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UN MONDO CHE NON C'E'
 di Pietro Giovanni Lucarelli

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Poi riflette un po’ e dice ai suoi servitori: “Vedete io amo vestirmi da solo e far colazione con cose semplici e che si trovano in tutte le dispense della gente del nostro regno, perciò vi prego, da questa mattina cercate dei bisognosi, non autosufficienti, aiutateli finché volete, però serviteli, come se fossi io in persona”.
Solo dopo aver consumato tutte le vivande destinate a me potete tornare a fare quello che vi è stato assegnato da consiglieri e saggi del regno. I servitori arretrano di tre passi, chinano il capo e, con una voce sola, dicono: “Come sua Maestà desidera”, e si allontanano.
Gionvit sta per uscire dalla sala grande quando il più anziano dei consiglieri e primo saggio nonché pari del regno gli si ferma davanti e dice: “Maestà, ricordati di visitare il Candidofiore e Faranaco, che si trovano nella sala della vasca di Giada, ove scorre Gionvit il Fiume gioia che dà vita. Sia Faranaco, che il Candidofiore devono mangiare ed essere vigilati, affinché non abbandonino la loro posizione, per non permettere al terribile Contrun di soggiogare nuovamente il regno dei credenti nella fede di Dio Padre. Il tuo interessamento a questo mantenimento è basilare, fino alla fine dell’incantesimo.
Questo è il tuo primo compito di Re, poi arrivano i compiti di natura legislativa, dove il Re è il capo di tutti i legislatori: approva e promulga o rigetta la legge. Gionvit Moon II per grazia di Dio e volontà del popolo Re del Regno, terzo compito è quello di curare le relazioni con altri popoli e solo alla fine prendersi cura dei personali divertimenti. Il quarto compito è quello di ascoltare la voce del popolo ed accorrere in suo aiuto, nel momento del bisogno. Quinto: legiferare saggiamente ed opportunamente, sesto guidare i sudditi a mete tranquille e mai chiedere più del necessario, per lo stato sociale, settimo proteggere la vita dei sudditi a costo della propria, ottavo assistere il popolo riconoscendo da tutti gli stessi diritti; nono far rispettare a tutti i diritti di fronte alla legge; decimo punire equamente i rei senza accanimento di alcun genere.
Un buon Re deve curare il suo popolo come un papà si prende cura dei suoi figli. “Gionvit ascolta tutte queste cose e poi dice: “Quando posso esprimere le mie idee e convinzioni?” “Sempre, risponde il primo consigliere del Regno - basta convocare il consiglio nella stanza del Trono o alla presenza della Maestà ovunque si trovi comunicare lil proprio volere e il consiglio si attiverà affinché i desideri si realizzino”.
“Bene, primo consigliere - dice Gionvit, - radunate il popolo il più numeroso possibile nella spianata della Reggia, con il consiglio in prima fila, a seguire i dignitari del Regno e i rappresentanti delle tribù, perché voglio parlare a tutti nello stesso momento, ora nel salutarvi vi invito a provvedere a ciò da subito”.
Suonano i corni che chiamano tutti a rapporto i rappresentanti si accingono a comunicare ai cittadini il volere del Re.
Una volta radunate le genti dei villaggi vicini, i capi si portano dal primo consigliere per riferire che il popolo e i rappresentanti, con i consigli, i dignitari e rappresentanti delle tribù, sono nella spianata della Reggia.
Questi va dal Re e comunica che il suo desiderio è stato eseguito, “Bene - dice il Re - andiamo a dire loro quello che pensiamo, muovendo i primi passi. Ma ecco che nella grande volta dell’entrata principale trova il Trono portatile con i suoi portantini.
Gionvit si ferma un attimo, riflette e poi dice al maestro di cerimonia. “Fate precedere la nostra persona dal trono, così come lo avete già addobbato, fino ad una distanza di nove passi dal consiglio e poi fermatevi”.
Il comando fu eseguito immediatamente e raggiunta la folla che si assiepava sempre più a quell’ inusuale incontro col Re, tutti stavano in religioso silenzio.
Gionvit si avvicina al trono e dice: “Amici, dovete sapere che se pur la mia discendenza mi porta qui ad impersonare il vostro re, in realtà io mi sento il più semplice di voi tutti e, come tale, mi auguro che vogliate trattarmi, ed intervenire nelle mie decisioni, qualora le riteniate ingiuste.
