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UN MONDO CHE NON C'E'
 di Pietro Giovanni Lucarelli

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Nono giorno: Moon si sveglia all’alba già col pensiero di provvedere velocemente a sistemarlo nell’improvvisata urna, prima che la temperatura si riscaldi e le api prendano il cammino.
Il giovane, forte dei racconti del Nonno Taut, apicoltore per passione, decide di mettere in pratica quei racconti e far sì che quel dono mandato da Dio, non venisse sprecato; si dà quindi alla ricerca di erbe aromatiche, le raccoglie, poi ci profuma il vano ricavato nel tronco, lo predispone di fronte al sorgere del sole, taglia il rametto, in cui era appollaiato lo sciame, lo pone delicatamente di fronte al tronco, lo copre con la giacca prega il Signore che le api si fermino e lavorino per lui; poi si porta al ruscelletto per le pulizie mattutine, dopo essersi rinfrescato e ben pulito, si aggira per i campi, nella speranza di fare altre scoperte, ma passo passo raggiunge una nuova vetta. All’orizzonte si presenta una lunga catena montuosa, coperta di fitta vegetazione. Sembrava un mare verde in tempesta, con onde altissime, eppure, erano solo le chiome degli alberi che ondeggiavano sotto le potenti raffiche di vento; dopo qualche minuto il vento colpisce il suo viso; poi, rinforzatosi, lo spinge verso la valle in direzione del suo albero; Moon lo raggiunge quasi volando, e in brevissimo tempo entra nel ricovero, vi resta per molto tempo, pregando Iddio, affinché lo illumini su quello che sta accadendo, che lo confonde, non lo rende tranquillo; infatti, il suo cervello non raccoglie idee. Le cose che accadono sono per lui indecifrabili, non sa cosa è buono e cosa non lo è.
Per esempio, si domanda se aveva fatto bene a procurare un’urna alle api, per avere sempre a portato di mano il miele, o se doveva lasciarle andare, libere di trovarsi un alveare a lui sconosciuto.
Una volta passata la tempesta di vento, esce in cerca di nuovo cibo, pur sapendo e vedendo che l’albero del pane era sempre lì con i frutti maturi, e che le scimmie venivano puntualmente a sfamarsi.
Si assicura il fuoco, per ravvivarlo al ritorno, guarda le api con grande soddisfazione, vedendole già lavorare toglie delicatamente la giacca e vi pone una larga corteccia di sughero e si allontana, prendendo una nuova direzione, costeggiando delle radure, guardando di tanto in tanto nel bosco, soprattutto quando questo si fa più aperto. Sente rumoreggiare dei grossi animali, e questo lo intimorisce, ma poi si allontana dalla folta vegetazione si avvicina a un nuovo corso d’acqua che definisce un fiume: lo chiama Nono in onore al nono giorno.
Nelle insenature di Nono crescevano foglie d’erba gustosissime simile alla lattuga conosciuta da Moon, che l’assaggiò, ne gustò il succo e disse: “Signore, se questa pianta non mi farà male, ne mangerò ancora e la indicherò anche alle scimmie, se questo è il tuo volere”.
Camminò ancora per ore, lungo il greto del Nono, trovò dei crostacei, delle anguille racchiuse in una piccola pozza d’acqua, ne prelevò due per arrostirle, e fece ritorno, diciamo a “casa”; prelevò anche delle foglie d’erba, che chiamiamo lattughe. L’albero cominciava a trasformarsi in casa per le cose che vi andava disponendo.
Ravviva il fuoco, lo carica di legnetti, per produrre della brace, arrostisce le due anguille e le mangia con gusto, insieme alle lattughe, poi prende un pane del baobab, ne mangia un bel pezzo, fino ad essere veramente sazio.
Si inginocchia e prega dicendo: “Padre, ti ringrazio di come mi stai nutrendo ed insegnando le cose che posso fare qui nel tuo regno”. Si appoggia ad una radice dell’albero e prende sonno.
Nel sonno, gli compare il vecchio della volta scorsa che dice: “Moon, ascoltami, presto avrai nuove cose da fare, che ti porteranno fuori di questo posto, sono essenziali per la tua vita e tutte le creature che qui vivono da millenni, tu sei il nuovo Mosè, dovrai rendere loro la vita e loro ti adoreranno quasi come un dio.
