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I Celti: la magia del fare
di Mary Falco

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Non c’è ancora il concetto biblico di peccato originale: l’uomo nasce senza macchia, ma è sciocco e fragile, mentre il mondo è popolato di spiriti malvagi che han tutto l’interesse ad asservirlo. Alcune forme di vita sono addirittura casuali: i nani sono larve della terra, fortissimi e resistenti che solo con molta fatica arrivano ad un agire razionale, gli elfi dei boschi ed i giganti sono semidei, dalla vita lunghissima, ma vincolati al loro luogo d’origine e destinati a soccombere se il loro ambiente viene mutato ed infine esistono saggi dai poteri terribili. A ricordo del passato di cacciatori nomadi, si continuano inoltre a considerare sacri molti animali: l’orso, il corvo, il lupo grigio, il leone, il cervo, il cavallo, il serpente e qualche volta il gatto, suggestione egizia che si consoliderà soltanto in epoca medievale, insieme al mito del drago, simbolo del maligno o del potere terreno. S’è visto che i Celti non mangiavano le mucche, del pari non si cibavano d’uccelli, considerati animali sacri per il loro potere di muovere fra cielo e terra.
Gli animali non sono dei, ma possono esserne veicolo o messaggeri, perché a differenza dell’uomo non forzano l’equilibrio della natura con i proprio desideri e quindi sono considerati più sinceri e fedeli, tanto da poter ospitare un pensiero divino, mentre i boschi pullulano di piccole divinità silvestri. Tutte creature orgogliose, che non perdonano all’uomo la libertà di muoversi e addirittura di morire e poi rinascere. La reincarnazione così come la presenta l’induismo maturo è anticipata dal concetto di metempsicosi: l’anima è eterna e fragile, un niente può perderla, soprattutto in particolari circostanze della vita, come la nascita, la pubertà il primo incontro sessuale, mentre una morte eroica riscatta molte colpe.
Gli dei sono spiriti un po’ più potenti dell’uomo, ma non perfetti; possono abitare corpi d’uomini o d’animali e servirsene per realizzare i propri disegni. Sono generosi e vendicativi. Apprezzano il coraggio, il lavoro ben fatto e puniscono la codardia, la menzogna e la pigrizia. Gli uomini devono agire insieme, formando una società compatta ed ordinata e rispettando sempre gli impegni presi. Di fronte ad un’azione concorde e ben organizzata anche le forze maligne possono essere neutralizzate fino a diventare parte dell’armonia universale.
A differenza del mondo mediterraneo ed orientale, abituato al lavoro servile, i Celti stimano ogni lavoro ben fatto. La realizzazione morale diventa pian piano una necessità del mondo stesso e non c’è azione umana, per quanto modesta, che non reclami un premio o una punizione. Certamente al primo posto fra le attività c’era la caccia e la figura di guerriero, ma ogni mestiere aveva pari dignità ed era assolutamente indispensabile essere autonomi e saper far fronte alla sorte avversa esercitando bene il proprio mestiere anche con mezzi modesti. Man mano che nel gruppo cresceva ricchezza e benessere si sentiva l’esigenza di mostrarlo con lavori apparentemente inutili, atti a mostrare semplicemente la perizia e l’abbondanza: gioielli, ricami, incisioni parlavano di inverni tranquilli passati accanto al fuoco, arricchivano le feste di colori. Così anche l’agricoltura e l’artigianato, soprattutto il mestiere di fabbro, erano ritenuti degni degli stessi re. Importantissimo anche il lavoro di filatura