I pari del Regno, i saggi, i rappresentanti delle tribù, devono essere coloro che attingono da ognuno di voi, per riferire immediatamente a me, affinché io possa intervenire il più presto possibile, nel dare disposizioni giuste e corrette.
Tenete sempre presente che ognuno deve trattare i suoi simili come se stesso e tutto andrà bene, e il male non prevarrà sul popolo di Dio. Ecco - dice Gionvit - tutti siamo chiamati ad essere fratelli e lavorare per i fratelli, solo così termineranno gli abusi e i poteri su ogni singolo uomo.
Anche il Candidofiore potrà prendere il mare, privo dei suoi poteri, come pure il Faranaco potrà correre e volare dappertutto, senza dover restare prigioniero in una stanza.
Questo è il volere di Dio, ed io l’ho fatto mio, fatelo anche voi, singolarmente e collettivamente.
Prendete tra le vostre mani il proprio destino e non delegate a chicchessia i vostri diritti di esistere, questa consapevolezza vi salverà perché lotterete per il bene di tutti e di ognuno.
Ora però devo chiedervi una sposa, e prego tutte le ragazze da marito e donne senza marito, disposte a diventare la mia regina, si presentino qui davanti a me e al consiglio del regno, dicendo: “Io sono… amo questa terra e desidero esserne la Regina”.
Detto fatto. Una fila interminabile di giovani e bellissime donne senza marito sfilano davanti al Re e al consiglio. La prima: “Sono Raggio di Sole, amo questa terra e desidero esserne la Regina; sono Luna Lucente, amo questa terra e desidero esserne la Regina; sono Stella del mattino, amo questa terra e desidero esserne la Regina; sono Gioè de Selva, amo questa terra e desidero esserne la Regina; sono Stella del Buon Pastore, amo questa terra e desidero esserne la Regina; sono Rugiada Fresca, amo questa terra e desidero esserne la Regina; sono Sorriso Giovine, amo questa terra e desidero esserne la Regina; sono Fior Gaudente, amo questa terra e desidero esserne la Regina; sono Acqua Cheta, amo questa terra e desidero esserne la Regina; sono Aria Fresca, amo questa terra e desidero esserne la Regina” e altre ancora sfilarono, dichiarandosi pronte al matrimonio ad assumere i compiti di Regina.
Finito il passaggio delle fanciulle da marito, Gionvit prega Iddio che lo illumini nella scelta della moglie; un flash gli ricorda che lui era il secondo Mosè, esamina subito mentalmente questo nome: Chi era Mosè, un condottiero, un santo, un pastore. Spontaneamente pronuncia con forza: “Stella del Buon Pastore”.
La ragazza si presenta: “Signore avete fatto il mio nome”, “Si cara, tu sarai la mia regina e pertanto invito il primo consigliere a far predisporre il dovuto corteo di ancelle, che seguirà la Regina dopo di me”.
Il Re si porta davanti al trono ed invita Stella del Buon Pastore a salire sul Trono il corteo reale parte per la reggia. Giunto sui gradini dell’entrata principale, Re Gionvit Moon II si ferma e riprende la parola, ringrazia il popolo, i consiglieri, i capi tribù, poi, rivolgendosi ai consiglieri dice: “Desidero che tutti voi vi riunite in consiglio alla presenza mia e della mia sposa, per organizzare immediatamente la cerimonia delle nozze, alla presenza delle maestà, cioè mia e di Stella del Buon Pastore e comunichi al mondo, immediatamente dopo, il modo dello svolgimento della cerimonia, la data prescelta.
Ora vi saluto vi benedica Iddio Onnipotente”.
Il Consiglio al gran completo si accomoda nella sala del Trono, ognuno sul proprio scanno attende la futura Regina e il Re; questi giungono immediatamente, Gionvit Moon II, senza giri di parole, dice: “Ho solo un giorno di tempo, per prendere moglie e sperare che mi dia un erede nelle prossime tredici Lune; se questo non avviene, sarò perso con tutti voi per l’eternità. Che il Buon Dio ci illumini e ci aiuti, buon lavoro”.
Seguono alcuni minuti di assoluto silenzio, poi uno si alza e dice: “Maestà, abbiamo apprezzato la chiarezza delle cose, rendiamo omaggio a Stella del Buon Pastore, che ama la nostra terra, al punto di incarnarne la Regina - tutti si alzarono applaudendo a lungo, poi continuando dice: propongo che la cerimonia, delle nozze e quella dell’incoronazione avvenga domani mattina.