Ora svegliati, esci all’aperto ed osserva bene tutto quello che le nuvole, illuminate dalla luna, formano e mimano per te, nel cielo; fissale bene nella tua mente, perché ti saranno indispensabili, per portare a termine il tuo compito”.
Moon si sveglia, si stropiccia gli occhi, poi si inginocchia e prega dicendo. “Padre, guida i miei passi affinché possano compiere quello che ti aspetti da questo tuo servo, immerso in un misero corpo, che ospita la fiammella che viene da Te e vuole tornare a Te.


Mimo opera virtuale di Gianni Latronico

Dopo di che esce ed osserva il cielo e vede una nuvola bianca che si forma vicino alla luna, assumendo la forma di un fiore, il Candidofiore. La luna vi si pone dietro e lo illumina, facendogli cambiare colore, da bianca e trasparente in vermiglio, quello appunto del Candidofiore, mentre un’altra nube grigio-chiaro, a forma di uomo, che nuota lentamente, e altrettanto lentamente si avvicina alla prima nube, ivi giunta, allunga il braccio destro con la mano agguanta la nube dalla parte bassa e torna indietro, con in mano la nube, che non cambia colore, pur allontanandosi dalla luna, fino ad entrare in un immenso edificio formato da una terza nube.
Moon intirizzito dal freddo rientra nel suo vano, ravviva il fuoco e comincia a riscaldarsi, strofinando le mani al fuoco. Riavutosi dal freddo prende ad analizzare le scene viste in cielo e a tentare di dare un significato possibile a quel mimo.
Trova diverse spiegazioni che non stiamo qui a raccontare, visto che saranno riprese nel racconto del decimo giorno. Il calduccio del fuoco concilia nuovamente il sonno a Moon che vi si assopisce vicino, dorme tranquillo, sognando un prato fiorito, con al centro di esso un fiore davvero unico.
Viene svegliato da un fortissimo tuono che fa letteralmente saltare in piedi Moon, per accorgersi così che era giorno da diverse ore e che un grosso temporale stava per abbattersi sul suo albero.
Finisce così il nono giorno.
Decimo giorno: Il decimo giorno è foriero di tantissimi pensieri, che si annullano l’un l’altro nella mente di Moon, il quale non sa più cosa fare, a volte prega, altre volte cammina lentamente, senza radunar pensieri, altre ancora, tenendosi la testa stretta tra le mani, cammina in quel luogo ancestrale che racchiude: cielo, mare e terra, fermo al momento della creazione o all’atto del peccato originale.
In quel luogo il tempo si era fermato per volere di un terribile mago maligno, in contrapposizione del bene o per disobbedienza al creatore: infatti non vi erano uomini, che erano stati trasformati in scimmie. Qui si fermava la sua mente e le sue giustificazioni a tutto quello che accadeva.
Infatti, appena esce dal ricovero viene attratto da una stella che si avvicina lentamente, ingrandendosi d’istante in istante. Poi, da quella luce sempre più luminosa proviene una voce, che per Moon è quella dell’Eterno. Appena udito il suo nome, si getta con la faccia a terra e dice: “Signore, faccia di me il Suo strumento”. La voce ripete: vedrai a tempo giusto apparire in questa parte del lago un fiore che è anche un essere vivente del regno animale, il quale ogni tredicimila anni si sposta da una parte all’altra della terra e vi resta fino a quando gli uomini avranno cura di lui. Infatti, ai tempi del re Moon questo animale era ospite sacro nella reggia del tuo antichissimo avo, ma il re ospitava nella sua reggia tantissimi sapienti. In una discussione tra i suoi ospiti si degenerò, e il fiore, che era custodito su di un apposito piedistallo, con abbondante acqua limpida e corrente, venne gettato nel lago, per dimostrare che era anche un pesce, ma al solo scopo di disorientare la gente nel non credere a Moon, e solo nella discordia si poteva mettere in atto il primo sortilegio a danno dell’umanità.
Il capo dei sapienti era un certo Ululuk, per mezzo del quale Contrun portò a termine il suo disegno, trasformando con un incantesimo tutti i credenti in scimmie e i non credenti a non perpetuarsi nel proprio genere, ma morire ed estinguersi lentamente nel tempo.
