logo_fen_mini.jpg (4384 byte) Pagina 26
UN MONDO CHE NON C'E'
 di Pietro Giovanni Lucarelli

continua da pagina 25

Moon osserva questo fenomeno a lungo, le bolle tutte di forma ogivale, quasi a voler indicare un bimbo che cammina carponi, per le vie del cielo, dirigendosi verso la foresta, ove le bolle si infrangono sugli alberi.
Si avvia verso il ruscelletto, per provvedere alle abituali pulizie mattutine. Dopo aver curato il suo aspetto, si reca ove le bolle si infrangevano contro gli alberi, per cercare di capirne il fenomeno, Vide che un liquido cadeva dai rami degli alberi, scendeva in rivoletti lungo il fusto. Il giovane, incuriosito di quella anomala pioggia, che una volta raggiunto il suolo si condensava, d’istinto provò a cogliere con un dito un po’ del composto e lo portò alla bocca, per saggiarne il sapore, si accorse subito che era dolciastro e di buon gusto.
Si chiese subito che composto potesse essere quella manna, mandata da Dio nel deserto per sfamare il suo popolo, ma non poteva non chiedersi quale scopo aveva la presenza della manna in un luogo ove veramente scorreva latte e miele senza il sudore dell’uomo.
A questo pensiero tutto cessò e Moon rimase ancora una volta trasecolato incapace di radunare idee; poi d’istinto si inginocchiò; congiunse le mani e pregò dicendo: “Padre, aiutami a capire questi fenomeni e cosa vuoi che io faccia”. Restò così per molto tempo, senza aver alcun segno, poi si portò sotto il baobab per soddisfare i crampi allo stomaco. Ivi giunto trovò molte scimmie con la testa all’insù a guardare l’albero del pane, che non aveva alcun frutto, unì le mani e guardò al cielo, vide una nuvola bianca a forma di un uomo gigante che si spostava verso il luogo della manna. Quella presenza era venuta a dare la risposta ai suoi interrogativi e disse: Grazie, Padre, mi dirigerò verso la manna spero che anche le scimmie mi seguano e mi imitino”.
Moon, sempre con le mani congiunte e gli occhi al cielo, si incammina verso la manna. Anche le scimmie prendono la stessa direzione e lo seguono passo passo in perfetto ordine.
Giunti sul posto, mangiarono tutti a volontà.
Dopo aver mangiato e bevuto l’acqua del ruscelletto, Moon si inginocchia prega. Strano a dirsi, anche le scimmie restano ferme intorno a lui ed in un assordante silenzio, visto che neppure lo stormire delle foglie o altri insetti si mossero proprio, come se tutti pregassero.
Dopo il ringraziamento a Dio per aver mandato loro la manna, Moon fa ritorno al suo giaciglio e le scimmie si disperdono nella foresta. Lungo il cammino, ragionando tra sè e sè dice: “Questo luogo è veramente fuori dal mondo degli uomini, infatti qui la presenza dell’Onnipotente si percepisce da tutti e cinque i sensi, sotto l’aspetto visivo, uditivo, olfattivo, tattile e nel gusto. Dunque, tutto questo e molto altro ancora non può non essere un celestiale luogo, amato da Dio. Moon, contento di essere il prescelto nel godere di tutte queste cose riservategli dal Padre Eterno, si stende sul suo giaciglio, prendendo subito sonno, come se dormisse su letto di piume.
Passa così anche il quinto giorno.
Sesto giorno: Il sesto giorno arriva in un modo assolutamente anonimo. Si sveglia tutto assonnato, svogliato di muoversi, si alza lentamente; stira i suoi muscoli e poi, sempre con lentezza, si nuove verso l’esterno di quel vano, formatosi alle basi, tra le grosse radici del baobab.
Appena fuori, si accorge che la calura di quel sesto giorno, in quel luogo, è assolutamente anomala e differente da tutti i giorni della sua vita.