La mozione fu approvata con il grido di “Evviva le nostre maestà”.
Furono immediatamente pubblicate in tutti gli angoli del Regno queste novità, chiudendo così il dodicesimo Giorno.
Tredicesimo Giorno, Le nozze di Gionvit Moon II e Stella del Buon Pastore.
L’alba del tredicesimo giorno è portatrice di gioie, gaiezze e prosperità in quel mondo ritrovato e riportato al gaudio del Signore. Il cielo è terso; l’aria purissima; la temperatura è quella corporea, la campagna è tutta fiorita, gli uccelli cantano a festa, gli animali feroci e velenosi vivono con i mansueti ed amici dell’uomo, l’uomo stesso non ha spirito bellicoso, ma calmo ed accondiscendente a tutto. È veramente un giorno di gaudio per tutti Gionvit non manca di ringraziare il Signore per averlo così tanto assistito, cammina tra la gente, tutti lo salutano con riverenza ma anche con tanta familiarità, quasi a voler segnare un legame di parentela con quel sovrano che aveva abolito ogni diritto di sudditanza o di qualsiasi natura, si riteneva uno di loro, era benvoluto ed amata.


Il Mio Sole

Con lo spuntar del sole, le trombe della reggia annunciano il matrimonio del sovrano e che la festa sta per avere inizio. Gionvit si porta sulla soglia del Duomo ed attende. La Regina lo raggiunge, ma una folla di gente con a capo il primo consigliere del Regno si avvicina e questo ultimo, chinandosi di fronte al Re, dice: “Maestà, apprezziamo tutti la Sua semplicità, ma questo giorno anche il popolo vuole vedere una funzione fuori del comune, uno spettacolo da ricordare. La preghiamo di concederci questo privilegio, si facciano accompagnare in Trono prima da soli, poi di affiancare i troni e ricondurre Re e Regina insieme alla Reggia”.
Gionvit, guardando quella massa di gente in un totale silenzio e tutti a capo chino, in attesa di una risposta, riflette un attimo e dice: “Sia pure come volete, mi prostro alla vostra volontà”.

Il Re sale sul trono, viene riportato alla Reggia ed aspetta che le campane del Duomo suonino per chiamare gli sposi e i fedeli. Parte così il corteo del Re e della Regina per strade diverse, quello della Regina con tutte le sue ancelle, quello del Re con i dignitari.
La cerimonia fu davvero solenne, dalla predica del ministro di Dio al primo consigliere del Regno, ai Saggi, ai pari del Regno, tutti per una vita fruttuosa e timorosa di Dio.
Subito dopo la dichiarazione di rito, l’ufficiante col bastone del pescatore toccò gli sposi e lì dichiarò marito e moglie.
Anche la benedizione fu semplicissima: “Vi benedica Iddio onnipotente, affinché realizziate completamente il suo volere”.
Al suono delle trombe e cornamuse, il Re e la Regina tornano alla reggia si aprono i festeggiamenti, che continuano per giorni e giorni; Gionvit Moon II, prima di chiudere la tredicesima giornata, saluta i partecipanti alla festa, portandosi al suo fianco la sposa e dice: “Carissimi, desidero che ci ricordiate così, come ci vedete in questo istante e vi prego ancora di ricordarci nelle vostre preghiere, affinché noi e voi tutti possiamo restare nella grazia di Dio, ora e sempre. Dunque il mio saluto ed invito per tutti è: lavorate, amate, procreate e divertitevi: questo è il mio pensiero, vi salutiamo vi abbracciamo per ora e per sempre, lodate sia il nostro Dio”.
La regina, Stella del Buon Pastore dice: “Io sono stata da sempre una di voi e vi assicuro che lo sarò, finché avrò vita e che sono felice di aver avuto per sposo Gionvit: uomo buono in tutto e per tutto, quindi anche in questo suo particolare saluto mi unisco a lui e perciò vi abbraccio tutti con lo stesso spirito del nostro Padre comune”.
Finisce così la prima luna e i giorni del “Pre-Regno”.

SECONDA PARTE

Per le maestà comincia qui l’educazione del popolo a vivere in comunità con delle regole semplicissime di umanità unica, nella così detta “vita civile e moderna, nonché dell’era tecnologica, allo stesso tempo”.
