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UN MONDO CHE NON C'È
 di Pietro Giovanni Lucarelli

Pubblichiamo on-line l'ultimo mio romanzo che ha per trama i comportamenti di un uomo credente in Dio Padre.

UN MONDO CHE NON C’ È
-racconti favolistici-

di Pietro Giovanni Lucarelli


Antozoi – Anemoni  o Rose di Mare

Edizione La fenice 2007

LA FEDE

La fede
è vita.
Un essere senza fede
è un involucro vuoto
che non trova
la dimensione
dell'essere.

PRESENTAZIONE DELLA TRAMA
da parte dell’autore

“Un mondo che non c’è”, con questo titolo si vuole raccontare la storia di un bambino che incarna i fattori della vita, derivanti da vecchie e nuove abitudini.
Il suo nome è Moon e tutti lo additerebbero come un nato sfortunato, ma con un avvenire da fare invidia a tutti gli uomini della terra, perché durante la vita viene addirittura ritenuto unto da Dio.
Ovviamente tutti gli atti che lo riguardano sono visti sotto una ottica favolistica ed interamente inventata. Anche i calcoli del tempo, se pur corretti in questo contesto, sono da ritenersi fantasiosi.
Infatti, la vita del bambino comincia con una adolescenza tristissima, a causa di tante guerre di fanatismi religiosi o pseudo-tali, vista la matrice violenta ed inspiegabile dal punto di vista politico-affetivo ed umano; infatti, all’età di soli 13 anni resta solo al mondo, non ha più un parente.
A questa tenerissima età comincia a vagare per il mondo, senza una meta prefissa; cambia continuamente direzione e compagnia, ora imbarcato con una società di navigazione, ora in compagnie di carovane a lui sconosciute e di lingua diversa dalla sua; per sopravvivere ha dovuto imparare diverse idiomi e modi di fare, accontentarsi di quello che capita, senza pretendere altro dalla vita, affidandosi completamente al volere di Dio.
Solo l’ultima carovana che parlava come lui, gli dà un po’ di calore umano, ma presto anche questi nuovi compagni di viaggio lo abbandonano in una foresta fittissima.
Qui gli accade che durante un bivacco notturno si addormenta ai piedi di una roccia e si sveglia dinanzi a un grandissimo albero di baobab, non ricordando i modi e come vi è arrivato.
Lui, col senno di poi, presume che a portarlo in quel luogo mentre dormiva, furono delle scimmie, senza svegliarlo gli avrebbero in qualche modo somministrato dei liquidi o profumi addormentanti, comunque non nocivi, visto la sua completa attività fisica.
Comincia qui ad avere nei sogni o nelle apparizioni una serie di rivelazioni che gli raccontano la sua vita fin dall’origine, con dovizia di particolari, fino alla morte del suo primo salvatore, che fu un soldato, durante un combattimento, in una guerra di crisi religiosa che era solo portatrice di morte straziante e di raccapriccianti atti contro le persone.
Le stragi, infatti, apportano danni incommensurabili, anche a chi le avversa, come i soldati del bene sociale; infatti, uno di questi gli salva la vita e lo porta con sé; ma, dopo qualche giorno, anche questo muore in una dei tragici attentati da parte di componenti di una banda di uomini votati al terrore e pronti a compiere atti terroristici.
Il ragazzo, turbato da tutte queste sventure che accadevano nel suo paese natio, comincia

a viaggiare e da qui ha inizio la sua nuova avventura: tutta in positivo grazie a Dio, che lo protegge e gli invia i segnali necessari per compiere atti a dir poco spettacolari. Infatti, il suo girovagare per il mondo dura ben due anni e termina sotto l’albero del pane. Da qui tutto cambia e comincia la sua scalata alla guida di un popolo che gli viene affidato niente meno che da Dio.
La sua indole umile lo porta ad essere eletto re degli uomini non belligeranti e a dare una discendenza reale alla sua progenie, ad essere ritenuto un fortificatore ripristinatore di princìpi e valori perduti.

UN MONDO CHE NON C’È

INTRODUZIONE

Pietro Giovanni Lucarelli: grande poeta e prolifico scrittore, già autore di vari saggi, sillogi, antologie e racconti di favolistica, si cimenta ora nelle sabbie mobili e misteriose della fantascienza, uscendone intatto e più fortificato che mai, per nuove imprese e nuove avventure.
“Un mondo che non c’è” rappresenta Youkaly, il candido fiore, l’isola di Wight, con l’inesorabile condanna di fauna, di flora e di umanità, dal terribile demone Contrun alla dannazione eterna, nonostante le inestimabili ricchezze minerarie e le potenzialità, insite nell’atollo.
Al culmine dei tempi moderni, esso viene redento da un semplice giovane, di sani principi morali, di umili origini e di vita modesta, che viene unanimemente acclamato re, per la sua fede genuina e per la sua totale sottomissione alla volontà di Dio, di cui si professa umile servitore.
Gionvit Moon II sposa Stella del Buon Pastore ed insieme concepiscono l’erede al trono, Lemoon, che compie prodigi sin dalla più tenera età, facendo convertire al cristianesimo intere generazioni di atei impenitenti e proseguendo l’opera paterna, con rettitudine, fedeltà ed onestà.
Detto così, il racconto è riduttivo, logico e scontato, come tanti altri dagli inizi difficoltosi, dalla trama avventurosa e dal lieto fine solito, prevedibile ed immancabile, con tante belle parole ed attraenti polverine, come fumo negli occhi, che fa dimenticare la meta finale.
Invece bisogna proprio leggerlo, per scoprire le cose più fantastiche, assurde ed inconcepibili, narrate con la massima nonchalance, con il linguaggio parlato e con toni così realistici, da fare rabbrividire, mentre esprimono alti concetti e cose mai sentite né viste prima d’ora.
In un’epoca di generale desolazione spirituale, di degradante decadimento morale e di caduta di tutti i valori religiosi, civili ed etici, un ritorno all’ordine, alla disciplina, alla fede sembra la normale conclusione, per seguire l’esempio del protagonista, della sua famiglia e dei suoi sudditi.
Questi sono ubbidienti, intraprendenti ed onniscienti, ma non fanno pesare l’acuta saggezza, l’avanzata tecnologia e l’assoluta dedizione al lavoro, che li contraddistingue in ogni circostanza della vita, senza remore né timore dei potenti, ma in piena libertà di fede, di pensiero e d’azione.
La costruzione della frase è sui generis; l’uso della sintassi è particolare; l’abbondanza degli anacoluti, del cambio di elementi grammaticali, nello stesso periodo, è sbalorditivo; ma il tutto fa parte della mentalità dell’autore e rispecchiata in pieno la sua poetica, ricca di voli pindarici.
Uno stile asciutto, classico e moderno avvicina il linguaggio di Pietro Giovanni Lucarelli a quello di Verga, di Capuana, di Joyce e di Kafka, con il valore aggiunto della spigliatezza, della spontaneità e della genuinità, tipica degli abitanti della nostra beneamata Lucania.
Tutto il resto fa parte di un mondo che non c’è e che ognuno si augura che possa esistere come un ritorno alle origini, alle radici ed alle bellezze del paradiso naturale, perduto nel peccato originale, riconquistato da Gionvit e ritrovato nel ricevere la grazia divina di Dio Padre Onnipotente.

prof. Giovanni Latronico

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