e tessitura riservato alla donna. Si riteneva che il movimento meccanico e sempre uguale sottraesse la mente alla tirannia della ragione, mettendola in contatto con la divinità. Gli indumenti intimi che indossava l’uomo lo legavano alla sposa che l’attendeva a casa e spesso incantesimi protettivi erano rafforzati ricamando simboli sacri. Come presso gli Etruschi l’apprendimento della parola scritta era riservato alla donna: forse perché le mani dei guerrieri erano incapaci di reggere uno stilo o semplicemente perché nel chiuso del gineceo c’era più tempo per studiare. Certo per tutto il medioevo cristiano si conservò quest’usanza e la cultura letteraria fu strettamente legata al mondo femminile.
La stessa cura era riservata alla mensa, poiché si produceva tutto in casa, compreso il preziosissimo idromele, la bevanda degli dei. Non esistono dunque gesti inutili o che possano essere affidati al caso. Era questa la magia del fare? O la capacità d’inserirsi nell’equilibrio naturale senza forzarlo, come suggeriscono le innumerevoli favole di fate, gnomi e folletti? Gran parte delle “conoscenze magiche” che furono attribuite ai Celti sono in realtà il semplice frutto di una cura attenta delle cose. Un gusto del fare che si riscontra solo in chi lavora in proprio. Di vero, storicamente dimostrato, c’è senza dubbio una civiltà ormai stanziale piuttosto progredita con varie attività, ciascuna vigilata da un dio, che probabilmente venivano apprese mediante la pratica e l’insegnamento orale, con quella caratteristica confidenza col divino che era ancora delle corporazioni artigianali medievali, cancellate per sempre dalla Rivoluzione Francese.
Una nutrita classe sacerdotale garantiva l’ordine: al primo posto c’erano i druidi, che affiancavano i re e ne condividevano l’autorità. Non sono un’invenzione celtica, quanto piuttosto un perfezionamento della figura originale di sciamano-guaritore presente in tutte le società primitive. I Greci furono i primi a notare la sostanziale affinità coi Pitagorici. Il loro grande potere derivava dalle capacità divinatorie di cui li si riteneva dotati, in parte per intuizione naturale, ma molto di più per un apprendimento che durava circa vent’anni, rigorosamente orale e segreto, che comprendeva nozioni d’astronomia, erboristeria e chimica, diremmo oggi. Si faceva anche ricorso a sostanze allucinogene, ricavate da erbe, bacche e funghi. I druidi presiedevano ai sacrifici, organizzavano assemblee e riunioni, pianificavano le battaglie e naturalmente erano buoni medici, perché dalle guerre d’epoca, anche se vittoriosi, s’usciva sempre piuttosto malconci. Probabilmente il passaggio da sacerdoti a consiglieri del re e pianificatori di battaglie è causato dalla guerra coi romani, ma non abbiamo testimonianze precedenti.
La partecipazione ai riti sacri era ritenuto un onore e non c’era punizione peggiore che esserne esclusi. D’altra parte il mondo celtico, come quello germanico, non conosce la giustizia rigorosa di quello Mediterraneo: l’esilio era considerato il provvedimento più grave che la comunità potesse prendere nei confronti del singolo ed erano rarissime le esecuzioni.
Il sacrificio occupava un posto importante nel rito sacro. In tempo di pace si sacrificavano semplicemente animali, ma in casi speciali forse nei periodi più difficili della guerra o della carestia, si praticavano sacrifici umani, come mostra il famoso calderone di Gundestrup. Dapprima erano re e principi ad offrirsi volontariamente, per garantire la pace e la prosperità alla propria gente. In seguito si ripiegò invece sui prigionieri di guerra.