Infatti, Gionvit, forte dei principi, con cui è stato educato da bambino, non perdeva occasione per ripetere a chicchessia il principio di non fare agli altri quello che non vuoi, sia fatto a te stesso.
Amare per lui significa amare se stesso, perché se ami te stesso amerai tutti gli altri, proprio per il principio di non fare agli altri quello che non vuoi che sia fatto a te stesso.
Indirizzò i suoi giovani sudditi alla ricerca del cibo e ad elaborarlo secondo i suoi ricordi delle metropoli, da cui proveniva; li ammaestrò a ispezionare i confini del regno ed accedere ovunque si ravvisava una qualche forma di vita evoluta. Ecco che una squadra di esploratori avvista un enorme accumulo di muri con fori da tutte le parti e gente che ne usciva e ne entrava in continuazione.
La scoperta fu subito riferita a Gionvit, che volle andare a vedere di persona quello che secondo lui poteva essere solo una città.
Fece preparare dei cesti di squisitissima frutta e partì alla conoscenza di questi vicini.
Vi giunse dopo due giorni di cammino; quando vide le mura della città, si inginocchiò e pregò il Padre Eterno, che lo assisteva e non era lontano da lui, dicendo così: “Padre, ti ringrazio per questi fratelli che mi farai conoscere e ai quali porteremo i nostri doni come da sempre usano fare in quella città che chiameremo Eterna. Anche gli accompagnatori imitavano Gionvit, in quello che faceva e diceva, visto che lo si poteva vedere e sentire.
Giunsero sul fare della sera, nella città dell’era tecnologica più avanzata, che Gionvit aveva avuto modo di conoscere in quella prima esistenza. La sua chiamata a nuova vita lo coglieva impreparato, e soprattutto inesperto di ammaestrare la sua gente e dare la cultura che il resto del mondo possedeva.
L’arrivo tra quella gente fu salutato con entusiasmo, il re e il corteo. Gionvit II chiamò i portatori di doni fece distribuire profumatissima frutta, quasi del tutto sconosciuta agli abitanti delle città. I cittadini accettarono quei semplici ma graditissimi doni e accompagnarono il gruppo dal Borgomastro, per ottenere un’uguale accoglienza anche dalle autorità costituite e sconosciute dai nuovi arrivati, ma non dal loro Re.
Gionvit, se pur non dotato di una eloquenza raffinata, si esprime con proprietà di linguaggio e con il carisma di un vero capo di Stato. Il Sindaco della Città ascoltò con attenzione il racconto del Giovane re e si fece indicare con precisione la loro provenienza, seguì una dettagliata spiegazione del punto di provenienza e della vicenda del regno. Il borgomastro la trova alquanto fantasiosa. In un primo momento si sente quasi preso in giro, ma quando Gionvit si dichiara disposto ad ospitare tecnici governativi per far rilevare i confini di quelle terre, circondate da immense foreste, il borgomastro si ravvede lo prende in parola, riferisce alle autorità nazionali di tale situazione e della proposta di collaborazione. La cosa è gradita dall’imperatore, che ordina l’ispezione e il rilevamento di territori, visto che quei luoghi gli erano sempre apparsi imprecisi. Comincia così una visita di stato per quella rappresentanza di popolo.
Il Sindaco di “Moglona”, questo il nome della città, ottenne subito da parte del Governo Centrale “Parlamento Nazionale” la nomina e l’invio di una commissione che, con strumenti ultramoderni, calcolò l’intera superficie dell’immensa foresta, ovviamente con l’aiuto del satellite, che dall’alto colpiva con precisione millimetrica gli strumenti collocati a terra, per determinarne i confini.
Si scoprì che la Reggia era in precedenza riportata come una punta di roccia inaccessibile al centro della foresta più fitta ed impenetrabile. In realtà era su di un Atollo di un grande lago.
Il governo centrale chiede subito una dettagliata elencazione delle genti viventi in quell’oasi di invidiabile verde e che si disponga di un’anagrafe aggiornata per gli Ispettori Governativi e studiosi, affinché si determini con assoluta certezza la reale esistenza di un popolo indigeno con sue regole, leggi e città ben governate. In assenza di questi fattori il territorio in parola non può essere considerato franco e tanto meno uno stato a sé.