Visto il gran caldo, prima di allontanarsi dall’ombra del baobab, ne coglie delle fronde , le intreccia tra loro, in modo da formare una specie di copricapo, se lo posa sulla testa e si avvia verso il ruscelletto, per assolvere alle esigenze mattutine, ma una grande sorpresa lo attende: l’acqua del ruscello non scorreva più, vi era qua e là qualche piccola pozza con tantissimi insetti, da far disgusto a metterci le mani; figuratevi poi a lavarsi il viso o altre parti del corpo.
Spaventato da un cambiamento di clima così repentino, si dirige verso il lago ed anche qui le acque sembrano stagnanti, putrefatte e piene di insetti anche nocivi Moon si perde d’animo, si getta per terra piange e prega il buon Dio di svegliarlo, perché crede fermamente di sognare. Una voce percuote il suo orecchio: “Moon - dice la voce - credi che un dono possa essere fatto per vederlo imputridire?” No, Padre mio, ma tutti quegli insetti e la scomparsa dell’acqua mi pare reale”. “No, perché in te si racchiudono il pensiero e la ragione, infatti, il tuo nome significa fortificatore, dono, premio; quindi non preoccuparti; vivi la tua vita in funzione di quella del tuo prossimo e vedrai che tutto apparirà diverso da quello che stai vedendo. Nessuno prevarrà sui doni del Creatore”.
Moon si alza quasi tremando e tutto lacrimante, guarda il cielo e dice: “Padre, sono proprio debole, basta un nulla per spaventarmi, aiutami tu”.
Un’aria fresca scende dalla collina e porta via mosche, zanzare moscerini, insieme, ridando gioia agli occhi di Moon. Questi si porta sotto il baobab e vi trova tante scimmie, che saltellano e colgono frutti a volontà. Ancora si rivolge a Dio, dicendo: “Padre, dove sono? Cosa devo fare, perché le cose qui cambiano così velocemente?” Ecco, un nuovo pensiero si manifesta nella sua mente: “Qui deve esserci qualcosa che ha bisogno di me ed io non capisco cosa posso e devo fare, perciò attenderò, proprio come mi ha detto quel gran signore il Re Moon, padre dei miei padri, che si presentò a me proprio qui in questo misero ricovero”.
Allora, Moon coglie anche lui un pane dall’albero, lo mangia e poi lentamente cammina per i campi, osservando minuziosamente tutto quello che capita sotto i suoi sensi. A questo punto riflette per un attimo e poi si domanda: “Il sesto senso che la gente da cui provengo e conservo memoria, quella gente attribuisce al sesto senso un infinità di altri stati d’animo, quindi forse sono questi ultimi che più mi turbano e non mi permettono di aderire completamente al volere del buon Dio”.
Detto questo, ferma il suo sguardo su due uccellini, che si strofinano la testina l’una contro l’altra con una quiete assoluta, poi volano l’uno accanto all’altro, girano intorno ad un albero più verde degli altri, vi entrano nella chioma, escono e ritornano, cantano sono felici, nessun problema li sfiora. “Ecco - dice Moon - questi sono gli uccelli della parabola, che non devono seminare, per vivere, ma solo lodare Dio con il loro canto e stare felici.
Quando l’uomo saprà far questo vivrà felice nel regno di Dio. “Proverò ad essere umile, contento, disinvolto ed affettuoso con ogni essere, che verrà a contatto con me. Fa altri pochi passi e vede che un grosso serpente sta ingoiando un animaletto, lo osserva, capisce che la vita è una catena alimentare e che tutti sulla terra sono mezzi, per far sopravvivere razze diverse, con diversi sistemi di alimentazione.
Poi, senza disturbarlo, passa a breve distanza e va oltre quel posto e trova delle caprette, che saltellano da una rupe all’altra, con gioia e spensieratezza, brucano l’erba, le fronde degli alberi e cespugli vari, insomma tutti intenti a vivere la vita. Moon si ripromette di accontentarsi di quello che trova sulla terra, senza pretendere altro e di correre in aiuto a chi ne ha bisogno.