Fu così che in questo luogo tutto si fermò. Ora tu puoi riportare indietro il tempo e ridare vita e giusto aspetto ai discendenti dei credenti, che per tutto questo tempo sono vissuti perpetuatisi in forma di scimmie.
Tu devi immergerti nelle acque, appena vedrai uscire da esse il fiore rappresentato dalla prima nube, e imitando la seconda nube, lo prenderai nel modo che hai visto, lo porterai a terra, lo scuoterai in tutte le direzioni subito dopo la presentazione della lettiga da parte delle scimmie, pronunziando le parole già dette poi lo alzerai nella corretta posizione. All’istante tutte le scimmie riprenderanno il normale aspetto, che come ti ho già detto ti presenteranno una lettiga. Tu ci monterai sopra, sempre con il fiore in mano rivolto in alto, fino a che arriverai alla reggia del tuo avo e vedrai scorrere Gio’ il fiume della gioia, che scaturisce da una roccia viva, attraverso una vasca di purissima giada, per poi immergersi in un’apertura della stessa, per scomparire nel sottosuolo. Tu vi porrai al centro di essa il fiore che in realtà è un pesce degli Antozoi – Anemoni o Rose di Mare, il centro della vasca è segnato da un cerchio scolpito nella preziosa pietra; in quel cerchio porrai il fiore, e terminerà così il tuo compito nel riportar la vita al popolo. E il fiore, a cui sono state attribuiti dei poteri inattaccabili dalla magia, farà il resto.
Da quel momento comincerà il tuo regno, e solo la tua fede ti avrà permesso di riportare il popolo credente al tempo presente, cioè ai tuoi giorni.
Ora resta concentrato ed attento alle acque. Queste cominceranno ad emettere delle bolle, come se bollisse una pentola, ma è solo l’aria emessa dal pesce che sta per emergere, tu non destarti, finché tutto sarà compiuto.

Adesso esamina bene le possibilità d’uscita dalle acque con quel pesce nella mano destra e poi ritirati e riposa, mentre allo spuntar dell’alba ti riporterai qui e vi resterai fino alla fine”.
Con queste parole, la voce proveniente dalla luce terminò le sue comunicazioni ed anche la luce svanì.
Moon fece tutto quello che gli era stato raccomandato esaminò le rive del lago guardò la vegetazione, sperando di individuare la reggia, ma di questa ultima non vi era traccia alcuna.
Ormai stanco torna al suo rifugio, prega il buon Dio affinché lo assista in questa impresa e lo conservi nella salute, affinché le forze non lo abbandonino proprio quando ha più bisogno, poi si addormenta e termina così il 10° giorno.
Undicesimo giorno. Moon, ancora prima dell’alba, si porta in riva al lago ed attende l’evento annunciato, le ore passano lenti, il giovane resta a fissare le acque che non si increspano, anzi un lento andirivieni di onde leggerissime segna la ormai familiare normalità dei giorni passati ad osservare quei luoghi che se pur estranei ai suoi occhi e ricordi, lo tenevano gioiosamente legato; come pure alberi, orizzonti, uccelli ed animali a lui del tutto sconosciuti. Più prepotentemente tornava alla sua mente la montagna da cui arrivò quel vento, che gli dava la sensazione di volare verso il rifugio.
Il giorno passò lentissimo, Moon non si staccò dal posto indicato dalla voce. Quando la sera stava per arrivare, un sussulto lo colse, la mente era immersa nei suoi pensieri accigliò lo sguardo sull’intera superficie delle acque, ma queste erano chete ed anche lui si quietò la mente.
Agli ultimi riverberi del sole la terra tremò forte, le acque si ritirarono, e lui tutto tremando si trovò su di uno scoglio a guardare il centro del lago, vide le acque che si allargavano alquanto, caratterizzate dal colore vermiglio, e le stesse si formavano in cerchi concentrici, allargandosi verso la riva.
Questo fenomeno turbò Moon, ma presto le acque tornarono calme, Moon si inginocchia, congiunge le mani e prega dicendo: “Padre, aiutami a capire, dovevano comparire sulle acque delle bolle ed invece mi trovo su di un scoglio, e non capisco il perché, ma resto qui, si faccia il tuo volere”.
