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da pagina 25
Moon osserva questo fenomeno
a lungo, le bolle tutte di forma ogivale, quasi a voler indicare un
bimbo che cammina carponi, per le vie del cielo, dirigendosi verso la
foresta, ove le bolle si infrangono sugli alberi.
Si avvia verso il ruscelletto, per provvedere alle abituali
pulizie mattutine. Dopo aver curato il suo aspetto,
si reca ove le bolle si infrangevano contro gli alberi, per cercare di
capirne il fenomeno, Vide che un liquido cadeva dai rami degli alberi, scendeva in rivoletti lungo il fusto. Il giovane, incuriosito di
quella anomala pioggia, che una volta raggiunto il suolo si condensava,
d’istinto provò a cogliere con un dito un po’ del composto e lo portò alla
bocca, per saggiarne il sapore, si accorse subito che era dolciastro e di
buon gusto.
Si chiese subito che composto potesse essere quella manna, mandata da
Dio nel deserto per sfamare il suo popolo, ma non poteva non chiedersi
quale scopo aveva la presenza della manna in un luogo ove veramente scorreva latte e miele senza il sudore dell’uomo.
A questo pensiero tutto cessò e Moon rimase ancora una volta trasecolato incapace di radunare idee; poi d’istinto si inginocchiò; congiunse le
mani e pregò dicendo: “Padre, aiutami a capire questi fenomeni e cosa
vuoi che io faccia”. Restò così per molto tempo, senza aver alcun segno, poi
si portò sotto il baobab per soddisfare i crampi allo stomaco. Ivi giunto
trovò molte scimmie con la testa all’insù a guardare l’albero del pane, che
non aveva alcun frutto, unì le mani e guardò al cielo, vide una nuvola
bianca a forma di un uomo gigante che si spostava verso il luogo della
manna. Quella presenza era venuta a dare la risposta ai suoi
interrogativi e disse: Grazie, Padre, mi dirigerò verso la manna spero che
anche le scimmie mi seguano e mi imitino”.
Moon, sempre con le mani congiunte e gli occhi al cielo, si incammina verso
la manna. Anche le scimmie prendono la stessa direzione e lo seguono passo
passo in perfetto ordine.
Giunti sul posto, mangiarono
tutti a volontà.
Dopo aver mangiato e bevuto l’acqua del ruscelletto, Moon si inginocchia
prega. Strano a dirsi, anche le scimmie restano ferme intorno a lui ed in un
assordante silenzio, visto che neppure lo stormire delle foglie o altri
insetti si mossero proprio, come se tutti pregassero.
Dopo il ringraziamento a Dio per aver mandato loro la manna, Moon fa ritorno
al suo giaciglio e le scimmie si disperdono nella foresta. Lungo il cammino, ragionando tra sè e sè
dice: “Questo luogo è veramente fuori dal mondo degli uomini, infatti qui la
presenza dell’Onnipotente si percepisce da
tutti e cinque i sensi, sotto l’aspetto visivo, uditivo, olfattivo, tattile
e nel gusto. Dunque, tutto questo e molto altro ancora non può non essere un
celestiale luogo, amato da Dio. Moon, contento di essere il prescelto nel
godere di tutte queste cose riservategli dal Padre Eterno, si stende sul
suo giaciglio, prendendo subito sonno, come se dormisse su letto di
piume.
Passa così anche il quinto giorno.
Sesto giorno: Il sesto giorno arriva in un modo assolutamente anonimo. Si sveglia tutto assonnato, svogliato di muoversi, si alza lentamente; stira
i suoi muscoli e poi, sempre con lentezza, si nuove verso l’esterno di quel
vano, formatosi alle basi, tra le grosse radici del baobab.
Appena fuori, si accorge che la calura di quel sesto giorno, in quel luogo,
è assolutamente anomala e differente da tutti i giorni della sua vita.
Visto il gran caldo, prima di allontanarsi dall’ombra del baobab, ne coglie
delle fronde , le intreccia tra loro, in modo da formare una specie di
copricapo, se lo posa sulla testa e si avvia verso il ruscelletto, per
assolvere alle esigenze mattutine, ma una grande sorpresa lo attende: l’acqua
del ruscello non scorreva più, vi era qua e là qualche piccola pozza con
tantissimi insetti, da far disgusto a metterci le mani; figuratevi poi a
lavarsi il viso o altre parti del corpo.