Vistosi lontano dal baobab e che la sera sta per scendere, decide di tagliare dritto verso l’albero, ma ecco che una scrofa grugnisce fortemente, in tutt’altra direzione, come se chiedesse aiuto. Moon, fresco della sua promessa a Dio, abbandona l’idea di far ritorno all’albero e va verso la scrofa, che continua a grugnire, vi giunge velocemente e vede in un fosso un piccolo porcellino che si muove appena. Moon, senza pensarci una volta di troppo, scende nel fosso preleva il maialino e lo porge alla scrofa, che si sdraia per terra e mostra le mammelle turgide di latte, ma il piccolo non si regge e quindi non può andare a succhiare. Lo avvicina al capezzolo, lo imbocca, e questo comincia a succhiare, anche la scrofa emette il tipico verso di accondiscendenza.
Moon vede le ombre della sera ormai scese sulla terra e che intraprendere una via sconosciuta non è consigliabile, ritorna sui suoi passi, arriva vicino al posto, ove il grosso serpente stava ingoiando l’animaletto, si ferma un attimo, per accertarsi di non pestarlo, lo vede invece attorcigliato ad un ramo intento a digerire il suo pasto e gli rivolge una frase: “Vacci piano, amico, anche gli altri devono vivere” e passa oltre; giunge al giaciglio, che è ormai notte, si sdraia e dorme.
Passa così il sesto giorno.
Settimo giorno: Moon sente un ruggente vento che batte i rami del baobab e una continua pioggia di pani che cadono giù per terra. “Ecco ancora una esperienza è pronta per me ed io sono pronto a viverla”. Si alza, stringe a sé i pochi resti dei vestiti, si dirige verso il ruscelletto, che appare meno inquinato del giorno precedente, vi immerge le mani congiunte e porta al viso l’acqua tornata fresca e limpida, anche se poca. Capisce che non deve sprecarla e quindi la risparmia per i giorni a venire.
Anche le scimmie gli rammentano un altro modo di dissetarsi: molti di loro strizzano delle radici di erba e ne bevono il succo. “Ecco - dice - quante cose non si pensano e ci si dispera inutilmente”.
Questa riflessione porta Moon ad un continuo auto interrogarsi sulle cose, che gli accadono intorno, per primo le analizza senza alcuna leggerezza, poi analizza la sua vita con tutte le cose che gli sono capitate o che gli sono state insegnate dai genitori, dalla società o dagli eventi.
Certo, oggi non si è più ai tempi in cui l’ingegno stava per manifestarsi e il pensiero era ancora lontano dallo svilupparsi nella mente degli aborigeni,

quando le genti trovavano da vivere grazie esclusivamente a quello che produceva la natura e non conoscevano la necessità di vivere in masse, ovvero, come diremmo oggi, in comunità; la mente di Moon lo deduceva dai comportamenti di diverse specie di animali, a cominciare dalle scimmie.
Tornano spesso alla mente del giovane le parabole della Bibbia e le omelie domenicali tenute durante la Santa Messa dal suo parroco, dai suoi catechisti e dalla famiglia. Questa ultima gli manca di più: la mamma, il nonno con cui giocava, il papà che gli dava sicurezza quando si trovava tra le sue braccia; pensava a tutto questo mentre guardava sconfinati orizzonti, praterie e foreste infinite, che si scorgevano dalle cime dei monti.
Raggiunto il suo colle preferito, si inginocchia e prega il Padre Eterno affinché non lo lasci a lungo senza la compagnia dei suoi simili, poi lo ringrazia per il conforto che la voce guida gli infonde, nei momenti di scoramento.
La risposta alla sua preghiera si può dire estemporanea, perché alzando gli occhi vede le sconfinate terre era inondate di una nuova luce invitante a vivere la vita, a gioire ed infondere agli altri lo stesso ardore per le cose del creato.
Le gambe avevano voglia di camminare, le mani di lavorare, la mente lo spingeva a nuove immaginazioni, si sentiva di apprezzare quelle belle cose che la natura produceva, più che in ogni altro momento da lui vissuto.
Ora aveva voglia di dividere questi sentimenti con qualcuno e lodare il Signore che lo colmava di doni, a suo avviso immeritati, perché si riteneva un piccolo uomo sfaccendato e peccatore, visto che giustamente non aveva trovato così tanta accoglienza in nessun posto; forse perché non aveva mai prodotto qualcosa di buono ed utile per sé e per la società.