Non finì la frase che dal centro del lago emersero delle bolle che si potevano vedere solo dallo scoglio. I cerchi prima erano piccoli e poi sempre più grandi, fino a che un colore vermiglio si intravide, e piano piano affiorò sulle acque il candidofiore. Moon resta trasecolato, chiede subito perdono a Dio, per aver pensato ad un evento non previsto; poi, come gli fu comandato, si immerge e nuota lentamente verso quel bellissimo fiore. Le acque erano tiepide e gradevolissime; il pesce era ormai emerso quasi completamente.
Il giovane si avvicina lentamente, stende il braccio, e con la mano destra lo prende lo alza sulle acque e comincia a nuotare verso la terra. Qui, dopo i primi passi, arrivarono i portantini della lettiga e tutto si compì come era stato annunciato. Sale sulla lettiga e comincia a scuotere il fiore in tutte le direzioni; con sua immensa sorpresa vede comparire tanti uomini, donne, bambini e persino vecchi accompagnati da altri meno anziani.
La lettiga era finemente lavorata incastonata di gemme preziose e sofficissimi cuscini di piume. Moon, da quella lettiga, col braccio alzato, tenendo nella mano il fiore superlucente nei suoi colori bianco e vermiglio, si appresta a raggiungere la reggia. Appena sollevata da terra la lettiga, una strada ben curata si apre davanti al corteo di quel popolo ridato alla vita, e che si incammina, per fare ritorno alla Reggia. Torna il mattino, la lettiga viene preceduta da musici, giocolieri e maestri di cerimonia, e ancora prima suonatori di corni che annunciavano il ritorno del Candidofiore e di Sua Maestà Re Moon II.
Camminarono per ore, prima di arrivare alla Reggia, attraversarono la foresta incantata, una vasta area pianeggiante, curatissima nelle coltivazioni floreali, per poi percorrere una lunghissima passerella stesa sul lago, che circonda una enorme quanto bellissima Reggia. Al solo guardarla ci si resta incantati come Moon, che nella sua vita di girovago aveva sì visto cose bellissime, ma non come quel gioiello di architettura senza tempo. Intanto il corteo procedeva verso l’entrata centrale della Reggia, appena giunti un’esplosione di colori, di festa dei cortigiani e del popolo che era assiepato lungo i bordi della strada e delle rive dell’Atollo che reggeva il monumento dei monumenti che da ora in poi chiameremo la “Prima meraviglia” creata dall’uomo.
Intontito da quel vociare gioioso si trovò dinanzi al Fiume Gio’, che rumoreggiava nella caduta in quella splendida vasca di Giada, e all’istante cala un silenzio che mette Moon in agitazione, chiedendo se per caso aveva sbagliato qualcosa, ma ecco che il grosso volatile Faranaco si posiziona all’emissario del fiume e dice: “Benvenuto, fratello Gionvit, il tuo regno è pronto: posa dunque il nostro idolo nelle acque sacre e taci; Moon alza gli occhi come se volesse guardare il cielo e pregare, ma su di lui c’è una volta dipinta di stelle, con al centro l’uomo che lo aveva accolto su quel suolo ancestrale, e questo parla: “Figlio dei miei figli, tu sei Gionvit II, quindi non temere, posa pure tranquillamente l’Anemone nel cerchio e tutto sarà finito”.
Moon, che da ora in poi chiameremo Gionvit posa l’Anemone nel cerchio e i suoi uomini riprendono gioiosi i loro ritmi di vita. A quel punto il nostro Gionvit si trova fuori del tempo, non capisce quanto sta accadendo, e così il gran Faranaco comincia a parlare: “Vedi fratello, tutto cominciò con la scoperta di questa immensa e purissima pietra di Giada che si intravedeva sotto le acque freschissime del Fiume, e Gionvit, nostro fratello, da cui tu prendi il nome, lo scopritore, che era un gran pescatore di pesci, volle creare questa grandissima, quanto bellissima vasca, ove far scorrere il suo fiume, sia pure solo breve tratto pari alla grande pietra di Giada. Infatti, vi scavò ad incasso la vasca capace di contenere la portata del fiume. Al centro si permise di portarci il più bel pesce di tutte le acque del Creato e, quando trovò a suo giudizio quello giusto, lo posizionò al centro della vasca, segnato dal cerchio e chiese al popolo di accudirlo come un idolo portafortuna.