Spaventato da un cambiamento di clima così repentino, si dirige verso il
lago ed anche qui le acque sembrano stagnanti, putrefatte e piene di insetti
anche nocivi Moon si perde d’animo, si getta per terra piange e prega il
buon Dio di svegliarlo, perché crede fermamente di sognare. Una voce
percuote il suo orecchio: “Moon - dice la voce - credi che un dono possa
essere fatto per vederlo imputridire?” No, Padre mio, ma tutti quegli
insetti e la scomparsa dell’acqua mi pare reale”. “No, perché in te si
racchiudono il pensiero e la ragione, infatti, il tuo nome significa fortificatore, dono, premio; quindi non preoccuparti; vivi la tua vita in
funzione di quella del tuo prossimo e vedrai che tutto apparirà diverso da
quello che stai vedendo. Nessuno prevarrà sui doni del Creatore”.
Moon si alza quasi tremando e tutto lacrimante, guarda il cielo e dice:
“Padre, sono proprio debole, basta un nulla per spaventarmi, aiutami tu”.
Un’aria fresca scende dalla collina e porta via mosche, zanzare moscerini,
insieme, ridando gioia agli occhi di Moon. Questi si porta sotto il baobab e
vi trova tante scimmie, che saltellano e colgono frutti a volontà. Ancora si rivolge a Dio, dicendo: “Padre, dove sono?
Cosa devo fare, perché
le cose qui cambiano così velocemente?” Ecco, un nuovo pensiero si manifesta
nella sua mente: “Qui deve esserci qualcosa che ha bisogno di me ed io non
capisco cosa posso e devo fare, perciò attenderò, proprio come mi ha detto
quel gran signore il Re Moon, padre dei miei padri, che si presentò a me
proprio qui in questo misero ricovero”.
Allora, Moon coglie anche lui un pane dall’albero, lo mangia e poi
lentamente cammina per i campi, osservando minuziosamente tutto quello che
capita sotto i suoi sensi. A questo punto riflette per un attimo e poi si
domanda: “Il sesto senso che la gente da cui provengo e conservo memoria,
quella gente attribuisce al sesto senso un infinità di altri stati d’animo,
quindi forse sono questi ultimi che più mi turbano e non mi permettono di
aderire completamente al volere del buon Dio”.
Detto questo, ferma il suo sguardo su due uccellini, che si strofinano la
testina l’una contro l’altra con una quiete assoluta, poi volano l’uno
accanto all’altro, girano intorno ad un albero più verde degli altri, vi
entrano nella chioma, escono e ritornano, cantano sono felici, nessun
problema li sfiora. “Ecco - dice Moon - questi sono gli uccelli della
parabola, che non devono seminare, per vivere, ma solo lodare Dio con il
loro canto e stare felici.
Quando l’uomo saprà far questo vivrà felice nel regno di Dio. “Proverò ad
essere umile, contento, disinvolto ed affettuoso con ogni essere, che verrà a
contatto con me. Fa altri pochi passi e vede che un grosso serpente sta
ingoiando un animaletto, lo osserva, capisce che la vita è una catena
alimentare e che tutti sulla terra sono mezzi, per far sopravvivere razze
diverse, con diversi sistemi di alimentazione.
Poi, senza disturbarlo, passa a breve distanza e va oltre quel posto e trova
delle caprette, che saltellano da una rupe all’altra, con gioia e
spensieratezza, brucano l’erba, le fronde degli alberi e cespugli vari,
insomma tutti intenti a vivere la vita. Moon si ripromette di accontentarsi
di quello che trova sulla terra, senza pretendere altro e di correre in
aiuto a chi ne ha bisogno.