Unico bene che sentiva onnipresente nella sua mente era il forte pensiero di pregare, infatti sentiva nell’anima, soprattutto quando si fermava a pregare e confessava i suoi peccati più intimi al Padre Eterno, che per lui era il Dio del bene, del perdono e del grande amore. Infatti, crede nella pace tra gli uomini solo se un padre affettuoso stringe tutti i suoi figli tra le proprie braccia con medesimo affetto ed amore, solo così la figliolanza cresce unita in pace e senza rivalità tra fratelli.
Tutti questi ragionamenti affollavano la mente del giovane a cui mancava tantissimo il contatto umano, anche se si trovava in un luogo, in cui la presenza del Creatore era palpabile.
Torna verso il lago sulla sponda opposta suo rifugio e comincia a parlare con le acque, dicendo: “Amiche mie, quando mi portate il Candidofiore che ha il potere di ridare vigore e sembianze umane alle creature di questo incantevole mondo?” Tutto tace, quasi un silenzio irreale, poi le acque, si increspano, cominciano a gorgogliare, compaiono delle bollicine che non si elevano.
Osserva per ore quel fenomeno, ma nulla viene in aiuto per interpretare il segnale; solo più tardi un branco di trote saltellano fuori dell’acqua, e si rallegra, perché sa che le trote, prima di saltellare fuori dall’acqua emettono del fiato creando il fenomeno appena visto.
Quel giorno non aveva mangiato e non voleva andare a consumare il solito pasto, fatto esclusivamente dal frutto del baobab, perciò si guardava intorno e, pensava alle trote che potevano essere l’alternativa all’ormai abituale pasto; ma come cuocerle? Pensò al fuoco insegnatogli dal nonno cioè con lo strofinare velocemente di due rametti secchi tra loro e far bruciare il legno; vi provò, ma non riuscì a farli bruciare. Poi si ricordò di una dimostrazione fatta con una cordicella avvolta ad un’asse di legno duro, poggiando una estremità su di un legno molto secco e sdrucciolevole, l’asse girava velocemente, grazie alla cordicella che, tirata opportunamente, da un lato e dall’altro, creava un moto continuo e veloce, si guardò intorno in cerca di qualcosa che potesse sostituire la cordicella. Se si escludeva qualche filo d’erba abbastanza lungo, non vi era altro; ma inavvertitamente mette un piede nell’acqua, istintivamente si guarda i piedi e vede che alle scarpe ha ancora delle lunghe stringhe.
Alza gli occhi al cielo e dice: “Grazie, Signore, solo a te non sfugge nulla e dire che dei lacci alle scarpe li porto sin dai miei primi passi”.
Cerca i due pezzi di legno, simili alla dimostrazione, si toglie le stringhe e prova ad accendere nuovamente il fuoco; fa uno, due tentativi, ma il moto continuo non viene, riflette ancora, poi leviga per bene il legno che fa da asse e riprova. Il movimento di rotazione comincia a riscaldare il legno e un piccolo segnale di fumo col caratteristico odore di bruciato si fa sentire subito dopo il rossore del fuoco.
Senza perdere tempo, raccoglie dell’erba secca e prova ad accendere un vero fuoco. La scintilla che emette la prima fiammella è il culmine della gioia di quel giorno. Dopo aver ottenuto un buon fuoco, sceglie due tizzoni ardenti, spegne con l’acqua il rimanente fuoco e si dirige verso l’albero.
Qui, in un angolo del vano, ove c’era la terra, creò un cerchio di pietre e al centro vi accese un nuovo fuoco. Contentissimo di quel risultato, ringrazia Iddio che lo assiste in questa lunga attesa, poi si addormenta per la stanchezza.
Passa così il settimo giorno, senza, pranzare e neppure cenare.
Ottavo giorno: Moon si svegliò di buon mattino e andò verso il lago per cercare di pescare qualche pesce, ma non riuscì a prenderne vide una pertica dritta e ben affilata, si ricordò che gli antichi usavano appunto una lancia per infilzare i pesci, anche lui si attrezzo per bene, levigò ed avendo appuntito quella pertica, tentò di infilzare una grossa trota, con sorpresa vi riuscì al primo colpo.