I druidi erano affiancati dai bardi o poeti, cui era affidata la tradizione orale di tutta la mitologia e dell’epica, aggiornata di volta in volta con le vicende politiche più importanti fino a costituire una vera e propria coscienza storica di gruppo. Per facilitare la memorizzazione d’una materia che aveva l’ambizione di risalire alle primi origini del mondo, si procedeva alla formazione di nenie e cantilene che si fecero via via sempre più perfette, fino a costituire una vera tradizione canora e musicale. Lo strumento celtico per eccellenza era l’arpa, ma si usavano con molta perizia anche il flauto (fabbricato con l’osso di un’ala di cigno) ed il tamburo. Mentre i druidi erano una classe sacerdotale ben precisa, in cui era difficile essere ammessi, quella dei bardi era più aperta e non pochi giovani che gravi ferite di guerra toglievano dalla vita attiva si dedicavano alla poesia o alla musica, ricavandone un’esistenza dignitosa. Grandissima importanza era attribuita alla danza, sempre di gruppo, che accompagnava tutte le celebrazioni pubbliche.
Infine c’era la categoria degli indovini, a cui era riservata la cura delle questioni pratiche: divinazione, magia, guarigioni.
Secondo molti studiosi il mondo celtico riconosceva una perfetta parità fra uomo e donna, ma le notizie storiche che dovrebbero avvalorare questa tesi scarseggiano. Quel che è certo è che sapevano leggere e scrivere, ma non dimentichiamo che il mondo greco e romano riservava questo compito agli schiavi. Le sacerdotesse, che pure erano numerose e stimate, s’occupavano prevalentemente dei problemi relativi alla gestazione ed al parto e se si ricordano numerose poetesse, nessuna affiancò mai ufficialmente un re, ne’ partecipò ai sacrifici cruenti, da cui erano generalmente escluse. Come sempre mancano gli elementi per sapere quale fosse la vita in tempo di pace. Forse gli stessi sacrifici rappresentano un sintomo di insicurezza e normalmente il contatto con gli dei era garantito semplicemente dalla divinazione.
In questo caso i veggenti, maschi e femmine, costituivano in principio una classe sacerdotale compatta, che fu progressivamente esautorata dai druidi man mano che la guerra con Cesare impose un comportamento bellico per sopravvivere. Naturalmente è solo un’ipotesi. In ogni caso i Romani perseguitarono soltanto i druidi, per cui tutti gli altri sopravvissero tranquillamente fino all’avvento del cristianesimo, a cui si convertirono con entusiasmo, aggiungendo alle proprie facoltà magico-pratiche la scrittura. Dai conventi della Bretagna e dell’Irlanda ci giungono infatti le prime opere mitologiche sulla religione celtica, anche grazie alla straordinaria opera di San Patrizio, che diede al cristianesimo un’impronta eroica ed ottimista, sottraendolo completamente al pessimismo agostiniano del mondo mediterraneo e legittimando lo studio in tutte le sue forme. Ancora una volta, mirando le splendide miniature e le migliaia di opere salvate dall’oblio, ci viene in mente “la magia del fare” come movente credibile di tante azioni.
Il cristianesimo di San Patrizio riduce al minimo l’ossessione del peccato e rilancia l’azione umana … ma è anche ormai lontano dalla preistoria!
Tornandoci osserveremo che le madri di famiglia godevano d’indiscussa autorità, realtà rispecchiata nel culto delle “matrones”, una trinità femminile garante dell’abbondanza e del benessere della comunità.

