagno fedele di Merlino. Altre lastre del calderone rappresentano uomini
barbuti e fanciulle, ritratte in atteggiamento d’affettuosa intimità con
vari animali ed infine una inequivocabile sacrificio umano: una fila di
uomini attende d’essere sgozzata, mentre una fitta processione d’uomini e
cavalli assiste muta alla scena. Apparentemente sono dei suonatori di tromba
a regolare l’azione.
Se in tutte le società antiche la gente va e viene dall’oltretomba
continuamente e questo è forse sintomo della fragilità della vita, per i
Celti la morte è sempre condizione necessaria per ottenere prosperità e
salute al gruppo, mentre il singolo defunto entra in una nuova dimensione.
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