Vistosi lontano dal baobab e che la sera sta per scendere, decide di
tagliare dritto verso l’albero, ma ecco che una scrofa grugnisce fortemente,
in tutt’altra direzione, come se chiedesse aiuto. Moon, fresco della sua
promessa a Dio, abbandona l’idea di far ritorno all’albero e va verso la
scrofa, che continua a grugnire, vi giunge velocemente e vede in un fosso un
piccolo porcellino che si muove appena. Moon, senza pensarci una volta di
troppo, scende nel fosso preleva il maialino e lo porge alla scrofa,
che si sdraia per terra e mostra le mammelle turgide di latte, ma il
piccolo non si regge e quindi non può andare a succhiare. Lo avvicina al capezzolo, lo imbocca, e questo comincia a succhiare,
anche la scrofa emette il tipico verso di accondiscendenza.
Moon vede le ombre della sera ormai scese sulla terra e che intraprendere
una via sconosciuta non è consigliabile, ritorna sui suoi passi, arriva
vicino al posto, ove il grosso serpente stava ingoiando l’animaletto, si
ferma un attimo, per accertarsi di non pestarlo, lo vede invece
attorcigliato ad un ramo intento a digerire il suo pasto e gli rivolge una
frase: “Vacci piano, amico, anche gli altri devono vivere” e passa oltre;
giunge al giaciglio, che è ormai notte, si sdraia e dorme.
Passa così il sesto giorno.
Settimo giorno: Moon sente un ruggente vento che batte i rami del baobab e
una continua pioggia di pani che cadono giù per terra. “Ecco ancora una
esperienza è pronta per me ed io sono pronto a viverla”. Si alza, stringe a
sé i pochi resti dei vestiti, si dirige verso il ruscelletto, che appare
meno inquinato del giorno precedente, vi immerge le mani congiunte e porta
al viso l’acqua tornata fresca e limpida, anche se poca. Capisce che non
deve sprecarla e quindi la risparmia per i giorni a venire.
Anche le scimmie gli rammentano un altro modo di dissetarsi: molti di loro
strizzano delle radici di erba e ne bevono il succo. “Ecco - dice -
quante cose non si pensano e ci si dispera inutilmente”.
Questa riflessione porta Moon ad un continuo auto interrogarsi sulle cose,
che gli accadono intorno, per primo le analizza senza alcuna leggerezza, poi
analizza la sua vita con tutte le cose che gli sono capitate o che gli sono
state insegnate dai genitori, dalla società o dagli eventi.
Certo, oggi non si è più ai tempi in cui
l’ingegno stava per manifestarsi e il pensiero era ancora lontano dallo
svilupparsi nella mente degli aborigeni, |
quando le genti trovavano
da vivere grazie esclusivamente a quello che produceva la natura e non conoscevano
la necessità di vivere in masse, ovvero, come diremmo oggi, in comunità; la mente di Moon lo deduceva dai
comportamenti di diverse specie di animali, a cominciare dalle scimmie.
Tornano spesso alla mente del giovane le parabole della Bibbia
e le omelie domenicali tenute durante la Santa Messa dal suo parroco, dai
suoi catechisti e dalla famiglia. Questa ultima gli manca di
più: la mamma, il nonno con cui giocava, il papà che gli dava sicurezza
quando si trovava tra le sue braccia; pensava a tutto questo mentre guardava
sconfinati orizzonti, praterie e foreste infinite, che si scorgevano dalle
cime dei monti.
Raggiunto il suo colle preferito, si inginocchia e prega il Padre Eterno
affinché non lo lasci a lungo senza la compagnia dei suoi simili, poi lo
ringrazia per il conforto che la voce guida gli infonde, nei momenti di
scoramento.
La risposta alla sua preghiera si può dire estemporanea, perché alzando
gli occhi vede le sconfinate terre era inondate di una nuova luce invitante
a vivere la vita, a gioire ed infondere agli altri lo stesso ardore per le
cose del creato.
Le gambe avevano voglia di camminare, le mani di lavorare, la mente lo
spingeva a nuove immaginazioni, si sentiva di apprezzare quelle belle cose
che la natura produceva, più che in ogni altro momento da lui vissuto.
Ora aveva voglia di dividere questi sentimenti con qualcuno e lodare il
Signore che lo colmava di doni, a suo avviso immeritati, perché si riteneva
un piccolo uomo sfaccendato e peccatore, visto che giustamente non aveva
trovato così tanta accoglienza in nessun posto; forse perché
non aveva mai prodotto qualcosa di buono ed utile per sé e per la società.
