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Giunsero all’ingresso
segreto, ai piedi della rupe, ostruito da tronchi secchi ammucchiati
senza alcun ordine. Questi furono velocemente rimossi. La guida di Gionvit,
con l’insegna del Re, entra per primo nella stretta fessura della roccia,
tutti gli altri seguono uno dopo l’altro nell’ordine seguente: Gionvit,
il suo seguito, lo stendardo dell’imperatore, il maresciallo e i soldati
dal primo all’ultimo; a chiudere rimangono gli uomini di Gionvit, preposti
a questo servizio.
Dopo qualche ora di arduo e accidentato cammino trovano un primo pianoro
con vegetazione simile a quella appena lasciata, poi ancora una salita,
che mena ad una distesa ben più grande del primo pianoro e pianeggiante
con alberi dai diversi colori e grandezza da impediire di vedere altro,
se non i raggi del sole che facevano capolino tra le verdeggianti e
rigogliose fronde. L’ingegnere che dirigeva il gruppo dei tecnici fa
notare al maresciallo che si trovano in un punto concentrico, perché
gli strumenti indicano sempre lo stesso punto dal momento d’ingresso
in quella area e che non si riesce a spiegare il fenomeno. Forse era
il caso di chiedere all’Istituto Geografico di Onuwana se ricevevano
il segnale della loro emittente portatile e se tutto questo era dovuto
a qualche campo magnetico in grado di azzerare i segnali del satellite.
Era questa l’unica spiegazione che l’ingegnere si sentiva di azzardare.
Il maresciallo chiede a Gionvit se si continua a salire e se vi è un
posto ove si vede uno spicchio di cielo. Gionvit sorride e dice: “Si,
Maresciallo, continueremo ancora a salire, poi il cielo si allargherà
e si vedrà una corona di monti che svettano verso il cielo”. Grazie,
rispose il maresciallo, sarà allora che proveremo i nostri strumenti”.
Camminarono ancora per giungere in una immensa piana con il grande lago
ed alcuni fiumi, tra cui il più grande era Bevon, e torrenti vari, che
vi si immettevano. Gionvit chiama il maresciallo e dice: “Ecco lo spettacolo
che le avevo indicato e le dirò di più:quel grosso albero è l’albero
del pane, di cui ho parlato all’imperatore”. “Bene”, risponde il maresciallo
e prende il suo telefono ultramoderno chiama l’imperatore Wanatuna e
con immenso stupore riferisce di trovarsi davanti ad un grande lago,
e dall’altra parte del lago si vede il cosiddetto albero del pane che
è facile paragonarlo ad una montagna.
A tale notizia, sia pure raccontata a distanza, Wanatuna resta meravigliato,
ansioso di saperne di più. È qui che il maresciallo chiede di poter
colloquiare con i responsabili dell’Istituto Geografico di Onuwana,
affinché l’ingegnere capo possa spiegarsi con loro di un problema finora
inspiegabile.
L’imperatore, che ha intorno a sé gli incaricati di seguire la missione,
ordina di chiamare l’ingegnere. Detto fatto: parte la chiamata e l’ingegnere
spiega il problema all’interlocutore, dal quale viene la conferma che
trattasi di un punto roccioso, circondato da molto verde e di una fonte
luminosa di cui non si conosce la sorgente.
Può benissimo essere un qualche metallo o agente sconosciuto che impedisce
all’ago magnetico di segnare la posizione. Tutto funziona per quanto
riguarda le trasmissioni satellitari, ma non si esclude una forte presenza
di magnete.
Sul fare della sera giungono alla Reggia trovano la Regina con il consiglio
reale al gran completo per ricevere adeguatamente il Re e i suoi nuovi
ospiti. Alla vista di una grossa presenza di militari stranieri
le si gela il sangue, ma il sorriso del suo Gionvit la rassicura lo
riceve con un forte abbraccio, proprio come fanno i comuni mortali e
come lo stesso Gionvit andava insegnando alla sua gente.
Quando il capo ingegnere, gli insegnanti, gli artisti delle vari discipline,
i burocrati e perfino i militari si trovarono davanti alla Reggia rimasero
increduli ai loro stessi occhi, nel vedere lo splendore che emettevano
le pareti della reggia interamente coperti di purissimi diamanti.
Qui c’è da dire che la Reggia si trovava in un lago, da non confondere
col primo lago che da ora in poi chiameremo del Candidofiore, mentre
questo è della Reggia di Gionvit Moon II.