Fu lui a dare il proprio nome al fiume, alla Reggia che è appunto la Reggia di Gionvit Senior. “Io sono l’unico suo figlio diretto rimasto perché la natura mi volle come tu mi vedi, quindi sono il guardiano del regno e tu il terzo re, perché discendi da quel Gionvit Moon che fece tutto questo.
Cala così la sera sull’undicesimo giorno.
Gionvit viene invitato dai servitori a salire su di un trono portatile, cosa che esegue senza difficoltà. Una volta giunto in una stanza profumatissima e piena di tiepidi vapori, viene spogliato, lavato, profumato e vestito con panni reali.
Subito dopo è invitato a salire su di un baldacchino d’oro massiccio finemente lavorato, impreziosito con gemme superlucenti e panni trasparenti più dei veli delle grazie di mitica scena. Gionvit acconsente e viene portato in trono appunto nella sala Trono della Reggia, ove gli anziani e i Saggi del regno lo attendono.
Al suo ingresso scocca un forte e prolungato applauso.
I portantini lo posano al centro della sala , tutti si alzano in piedi dai loro scanni e chinano il capo fino a formare un cerchio umano perfetto, senza lasciare spazio alcuno tra di loro, e vi restano così per lunghi minuti finché Gionvit, riavutosi con la mente, dice: Signori, vi prego, riprendete i vostri posti”.
Tutti alzano il capo e con una voce sola pronunciano la parola grazie! Il più anziano di tutti prende la parola e dice: “Moon Gionvit II, da questo momento sei il re: il Regno è ai tuoi piedi. Tocca a te governarlo”.
Gio’ ripete: “Signori, vi prego, voi tutti sapete che io sono un semplice credente nell’opera del buon DIO, quindi come posso governare un Regno?” L’uomo risponde: “Proprio grazie alla tua fede hai potuto ridarci il nostro vero aspetto, così potrai governarci saggiamente e, se vuoi, anche col nostro aiuto. “Ve ne sarò davvero grato risponde Gionvit.
Ora amici torniamo a vivere il nostro io più intimo, da parte mia vorrei riposare, voi siete liberi di fare quello che più vi aggrada”.
Gionvit, rimasto solo nella nuova stanza si inginocchia, congiunge le mani e prega dicendo: “Padre, tutto questo mi sembra un miscuglio di credenze e non una fede vera, così come a me è stata insegnata, ti prego illuminami su questo mio nuovo stato di essere”.
Ecco che una luce si materializza nella stanza e da questa proviene una voce: “Moon o Gionvit, tutto quello che ti è stato detto è corretto, è solo stato elaborato, con mentalità diversa, ma sempre a buon fine; ecco, questo è quello che anche tu devi preferire, mai fare del male: tratta i tuoi simili come te stesso, solo così tutto andrà bene e il male non prevarrà sul popolo di Dio.
Ricordati delle tredici lune, che rappresentano il tempo a tua disposizione per avere un figlio e che rappresentano il popolo ed i giorni di operosità che hai a disposizione, per cambiare le cose, che avranno inizio col concepimento del tuo primo figlio.
Ora il tuo compito è quello di insegnare alla gente a vivere con queste semplici regole, e formare una tua famiglia, solo così termineranno gli abusi e i poteri su ognuno”.
Termina così l’undicesimo giorno.
Dodicesimo giorno: Gionvit, dopo un sonno restauratore, si sveglia di buonora e nel muovere i veli del baldacchino, per scendere dal letto, fa scorrere il filo legato a dei suonagli che muovendosi suonano e quindi svegliano i servitori della Reggia, che si precipitano nella stanza e vedono Gionvit già vestito pronto per uscire. La servitù, a quella visione, protesta col chiedere scusa di non aver fatto in tempo, per vestire Sua Maestà e quindi di non aver potuto fare il proprio dovere, assolto in prima persona, dallo stesso re, e non da quelle persone che dovevano provvedere alle pulizie e al vestiario del Sovrano.
Gionvit capisce che il suo modo di vivere non è quello di una corte reale.

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