Unico bene che sentiva onnipresente nella sua mente era il forte pensiero
di pregare, infatti sentiva nell’anima, soprattutto quando si fermava a
pregare e confessava i suoi peccati più intimi al Padre Eterno, che per lui
era il Dio del bene, del perdono e del grande amore. Infatti, crede
nella pace tra gli uomini solo se un padre affettuoso stringe tutti i suoi
figli tra le proprie braccia con medesimo affetto ed amore, solo così la
figliolanza cresce unita in pace e senza rivalità tra fratelli.
Tutti questi ragionamenti affollavano la mente del giovane a cui mancava
tantissimo il contatto umano, anche se si trovava in un luogo, in cui la
presenza del Creatore era palpabile.
Torna verso il lago sulla sponda opposta suo rifugio e comincia a parlare
con le acque, dicendo: “Amiche mie, quando mi portate il Candidofiore che ha
il potere di ridare vigore e sembianze umane alle creature di questo
incantevole mondo?” Tutto tace, quasi un silenzio irreale, poi le acque, si
increspano, cominciano a gorgogliare, compaiono delle bollicine che non si
elevano.
Osserva per ore quel fenomeno, ma nulla viene in aiuto per interpretare
il segnale; solo più tardi un branco di trote saltellano fuori
dell’acqua, e si rallegra, perché sa che le trote, prima di saltellare
fuori dall’acqua emettono del fiato creando il fenomeno appena visto.
Quel giorno non aveva mangiato e non voleva andare a consumare il
solito pasto, fatto esclusivamente dal frutto del baobab, perciò si guardava
intorno e, pensava alle trote che potevano essere
l’alternativa all’ormai abituale pasto; ma come cuocerle? Pensò al fuoco
insegnatogli dal nonno cioè con lo strofinare velocemente di due rametti
secchi tra loro e far bruciare il legno; vi provò, ma non riuscì a farli
bruciare. Poi si ricordò di una dimostrazione fatta con una cordicella
avvolta ad un’asse di legno duro, poggiando una estremità su di un legno
molto secco e sdrucciolevole, l’asse girava velocemente, grazie alla
cordicella che, tirata opportunamente, da un lato e dall’altro, creava un
moto continuo e veloce, si guardò intorno in cerca di qualcosa che potesse
sostituire la cordicella. Se si escludeva qualche filo d’erba abbastanza
lungo, non vi era altro; ma inavvertitamente mette un piede nell’acqua,
istintivamente si guarda i piedi e vede che alle scarpe ha ancora delle
lunghe stringhe.
Alza gli occhi al cielo e dice: “Grazie, Signore, solo a te non sfugge
nulla e dire che dei lacci alle scarpe li porto sin dai miei primi passi”.
Cerca i due pezzi di legno, simili alla dimostrazione, si toglie le stringhe
e prova ad accendere nuovamente il fuoco; fa uno, due tentativi, ma il moto
continuo non viene, riflette ancora, poi leviga per bene il legno che fa da
asse e riprova. Il movimento di rotazione comincia a riscaldare il legno e
un piccolo segnale di fumo col caratteristico odore di bruciato si fa
sentire subito dopo il rossore del fuoco.
Senza perdere tempo, raccoglie dell’erba secca e prova ad accendere un vero
fuoco. La scintilla che emette la prima fiammella è il culmine della gioia
di quel giorno. Dopo aver ottenuto un buon fuoco, sceglie due tizzoni
ardenti, spegne con l’acqua il rimanente fuoco e si dirige verso l’albero.
Qui, in un angolo del vano, ove c’era la terra, creò un cerchio di pietre e
al centro vi accese un nuovo fuoco. Contentissimo di quel risultato,
ringrazia Iddio che lo assiste in questa lunga attesa, poi si addormenta
per la stanchezza.
Passa così il settimo giorno, senza, pranzare e neppure cenare.