Si trova molto più in alto e tra una incontaminata foresta di alberi
millenari, popolata da animali assolutamente sconosciuti a tutti, che
hanno la capacità di riconoscere e rispettare gli abitanti del loro
territorio. Solo il tempestivo intervento degli uomini della guida di
Gionvit riesce a salvare dei soldati che si erano, staccati troppo
dal gruppo, da un enorme quadrupede con lunghe fauci e denti aguzzi,
pronto a divorare un uomo in un sol boccone.
Questo evento fu argomento di discussione, per tutto il percorso fatto
per raggiungere la Reggia. Il maresciallo punì severamente i trasgressori,
ma chiese a Gionvit di richiamare i suoi battitori, che non avevano
avvisato della presenza di animali di simile stazza e feroci. Gionvit
risponde: “Carissimo generale, la colpa è solo mia, che non ho saputo
spiegarmi, perché credevo di aver più volte ricordato che la foresta,
che viene dopo l’albero del pane, è piena di animali sconosciuti che
non attaccano i nostri cittadini. Proprio per questo abbiamo un gruppo
di battitori, al solo scopo di segnalare gli animali della foresta,
gli estranei in nostra compagnia, e per questo mi scuso, ma i miei uomini
stanno facendo fino in fondo il loro dovere.
Quindi mi pare necessario di ribadire il problema che questi animali
combattano le persone a loro sconosciute: è chiaro che corrono seri
pericoli e sempre più frequenti man mano che ci avviciniamo alla Reggia”.
Il maresciallo; “Non scusarti amico, forse è colpa mia, che non ho ben
ricordato la tua descrizione, fatta all’Imperatore Wanatuna”.
Lo splendore della Reggia spiegava anche la luce che copriva le cime
della montagna rocciosa. Non si riusciva a determinare il punto di sporgenza
luminosa, e forse anche quel funzionamento degli strumenti. Immediatamente,
l’ingegnere capo chiama gli amici dell’Istituto Geografico di Onuwana
che rispondono con facilità e chiarezza. Spiega la nuova scoperta e
la convinzione circa il funzionamento degli apparecchi elettronici.
Anche il maresciallo chiama Wanatuna per descrivere quella meraviglia
più che unica al mondo.
Gionvit, dopo aver salutato la moglie e i suoi consiglieri, presenta
loro i suoi ospiti e fatto accomodare le personalità nei loro appartamenti,
mentre soldati tecnici ed ufficiali subalterni nella foresteria che
potremmo agevolmente definire Hotel a cinque stelle.
Nei giorni seguenti cominciano le rilevazioni delle coordinate di quelle
terre. Gionvit informa il gran consiglio di tutti gli sviluppi della
missione a Moglona e degli accordi raggiunti.
Il Consiglio del Regno, dopo una breve discussione, per bocca del più
anziano chiede al Re il proprio pensiero, questi risponde: “Vedete,
amici, il mondo non si è fermato durante la vostra vicenda dell’incantesimo
e relativa mutazione di vita. Si sono raggiunti livelli di conoscenza
che vanno oltre le aspettative e conoscenze di ognuno di noi. Io credo
che dobbiamo accettare le condizioni imposte dall’imperatore Wanatuna,
per beneficiare dei servizi ed insegnamenti di quella gente, che ha
i mezzi per cancellarci definitivamente dalla faccia della terra ed
appropriarsi del nostro territorio.
Il nostro piccolo regno potrà vivere solo inserendoci tra gli altri
popoli e misurandoci continuamente con loro. Solo così possiamo sfruttare
le loro conoscenze e proteggerci da quelli che vorrebbero le nostre
ricchezze naturali che il buon Dio ci ha elargite.
Per fare questo bisogna sapere tutto quanto si è venuto a conoscere
nel mondo, quindi studiare veramente con attenzione ogni cosa che esiste
sulla terra e non solo sulla nostra, ma nel mondo intero.
Per esempio, io stesso sapevo del telefono che si poteva parlare con
una persona lontana milioni di chilometri e addirittura da un
pianeta all’altro, e che l’uomo ha messo il suo piede sulla Luna, ma
non sapevo del telefonino, così piccolo, da tenerlo in una mano e di
vedere chi parla dall’altra parte o in capo al mondo. Voi lo avete visto
fare dal maresciallo e dai molti dirigenti ed anche dalle persone più
semplici. Senza quei piccoli oggetti noi non siamo in grado di fare
e neppure di sapere.