Gionvit Moon II si dichiara ancora una volta pronto ad ospitare quanto richiesto da quel governo ed altri, affinché si riconosca la reale esistenza pacifica e collaborativa.
Restano ospiti del Borgomastro don Gesualdo per l’intera settimana che serve loro per ottenere una  prima lezione di convivenza pacifica ed autonoma.
Don Gesualdo, fervente cristiano, regala a Gionvit alcuni libri per indottrinare il popolo, visto che il Re lo definì analfabeta, invia tanti insegnanti quanti erano le tribù.
Gionvit invitò Don Gesualdo a fargli visita accompagnato da persone di suo gradimento.
Fu Maglona la prima città ad accogliere i cittadini di quella Punta Rocciosa ed inaccessibile.
In verità, una via c’era tra le rocce sia pure ben nascosta dalla vegetazione. Ma torniamo alla permanenza in Moglona, riservata ai nuovi ospiti: per tutta la settimana si susseguirono incontri tra dirigenti e funzionari degli organi costituiti dello Stato, e da ognuno di questi Gionvit ottenne collaborazione per rendere il suo territorio un regno autonomo, pur se inglobato nella Nazione Onuwana.
Con la fine della settimana Gionvit ottiene dall’Imperatore Wanatuna il decreto di ammissione al suo impero del Regno di Gionvit come stato a sè, con l’obbligo di comunicare, a ricognizione finita, un nuovo nome da inserire sulle  carte mappali internazionali del territorio rilevato, concordato con gli organi competenti, visto che non era riportato se non come una Punta Rocciosa. Chiarite tutte queste cose, restava  solo l’obbligo di assumere come lingua ufficiale quella dell’impero e darsi un nuovo nome.
Gionvit accettò e si congedò dai nuovi amici.
Intrapreso il cammino di ritorno verso la punta rocciosa, comincia a pensare al nome da dare alla terra che lo aveva reso Re.
Giunti nei pressi del passaggio segreto, al tramontar del sole, Gionvit suggerisce di accamparsi lì ed attendere il nuovo giorno, per attraversare l’angusto pertugio, per poi risalire su quella cima che conteneva una gran pianura con il lago, già precedentemente descritto, ed altre caratteristiche ancora da presentare.
Intanto diciamo che l’imperatore Wanatuna fornisce al gruppo di tecnici, di insegnanti e burocrati una compagnia del suo esercito con al comando il primo Maresciallo dell’impero ovvero il generale comandante in capo dell’esercito o capo di stato maggiore, che dir si voglia, per proteggerli e per fornire notizie di prima mano con i nuovi ed ultramoderni mezzi di comunicazione.
Torniamo al suggerimento di accamparsi per la notte, il maresciallo accetta di buon grado quel consiglio e predispone una guardia al campo, per tutta la notte, visto il rapporto dell’avamposto che  descriveva una vegetazione sempre più impenetrabile ed era difficile orientarsi anche con i più sofisticati mezzi in loro possesso.
Mentre le guide e i consiglieri di Gionvit non manifestavano il minimo sconforto a tal proposito, infondevano coraggio e certezza di conoscenza di quei luoghi.
Il maresciallo comunicò all’Imperatore del pernottamento e dei timori che lo assillavano, visto che venivano sempre più spesso avvistati animali sconosciuti. Questi sembravano di capire i gesti degli indigeni che ubbidivano. L’imperatore non mancò di raccomandare il maresciallo di restare sempre vigile e di non mollare in alcun modo l’impresa della missione, che era quella di accertare lo stato reale delle cose su quella montagna.
Il maresciallo, ben sapendo che in ogni momento era pronto al suo diretto comando uno stormo di aerei militari super equipaggiati per intervenire, non gli occorreva altro che dare l’ordine di attacco, visto lo stato di allerta continuo, in cui lo stormo era tenuto, ordine che poteva essere impartito solo da lui e dallo stesso Imperatore. Questo lo tranquillizzò al massimo e tutto continuò come da accordi presi. Il maresciallo, per la prima volta nella sua lunga carriera di comandante, sente il bisogno di leggere ad un Re, pressappoco sconosciuto, il suo “giornale militare”.
A termine, Gionvit dichiarò chiusa la giornata della domenica e tutti andarono a riposare. La mattina successiva ripresero il cammino tra grossi fusti di alberi, segnati semplicemente da sterco e grasso di animali.

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