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I PROCESSI NON DIVENTINO SPETTACOLO e
RIFORMA DELLA COSTITUZIONE
di Alberto Virgilio

I PROCESSI NON DIVENTINO SPETTACOLO

In una memorabile conferenza che risale al secolo scorso un insigne magistrato esaminò con grande acume il rapporto e le differenze che devono intercorrere tra il mondo del teatro e quello dei processi che si celebrano in sede giudiziaria.
Osservò che nel melodramma e in ogni altra analoga rappresentazione artistica, la società racconta e giudica se stessa attraverso una finzione scenica, e sotto tale profilo gli spettacoli offerti al pubblico assumono una finalità catartica perchè possono essere paragonati, nella loro prospettiva morale, al processo vero e proprio che si svolge nelle aule di giustizia.
Segnalò comunque il rischio che in certe occasioni il processo su fatti reali possa offrire anche le caratteristiche proprie di uno spettacolo.
Questo insegnamento conserva tuttora piena validità.
Va premesso che secondo l’immagine disegnata dalla saggezza antica la giustizia si amministra in una casa di vetro dove tutti possono guardare a condizione di rispettare l’obbligo del silenzio.
Tale regola viene oggi costantemente disattesa in tutti i processi che suscitano allarme sociale per la gravità dei reati da perseguire, come in particolar modo avviene negli omicidi.
In casi del genere i mass-media, ma in modo predominante le reti televisive, dedicano quotidianamente eccessivo spazio alla diffusione delle circostanze particolari dei delitti, mediante reiterate trasmissioni di notizie e di immagini incentrate sulla vicenda specifica, intessute prevalentemente di illazioni, supposizioni, opinioni personali, semplici impressioni o sospetti delle persone di volta in volta intervistate.
Tutto questo avviene spesso ad opera di soggetti che non hanno conoscenza diretta, dettagliata e approfondita dei fatti in via di accertamento, per cui le loro valutazioni sono prive dei necessari elementi di giudizio.
Ad appagare il desiderio di verità che comprensibilmente la pubblica opinione mostra di avere di fronte a fenomeni di particolare gravità, non può valere una siffatta forma di giudizio virtuale, affiancato a quello che nel dovuto riserbo svolgono i magistrati nelle sedi competenti.
Sembra perciò indispensabile attendere con fiducia che gli organi giudiziari adempiano il loro difficile compito di ricerca della verità e di individuazione dei colpevoli.
Il corretto esercizio del diritto d’informazione costituzionalmente garantito comporta senza dubbio l’esigenza inderogabile di diffondere in modo obiettivo e anche ragionato fatti ed eventi che suscitano il legittimo interesse di tutta la collettività, ma il menzionato diritto non dovrebbe mai superare i limiti imposti dalla regola del contemperamento e del rispetto anzitutto verso le vittime dei delitti, ma anche a garanzia di ogni altro soggetto coinvolto nella vicenda, le cui posizioni sono egualmente tutelate dalla Costituzione, nella quale è sancito il principio secondo cui nessuno può essere considerato colpevole fino alla sentenza definitiva di condanna.
Sono questi i requisiti della civiltà giuridica, la cui osservanza sembra doverosa da parte di tutti, in un contesto sociale che non alteri in alcun modo i canoni della cautela, dell’equilibrio e della fiducia nell’operato della magistratura, alla quale soltanto è affidato il difficile compito di emettere i verdetti definitivi sulle vicende sottoposte al suo esame.

RIFORMA DELLA COSTITUZIONE

Da moltissimi anni si parla e si discute infruttuosamente dell’interessante tema delle riforme costituzionali e istituzionali, ma sul delicato argomento sembra che la situazione sia ancora ferma al punto di partenza.
Non sono mancati tentativi ad opera di commissioni bicamerali o di tavoli tra le forze politiche alla ricerca di possibili intese, ma concretamente si è tutto risolto in un nulla di fatto.
Recentemente il dibattito ha registrato un notevole impulso dovuto all’iniziativa di un gruppo di giuristi, costituzionalisti e uomini di cultura, i quali hanno inviato una “lettera aperta” ai candidati alla guida del nascente Partito democratico (come ricorda Franco Bassanini nel suo intervento del 12 ottobre sul Corriere della sera), per chiedere alcune garanzie fondamentali.
Anzitutto una drastica riduzione del costo della politica, in secondo luogo una rigorosa etica pubblica, con conseguente fine di ogni commistione tra politica e affari, e inoltre la cessazione delle riforme costituzionali di parte imposte a colpi di maggioranza.
Vanno ricordate a tale proposito la riforma della destra bocciata dal referendum popolare del 2006 e le modifiche apportate al Titolo V della Carta, rimaste sostanzialmente inattuate.
Si riapre così il discorso sulla necessità e sulla portata di revisione di cui si riconosce il bisogno per la Costituzione del 1948.
Nell’articolo sopra citato Bassanini sostiene che la Carta può e deve essere aggiornata, corretta, migliorata, ma non demolita o sconvolta nei suoi princìpi e nel suo impianto.
Nel condividere pienamente tale opinione, aggiungiamo alcune ulteriori considerazioni.
La vigente Costituzione è un documento anche stilisticamente pregevole, denso di norme etico-sociali, filtrate attraverso la sapienza e l’esperienza di insigni giuristi.
I “Princìpi fondamentali” che fanno da prologo a tutte le parti successive sono un condensato di alto livello politico e sociale difficilmente sostituibile.
Muovendo da questa premessa, il Partito democratico di imminente formazione non soltanto dovrebbe accogliere nel suo programma le richieste contenute nella “lettera aperta” di illustri personaggi in possesso di spiccata competenza in materia, ma dovrebbe anche porsi alla testa di una iniziativa volta a risolvere finalmente l’annoso problema, conservando tuttavia al documento del 1948 il fulcro del suo contenuto ideale e modificandolo soltanto nelle parti effettivamente necessarie, richieste dalla evoluzione degli aspetti politici della società.
Il tutto con la maggioranza dei 2/3 dei componenti di ciascuna Camera, come richiede l’art. 138 della stessa Costituzione per evitare, in caso di approvazione delle nuove norme a maggioranza semplice, il referendum popolare confermativo con le lungaggini e il dispendio di spesa che esso comporta.

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