Per questi motivi è necessario avere delle persone capaci di insegnarci
a progettare, sviluppare e realizzare tutto quanto ci necessita per
ottenere la conoscenza necessaria alla nostra sopravvivenza.
Tali problemi mi hanno fatto accettare le condizioni appena elencate,
ma per grazia di Dio, ho anche ottenuto dal nostro vicino Wanatuna larghe
accoglienze ed agevolazioni per il nostro insegnamento; infatti sono
qui tra noi un buon gruppo di insegnanti, disposti ad illuminarci e
a guidarci nell’apprendimento delle lettere e della scienza.
Ecco dunque quello che io farei prima di ogni altra cosa solleciterei
i nostri giovani a frequentare le aule ed assistere agli insegnamenti,
tra l’altro gratuiti, per tutti, fino ad ogni necessario livello.
Questo è il compito primo per ognuno di voi: di farlo capire ai nostri
concittadini e soprattutto di far capire che si devono impegnare seriamente
per arrivare a tutti i secoli dai simili del pianeta terra.
Non appena il Re termina la sua spiegazione, il gran consiglio al completo
si alza in piedi e dice: “Maestà ci rimettiamo al suo alto giudizio,
anche sulla scelta del nuovo nome da assumere”.
Gionvit: “Vi ringrazio e vi comunicherò il nome da me scelto. Intanto
dò l’O.K. per tutto il resto”.
È proprio il nome che lo impensierisce
di più; infatti, pensa a comporre un nome con almeno due significati,
cioè Gionvit che vuol dire gioia e vita. Come per esempio Luna: aggiungendoci
ancora un altro aggettivo può diventare luna brillante o brillante luna,
mentre l’aggiunta di Gionvit vuol dire gioia e vita, e che a sua volta
riassume anche quella particolare brillantezza della montagna di diamanti,
così verrebbe incluso anche lo splendore che la montagna emana. Ma ciò
non lo soddisfa in pieno e così chiama la sua regina Stella del Buon
Pastore, per chiederle lumi. Stella riflette un po’ e poi dice: “Tu
credi che i nostri antenati non avevano gusto e sentimento, eppure tra
la nostra gente vi sono nomi di tutto rispetto”.
“Brava - dice Gionvit - il tuo nome potrebbe essere quello giusto,
magari modificato un po’, penso a “Luce del Buon pastore”; no è troppo
lungo, e la gente non lo ricorderebbe facilmente”.
“Bene - dice il re - ci dormirò su e poi deciderò di sceglierne uno”.
Gionvit si intrattiene con i suoi ospiti fino a tarda sera, poi
si congeda da loro e raggiunge nuovamente la Regina nei suoi appartamenti.
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Questa lo accoglie amabilmente tra le sua braccia e lo copre di baci;
la coppia reale resta così, per ore, a vegliare e a coccolarsi, poi
vanno a letto, facendo di due esseri un corpo solo.
Gionvit, prima di addormentarsi, si raccoglie in preghiera e chiede al Padre Eterno
di illuminarlo nella scelta del nome da dare alla Nazione che gli ha
affidato, e si addormenta con animo sereno.
Nel sonno gli compare la sua guida, che dice: “Di che ti crucci, non
ti ricordi che questa è la terra del Signore?” E sparì.
Gionvit si sveglia, il nome cercato è già nella sua mente “Terra del
Signore”. Quindi, “Luogo della Creazione”. Con questa certezza nella
mente si riaddormenta sgombro da problemi, ha un sonno ristoratore fino
all’alba, momento abituale del suo risveglio.
Si alza, saluta Stella del Buon Pastore col bacio del mattino e va nella
sala del Gran Consiglio che è già al completo. Gionvit si porta davanti
al trono, saluta e si siede, aspetta un attimo fino a che tutti i componenti
del consiglio raggiungono i loro scranni poi dà la sua comunicazione,
dicendo: “Come vi avevo detto che sareste stati i primi a conoscere
il nuovo nome da dare alla nostra terra, eccomi pronto a farlo; ho scelto
“Regno del Candidofiore” in ossequio alla storia e alla configurazione
del nostro territorio, che ha la forma della corolla di un bellissimo
fiore, e visto che tutto deriva da un fiore, credo che sia giusto dargli
questo nome, anche per rispetto alla paterna guida dell’ Eterno che
ci ha ridato il naturale aspetto”. Seguì un forte applauso in segno
di approvazione.