Ottavo giorno: Moon si svegliò di buon mattino e andò verso il lago per
cercare di pescare qualche pesce, ma non riuscì a prenderne vide una pertica dritta e
ben affilata, si ricordò che gli antichi usavano appunto una lancia per
infilzare i pesci, anche lui si attrezzo per bene, levigò ed avendo
appuntito quella pertica, tentò di infilzare una grossa trota, con sorpresa vi riuscì al primo colpo.
Raccoglie la trota salmonata, la osserva in tutta la sua forma e
nei colori che la differenziano dalla trota comune e ne pregusta la polpa
arrostita, sia pure senza alcun condimento.
Mangiò con gusto quel pasto nella terra benedetta dal Signore che ringraziò
prima e dopo il pasto.
Quel pranzo segna
un nuovo inizio, perché rappresenta la seconda conquista in una terra
sconosciuta, ma generosa.
Differenziare il cibo con il proprio ingegno e lavoro lo rende attivo nel
trascorrere le ore e gli fa ricordare il tempo vissuto in compagnia di
altri uomini; quindi tornano alla mente le nozioni della storia, del mondo e
dello stesso uomo. Fino al secolo scorso si credeva e si insegnava
nelle scuole che la creazione del mondo avvenne solo 4004 anni prima di
Cristo, mentre la scienza ha dimostrato che il passaggio evolutivo che
avvenne, con Adamo nell’Eden, è databile a ben 25 milioni di anni fa. Allora
l’uomo viveva col solo prodotto spontaneo dato dalla natura e quindi da Dio,
fino a 12.000 anni fa, quando si inventò l’agricoltura forse a causa del
“peccato originale”, quindi si può dire che d’allora l’uomo ha dovuto
lavorare, per sfamarsi e sopravvivere.
A questo punto, Moon si convince che il luogo, in cui è capitato, è rimasto
quello incontaminato che era ancora possibile
ridestare l’umana gente e farla ritornare al Creatore: schietta e pura
d’animo.
Quindi si ritiene un uomo nuovo, scelto da Dio, per aiutare i propri simili
e far loro capire che bisogna rinnovarsi nello spirito, purificando l’anima.
Infatti l’animosità con cui si affrontano i problemi della newAge e dei
torti subiti, senza far posto al perdono, lo sbaglio più grande che
l’umanità compie continuamente.
Si predispone con questi sentimenti ed attende il segno che lo rende
veramente pronto ad agire in favore dei suoi simili, anche se al momento
vede solo animali e null’altro.
Con questi sentimenti raccoglie le squame, le interiora e la testa della
trota le allontana dal posto ove lui dimora, le posa su di una pietra ben
visibile, per osservare come altre creature si servono di quei resti:
arrivano per prima le formiche che coprono letteralmente la testa, poi un
grosso avvoltoio a lui sconosciuto porta via gli intestini,

Faranaco gigantesco
ciò
conferma quello che Moon pensava sulla catena alimentare: “tutto serve alla
vita e nulla va distrutto, ma opportunamente usato”.
Poi raccoglie dei pezzetti di legna secca, li porta sotto l’albero, forma
una buona riserva, per mantenere sempre acceso una piccola fiammella, per
usarla al momento opportuno.
La sera giunge con una sorpresa che insegna a pensare come usare un dono del
Signore, questo era uno sciame d’api che si fermò proprio a un ramo del
baobab. Moon sapeva che quelle giovani api andavano raccolte in un alveare,
affinché si fermassero e producessero miele per lui.
Gira intorno all’albero, nella speranza di notare un qualche vano, idoneo
per porvi le api; nulla trova, si inoltra allora nel bosco in cerca di
qualche tronco vuoto trova un tronco a croce con la parte più grossa
semivuota e una notevole parte già marcia.
Se lo carica sulle spalle e lo porta nel rifugio quando ormai il buio della
sera è fitto; ravviva il fuoco e si mette di buona lena a svuotare il tronco
dal legno marcio, con l’aiuto di un corno appuntito per bene, una volta
terminato il lavoro, sfruttando la luce del fuoco, pone il tronco sospeso
sul fuoco per farlo asciugare, in modo che col nuovo giorno si trova pronto
per ospitare lo sciame d’api.
Moon ormai stanco più di qualsiasi altro giorno, si stende sul giaciglio e
prende sonno.
Finisce così l’ottavo giorno.
continua a
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