Raccoglie la trota salmonata, la osserva in tutta la sua forma e nei colori che la differenziano dalla trota comune e ne pregusta la polpa arrostita, sia pure senza alcun condimento.
Mangiò con gusto quel pasto nella terra benedetta dal Signore che ringraziò prima e dopo il pasto.
Quel pranzo segna un nuovo inizio, perché rappresenta la seconda conquista in una terra sconosciuta, ma generosa.
Differenziare il cibo con il proprio ingegno e lavoro lo rende attivo nel trascorrere le ore e gli fa ricordare il tempo vissuto in compagnia di altri uomini; quindi tornano alla mente le nozioni della storia, del mondo e dello stesso uomo. Fino al secolo scorso si credeva e si insegnava nelle scuole che la creazione del mondo avvenne solo 4004 anni prima di Cristo, mentre la scienza ha dimostrato che il passaggio evolutivo che avvenne, con Adamo nell’Eden, è databile a ben 25 milioni di anni fa. Allora l’uomo viveva col solo prodotto spontaneo dato dalla natura e quindi da Dio, fino a 12.000 anni fa, quando si inventò l’agricoltura forse a causa del “peccato originale”, quindi si può dire che d’allora l’uomo ha dovuto lavorare, per sfamarsi e sopravvivere.
A questo punto, Moon si convince che il luogo, in cui è capitato, è rimasto quello incontaminato che era ancora possibile ridestare l’umana gente e farla ritornare al Creatore: schietta e pura d’animo.
Quindi si ritiene un uomo nuovo, scelto da Dio, per aiutare i propri simili e far loro capire che bisogna rinnovarsi nello spirito, purificando l’anima. Infatti l’animosità con cui si affrontano i problemi della newAge e dei torti subiti, senza far posto al perdono, lo sbaglio più grande che l’umanità compie continuamente.
Si predispone con questi sentimenti ed attende il segno che lo rende veramente pronto ad agire in favore dei suoi simili, anche se al momento vede solo animali e null’altro.
Con questi sentimenti raccoglie le squame, le interiora e la testa della trota le allontana dal posto ove lui dimora, le posa su di una pietra ben visibile, per osservare come altre creature si servono di quei resti: arrivano per prima le formiche che coprono letteralmente la testa, poi un grosso avvoltoio a lui sconosciuto porta via gli intestini,


Faranaco gigantesco

ciò conferma quello che Moon pensava sulla catena alimentare: “tutto serve alla vita e nulla va distrutto, ma opportunamente usato”.
Poi raccoglie dei pezzetti di legna secca, li porta sotto l’albero, forma una buona riserva, per mantenere sempre acceso una piccola fiammella, per usarla al momento opportuno.
La sera giunge con una sorpresa che insegna a pensare come usare un dono del Signore, questo era uno sciame d’api che si fermò proprio a un ramo del baobab. Moon sapeva che quelle giovani api andavano raccolte in un alveare, affinché si fermassero e producessero miele per lui.
Gira intorno all’albero, nella speranza di notare un qualche vano, idoneo per porvi le api; nulla trova, si inoltra allora nel bosco in cerca di qualche tronco vuoto trova un tronco a croce con la parte più grossa semivuota e una notevole parte già marcia.
Se lo carica sulle spalle e lo porta nel rifugio quando ormai il buio della sera è fitto; ravviva il fuoco e si mette di buona lena a svuotare il tronco dal legno marcio, con l’aiuto di un corno appuntito per bene, una volta terminato il lavoro, sfruttando la luce del fuoco, pone il tronco sospeso sul fuoco per farlo asciugare, in modo che col nuovo giorno si trova pronto per ospitare lo sciame d’api.
Moon ormai stanco più di qualsiasi altro giorno, si stende sul giaciglio e prende sonno.
Finisce così l’ottavo giorno.

continua a pagina 27

pagina 25 sommario pagina 27