Gionvit fa chiamare il maresciallo, che arriva immediatamente, e nel
presentarsi dice: “Maestà, in che cosa posso servirla?” Il re dice all’ufficiale
il nome da comunicare al suo imperatore: “Maresciallo, abbiamo il nome
da dare alla nostra terra, ed è “Regno del Candidofiore”.
Perciò la prego di far sapere all’Imperatore Wanatuna che ho scelto
il nome per la nostra terra”.
Il graduato si porta a tre passi del re e dice: “Maestà obbedisco, immediatamente”
Indietreggia e resta in attesa di essere congedato, ma Gionvit continua:
“Ringrazio per la sollecitudine, con cui darete la notizia porgete i
miei saluti all’Imperatore”; saluta il maresciallo, che fa scattare
i suoi tacchi di militare e si allontana. Wanatuna, venuto a conoscenza
del nome scelto da Gionvit, subito lo comunica a tutti gli uffici competenti
e persino al gruppo di tecnici, incaricati di rilevare i confini di
quelle terre sconosciute e mai ispezionati, vista la loro natura rocciosa
ed impervia, che si riteneva senza valore, mentre era esattamente l’opposto.
Cioè la particolare formazione della montagna, che occultava tutto quello
che vi si trovava.
Wanatuna si preoccupò proprio di questo aspetto e chiese una esatta
riproduzione pittorica della montagna. Un bravissimo pittore realizza
un’opera davvero stupefacente; si potevano vedere le cime dalla montagna
chiudersi all’interno, lasciando un minimo spazio per una speciale
predisposizione di un mondo capovolto: anziché vedere il cielo, si vedeva
una foresta con tanti fiumi, che scendevano nel gran lago, o meglio
che salivano nel gran lago.

Mappa opera virtuale di Gianni Latronico
L’imperatore, vista
questa meraviglia, si domandò come mai quella montagna non si riempiva
d’acqua, forse era veramente da prendere in seria considerazione il
racconto fatto da Gionvit durante la sua visita a Corte.
Fu dunque segnata come “Regno del Candidofiore”. Mai era stato trovato
un nome più appropriato a tale meraviglia; era un vero fiore dell’universo.
Questi fatti coincidono con la fine della seconda Luna. Gionvit, distratto
da questi eventi, non si accorge che sono trascorsi già 58 giorni dal
suo matrimonio e che Stella del Buon Pastore non gli ha dato alcun segno
di gravidanza.
A termine della seduta del Gran Consiglio, Gionvit si porta dalla sua
diletta sposa e Regina, per aggiornarla degli sviluppi. Stella del Buon
Pastore è in attesa del suo arrivo, nella sala da pranzo, con un particolare
addobbo e con un posto in più a tavola. Gionvit senza mostrare di essere
sorpreso saluta la sposa al solito modo, cioè con tre baci; il primo
sulla bocca, il secondo sulla fronte e il terzo sulle mani congiunte,
poi guarda la tavola e dice con aria accondiscendente: “Il nostro ospite
si fa attendere, posso sapere chi è?” “Certo, amore - risponde Stella
del Buon Pastore - è nostro figlio, che si è fatto sentire di aver preso
posto nel mio ventre.
Gionvit ultrafelice prende tra le braccia come una bambina la sposa
e gira per le stanze della Reggia, gridando: “Il Signore ha benedetto
il nostro matrimonio: avremo un figlio”.
Alla fine del giro torna nella sala da pranzo con la sposa tra le braccia,
la pone delicatamente sulla sua poltrona e dice: “Cara non vedo l’ora
di vederlo o vederla qui ad occupare il suo posto, ma ora quelle portate
non servono”. “E no, caro, la nostra tradizione vuole che, per tutto
il tempo della gravidanza, quelle portate devono essere lì e a fine
pranzo darle al primo mendicante che passa”. “Cara, le tue tradizioni
saranno le mie, soprattutto per quelle che riguardano la beneficenza,
e mirano ad essere beneauguranti”.
Gionvit, per giorni e giorni, coccola la futura Regina Madre, ma un
mattino di buonora arriva un messaggero del maresciallo, che chiede
udienza al Re. La servitù reale fa accomodare il messaggero nel salotto
verde, dopo qualche momento arriva il Re. Il giovane soldato scatta
sugli attenti pronuncia il nome, fa il suo bravo inchino e consegna
il messaggio scritto al Re. Questi lo legge e risponde: “Devi dire al
maresciallo che non ha bisogno di chiedere udienza, perché la mia Reggia
è aperta a tutti e soprattutto agli amici, che possono girare per le
sue stanze liberamente.