Quando i Celti si lasciarono “contagiare” dall’usanza ellenistica di rappresentare gli dei, le matrone divennero tre placide donne sedute su un unico trono: una allattava, una srotolava una pergamena e la terza reggeva dell’acqua lustrale. Tracce di queste sculture, sempre esterne, spesso poste a custodia dei crocicchi, sono state rinvenute a Milano, Nìmes, Clèves, Lione, Colonia, Nizza. A proposito, il trono stesso, inteso come sedile con schienale, era riservato alla madre. Tutti gli altri sedevano accovacciati per terra. Comunque è veramente un po’ poco per parlare di superiorità femminile. Non esiste nessuna notizia di donne sterili stimate e ben inserite: tante cure riservate alla madre, in una società essenzialmente guerriera, fan pensare più facilmente ad una precauzione per garantire la continuità delle stirpe nonostante l’alta mortalità maschile, più che alla stima della donna in quanto tale.
L’aspetto forse più affascinante della società celtica è l’organizzazione di un calendario lunare di tipo strettamente agricolo, in base al quale vengono stabilite le feste, che tra l’altro rappresentano l’espressione più completa della sacralizzazione del tempo.
La festa di “Samain” era la più importante presso i Celti e si svolgeva, concomitantemente alla levata eliaca della stella Antares, nei giorni che separavano l’anno vecchio da quello nuovo. Doveva inoltre soddisfare alcuni vincoli lunari essendo celebrata nel sedicesimo, diciassettesimo e diciottesimo giorno del mese di Samonios, come stabilisce il Calendario di Coligny, e quindi due, tre e quattro giorni dopo l’ultimo quarto di luna.
In questa data, che solo successivamente si fece coincidere con l’attuale 1 novembre, si riportava il bestiame al riparo e s’iniziava la vita in comune all’interno dei villaggi, mentre il 1 maggio, al contrario, si riprendevano tutte le attività all’aperto. L’anno era dunque diviso in due parti: la metà chiara, che coincideva con la bella stagione e quella scura. Le due date tuttavia non erano fisse come nel nostro calendario, ma calcolate di volta in volta dai druidi ed il momento di passaggio alla stagione invernale non apparteneva a nessuno dei due e si collocava quindi fuori dal tempo. Quella notte venivano a cadere le tradizionali barriere che dividevano il mondo reale da quello, diremmo oggi, “paranormale” e quindi la separazione tra vivi e morti. Sam vuol dire al tempo stesso riunione e fine dell’estate. Ancora oggi il mese di novembre è chiamato in Irlanda “Samain”.
A Milano da otto anni si celebra questa festa in tutto il suo antico splendore, in considerazione del fatto che in questa data potrebbe essere collocabile la fondazione del nucleo gallico della città, allora nota come “Medhelanon”, da parte di Belloveso, principe gallico che condusse in Italia, attraverso le Alpi, il surplus della popolazione di svariate tribù galliche transalpine.
A distanza di tre mesi il 1 febbraio si procedeva a speciali riti di purificazione e si faceva passare il bestiame attraverso cerchi di fuoco. In epoca cristiana la festa corrispondente è la presentazione di Gesù Bambino al tempio e la purificazione di Maria, che cade appunto il 2 febbraio.
Nessuna cristianizzazione invece per la festa primaverile del 1 maggio, il secondo capodanno celtico, cioè l’inizio della bella stagione, che è una delle poche ricorrenze civili rimaste cioè la festa dei lavoratori. Se l’inverno suscitava timori e preoccupazioni, da placare solo con la gioia del raccolto appena riposto, la buona stagione al contrario è piena di aspettative liete… ma giunge spesso al limite delle risorse disponibili.
Bisogna dunque portare il sacrificio al massimo grado. La notte del 30 aprile tutti i focolari di Bretagna si lasciavano spegnere completamente. Al buio più completo ci si riuniva in un luogo convenuto, che poteva essere una radura o la piazza del villaggio, dove i druidi accendevano un grande fuoco a mani nude, con la forza del pensiero. I romanzi di Bevilacqua raccontano che i contadini romagnoli riuscivano a ripetere il miracolo… strofinando un po’ di zolfo sulle mani callose. Comunque fosse ottenuto era un espediente di grande effetto. Alla luce del nuovo fuoco si levava un albero scortecciato, che poi veniva guarnito di ghirlande, si danzava in cerchio, mentre i ragazzi più arditi camminavano addirittura sulle braci, si celebravano matrimoni collettivi, si eleggeva una “reginetta”, probabilmente la più bella del paese, che era portata in trionfo vestita di bianco ed incoronata di rose e “restava in carica”, non si sa con che poteri, fino al maggio successivo. I festeggiamenti duravano diversi giorni, in cui gli innamorati dormivano all’aperto, in capannucce di rami e fronde, solo alla fine erano riportati i fuochi nelle case. La Chiesa proibì severamente il fuoco sacro, finendo invece per tollerare tutto il resto. Da Carlo Magno in poi questa data segnava l’inizio dei tornei e della stagione guerresca, che per gli antichi romani iniziava a marzo. Cambiamento di clima ed anche di mezzi, perché l’esercito romano era prevalentemente di fanti, mentre nel medioevo si trattava di cavalieri ed era necessario attendere che l’erba potesse nutrire i cavalli.
Tra fine luglio ed il primo agosto cadeva la festa del dio Lug (è appunto una delle etimologie di questo mese), Apollo celtico protettore delle arti e garante della fecondità: la terra veniva fecondata da un sacrificio e poi si celebrava un matrimonio ierogamico: una sacerdotessa interpretava la Dea Madre ed il re il fortunato coniuge. Tutti gli astanti seguivano il buon esempio, che si riteneva propizio alla fecondità dei campi. Inutile dire che alla Chiesa non piacque neppure questa festa, ma non la temette come il fuoco del 1 maggio.
Se il capodanno celtico è festeggiato a Milano, per le feste estive abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. Oggi infatti il “calendario delle feste” è riproposto da una fitta rete di rievocatori, che vivono, sia pure per brevi periodi, come i Celti d’un tempo.
Vediamone uno in dettaglio:

POPOLO DI BRIG - TEUTA AP BRIG -

GRUPPO DI RIEVOCAZIONE STORICA CELTICA III-II SEC. A.C.

Il popolo di Brig nasce nel 2004 con lo scopo di far conoscere la cultura , la storia e la civiltà dei Celti d’Italia in epoca preromana, in particolare quella della Brianza.
“Brig” (collina, altura) è la radice da cui deriva il nome dell’attuale Brianza (la zona posta a nord di Milano compresa tra Monza, Como e Lecco), abitata in epoca preromana da popolazioni celtiche.
Il simbolo del teuta (popolo) è il fiume Lambro, che attraversa i due monti che ne sovrastano la valle.
Seppure relativamente giovane, il Popolo di Brig ha partecipato in soli tre anni dalla sua nascita a numerose manifestazioni di interesse nazionale (Celtica-Valle d’Aosta, Trigallia e Nubilaria – Emilia Romagna, Storitalia – Lombardia) e locale (Magiaceltica – Trentino, Lactarella Celtic Festival – Lombardia, Festival Insubre di Marcallo con Casone – Lombardia, Festa di Beltane ad Ornavasso – Piemonte, Festa d’Occidente – Veneto, Fiumalbo Celtica – Emilia Romagna, etc.). Nel 2006 partecipa alla prima edizione dell’Archeofestival di Perugia e alla Centuriazione Romana di Villadose (PD) riscuotendo un grande successo di critica da parte di partecipanti, visitatori ed esperti del settore.
Il gruppo è apolitico e aconfessionale ed è aperto a persone di qualunque età, sesso, credo religioso o etnia.
Le attività si suddividono tra pratiche (ricostruzione documentata di vestiario, armi, manufatti, cibi e bevande utilizzati nella rievocazione storica; partecipazione a feste e raduni celtici facendo vita da campo e prendendo parte a simulazioni di combattimento) e teoriche (conferenze, visite a mostre, articoli su riviste del settore).
Le attività pratiche consistono nella costruzione di oggetti di uso comune nell’età del ferro, fedeli ricostruzioni di ritrovamenti archeologici. Per farlo sono stati riprodotti anche gli utensili e le varie fasi di lavorazione in uso all’epoca; tale attività viene svolta anche sul campo.


Ceppo con incudine e martello

Una di queste lavorazioni è la costruzione della cotta di maglia, armatura in uso all’epoca dai guerrieri celti, lavorazione che viene eseguita totalmente a mano anello per anello.
(Magiaceltica 2006 – Trentino)
Altre attività sono: lavorazione del cuoio (scarpe, cinture, scarselle)


Scarpe morbide

lavoro al telaio; realizzazione di epigrafi su pietra in alfabeto leponzio.
Le attività sono accompagnate da spiegazioni al pubblico sull’artigianato, ma anche sui diversi aspetti della civiltà, della storia e della religione celtica, fino ad interagire il più possibile con la gente.
Quando è possibile il gruppo ripropone quella che un tempo era la vita da campo. In una completa sinergia con il pubblico, offre la possibilità di osservare la vita di un accampamento celtico dell’età del ferro, dalla ricostruzione delle tende alla cucina e all’aspetto religioso, che non era mai disgiunto dalla vita di tutti i giorni; è dunque possibile osservare la preparazione del cibo, i rituali e gli allenamenti dei guerrieri.
Per saperne di più: www.popolodibrig.it

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