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I
PROCESSI NON DIVENTINO SPETTACOLO
In una memorabile conferenza che risale al secolo scorso un insigne
magistrato esaminò con grande acume il rapporto e le differenze che devono
intercorrere tra il mondo del teatro e quello dei processi che si
celebrano in sede giudiziaria.
Osservò che nel melodramma e in ogni altra analoga rappresentazione
artistica, la società racconta e giudica se stessa attraverso una finzione
scenica, e sotto tale profilo gli spettacoli offerti al pubblico assumono
una finalità catartica perchè possono essere paragonati, nella loro
prospettiva morale, al processo vero e proprio che si svolge nelle aule
di giustizia.
Segnalò
comunque il rischio che in certe occasioni il processo su fatti reali
possa offrire anche le caratteristiche proprie di uno spettacolo.
Questo
insegnamento conserva tuttora piena validità.
Va premesso
che secondo l’immagine disegnata dalla saggezza antica la giustizia si
amministra in una casa di vetro dove tutti possono guardare a condizione di
rispettare l’obbligo del silenzio.
Tale regola viene oggi costantemente disattesa in tutti i processi che suscitano
allarme sociale per la gravità dei reati da perseguire, come in particolar
modo avviene negli omicidi.
In casi del
genere i mass-media, ma in modo predominante le reti televisive, dedicano
quotidianamente eccessivo spazio alla diffusione delle circostanze
particolari dei delitti, mediante reiterate trasmissioni di notizie e di
immagini incentrate sulla vicenda specifica, intessute prevalentemente di
illazioni, supposizioni, opinioni personali, semplici impressioni o
sospetti delle persone di volta in volta intervistate.
Tutto
questo avviene spesso ad opera di soggetti che non hanno conoscenza diretta, dettagliata e approfondita dei fatti in via di accertamento, per cui le
loro valutazioni sono prive dei necessari elementi di giudizio.
Ad appagare
il desiderio di verità che comprensibilmente la pubblica opinione mostra di
avere di fronte a fenomeni di particolare gravità, non può valere una
siffatta forma di giudizio virtuale, affiancato a quello che nel dovuto
riserbo svolgono i magistrati nelle sedi competenti.
Sembra
perciò indispensabile attendere con fiducia che gli organi giudiziari
adempiano il loro difficile compito di ricerca della verità e di
individuazione dei colpevoli.
Il corretto
esercizio del diritto d’informazione costituzionalmente garantito comporta
senza dubbio l’esigenza inderogabile di diffondere in modo obiettivo e anche
ragionato fatti ed eventi che suscitano il legittimo interesse di tutta la
collettività, ma il menzionato diritto non dovrebbe mai superare i limiti
imposti dalla regola del contemperamento e del rispetto anzitutto verso le
vittime dei delitti, ma anche a garanzia di ogni altro soggetto coinvolto
nella vicenda, le cui posizioni sono egualmente tutelate dalla Costituzione, nella quale è sancito il principio secondo cui nessuno può essere
considerato colpevole fino alla sentenza definitiva di condanna.
Sono questi
i requisiti della civiltà giuridica, la cui osservanza sembra doverosa da
parte di tutti, in un contesto sociale che non alteri in alcun modo i
canoni della cautela, dell’equilibrio e della fiducia nell’operato della
magistratura, alla quale soltanto è affidato il difficile compito di
emettere i verdetti definitivi sulle vicende sottoposte al suo esame. |
RIFORMA DELLA COSTITUZIONE
Da moltissimi anni si
parla e si discute infruttuosamente dell’interessante tema delle riforme
costituzionali e istituzionali, ma sul delicato argomento sembra che la
situazione sia ancora ferma al punto di partenza.
Non sono mancati tentativi ad opera di commissioni bicamerali o di tavoli
tra le forze politiche alla ricerca di possibili intese, ma concretamente
si è tutto risolto in un nulla di fatto.
Recentemente il dibattito ha registrato un notevole impulso dovuto
all’iniziativa di un gruppo di giuristi, costituzionalisti e uomini di
cultura, i quali hanno inviato una “lettera aperta” ai candidati alla guida
del nascente Partito democratico (come ricorda Franco Bassanini nel suo
intervento del 12 ottobre sul Corriere della sera), per chiedere alcune
garanzie fondamentali.
Anzitutto una drastica riduzione del costo della politica, in secondo luogo
una rigorosa etica pubblica, con conseguente fine di ogni commistione tra
politica e affari, e inoltre la cessazione delle riforme costituzionali di
parte imposte a colpi di maggioranza.
Vanno ricordate a tale proposito la riforma della destra bocciata dal
referendum popolare del 2006 e le modifiche apportate al Titolo V della
Carta, rimaste sostanzialmente inattuate.
Si riapre così il discorso sulla necessità e sulla portata di revisione di
cui si riconosce il bisogno per la Costituzione del 1948.
Nell’articolo sopra citato Bassanini sostiene che la Carta può e deve
essere aggiornata, corretta, migliorata, ma non demolita o sconvolta nei
suoi princìpi e nel suo impianto.
Nel condividere pienamente tale opinione, aggiungiamo alcune ulteriori
considerazioni.
La vigente Costituzione è un documento anche stilisticamente pregevole,
denso di norme etico-sociali, filtrate attraverso la sapienza e
l’esperienza di insigni giuristi.
I “Princìpi fondamentali” che fanno da prologo a tutte le parti successive
sono un condensato di alto livello politico e sociale difficilmente
sostituibile.
Muovendo da questa premessa, il Partito democratico di imminente formazione
non soltanto dovrebbe accogliere nel suo programma le richieste contenute
nella “lettera aperta” di illustri personaggi in possesso di spiccata
competenza in materia, ma dovrebbe anche porsi alla testa di una iniziativa
volta a risolvere finalmente l’annoso problema, conservando tuttavia al
documento del 1948 il fulcro del suo contenuto ideale e modificandolo
soltanto nelle parti effettivamente necessarie, richieste dalla evoluzione
degli aspetti politici della società.
Il tutto con la maggioranza dei 2/3 dei componenti di
ciascuna Camera, come richiede l’art. 138 della stessa Costituzione per
evitare, in caso di approvazione delle nuove norme a maggioranza semplice,
il referendum popolare confermativo con le lungaggini e il dispendio di
spesa che esso comporta.
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