Devi anche dirgli che lo prego di venire al più presto, perché ho anch’io
desiderio di vederlo e di farlo partecipe di una mia grande gioia”,
poi carica di doni il soldato e lo congeda.
Il maresciallo, appena ricevuto il messaggio si porta dal Re e da esperto
militare si presenta con la uniforme da cerimonia, il portamento fiero
e con compostezza. All’arrivo viene subito presentato al Re, che è vestito
ancora con i vestiti da camera, senza badare all’aspetto reale.
Il maresciallo resta sugli attenti, anche quando Gionvit infila il suo
braccio destro sotto il sinistro del maresciallo, il Re lo scuote dicendo:
“Mettiti comodo e vieni con me”, questi subito ubbidisce e lo segue
nel Salotto Rosso.
Gionvit lo guarda e poi come ad un fedele amico racconta: “La
mia sposa mi ha appena annunciato la sua gravidanza, perciò darò una
festa, in cui sarete tutti mie ospiti e vi prego di non mancare; anzi
se mi concederà l’onore di fare da padrino al mio primogenito, sarò
veramente felice di annunciarlo alla festa”. “Maestà, risponde il maresciallo,
l’onore è tutto mio di essere il padrino del suo primo bimbo.
“Ora però le devo dare delle notizie che Le porteranno molti pensieri”.
“Suvvia, finiamola con queste distanze di classe e diamoci liberamente
il tu dei comuni mortali”.
“Va bene, Gionvit, ma devi subito sapere che noi abbiamo finito di fare
tutti i rilievi del tuo territorio e ne abbiamo inviato via E-mail copia
al nostro imperatore. Conoscendo l’ufficio stampa dell’impero, le bellezze
e ricchezze di questa terra inviolata da millenni sono ormai nelle case
dei cittadini del mondo o meglio dell’intero creato.
Quindi, mio caro amico, faresti bene a dotarti di idonei e modernissimi
mezzi di protezione, per questo meraviglioso spicchio del pianeta terra”.
“Allora, tu che sei un militare di lunga carriera consigliami
- incalza Gionvit – “Ti ringrazio per la fiducia che dimostri in me,
ma vi sono persone che chiamiamo comunemente piccoli o grandi
strateghi, che lo farebbero meglio di me; ma, a tutta prima, porrei
dei missili sulle cime dei monti che circondano questo paradiso e scrigno
di ricchezze, affinché scoraggino attacchi dal cielo, al momento unica
e facile via d’invasione; perché su questa terra anche le persone più
pacifiche ed amiche, anzi queste ultime sono prime a prendere iniziative
o a soggiogare gli amici stessi, più ingenui o se vuoi sprovveduti non
avari ed accentratori di beni materiali.
Subito dopo questo passo mi sento di dire che faresti bene ad avere
un proprio esercito armato di nuove armi, non con armi dell’età della
pietra, ossia i tuoi poveri bastoni, gemmati di pietra viva o selci
che siano, per proteggere questi tesori che potrebbero essere smontati
ed esportati in tutti gli angoli della terra.
Quindi un primo passo è questo, poi stringere alleanze col nostro imperatore,
restando bene in guardia perché alla sua corte non mancano i traditori
pronti ad usurpargli l’impero.
“Ahimè - risponde Gionvit - con questo tuo dire siamo condannati a morte
tutti, appena l’umanità si accorge di noi”.
“Be’, non esattamente, ma se riuscite a trasformare il più velocemente
possibile le difese del regno, forse potete dare anche qualche buona
lezione al mondo di oggi”.
“Aiutaci allora amico carissimo”.
“Facciamo così - dice il maresciallo- Io riporto il mio contingente
in Patria, rassegno le dimissioni e poi, con la famiglia, mi porto qui,
per attendere il battesimo del tuo primo erede, ma ti prego, non fare
parola con i miei connazionali e neppure con le famiglie delle giovani
che si sono legate sentimentalmente con i giovani dell’impero; potrai
però assicurarti del consenso dei membri del tuo gran consiglio, perché
loro sono ancora della vecchia generazione e quindi amano per davvero
questa splendida e ricchissima terra mai la tradiranno.
Così al mio ritorno, spero, con una buona scorta di fidatissimi, organizzeremo
una prima difesa”.
Gionvit riunisce il consiglio e in gran segreto deliberano all’unanimità
di dotarsi di un esercito moderno. A fine giornata, Gionvit era stanchissimo;
ma non per raccogliersi in preghiera nel suo studio personale.
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