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Visitare questo stato
deve essere possibile solo dietro invito del re, restarvi fino a quando
la presenza è gradita. Insomma rispettare e far rispettare questo luogo
sacro, nominando questo Sant’uomo Re della gente non belligerante. Se
siete d’accordo passiamo a compilare questa nuova pagina della nostra
storia che ha avuto inizio con la nostra visita, e firmarla”.
Fu così che una pagina non prevista si aggiunse a quel protocollo che
prevedeva una sola visita di cortesia per la nascita del primo erede
di Gionvit, assumendo così un significato non solo storico, ma di grandissima
distensione tra i popoli.
E proprio per la distensione arriva una seconda proposta da un altro
presidente: quello dell’Arcontino, Auleto Nichele, che lo si riteneva
l’animalista per eccellenza, infatti, è lui a proporre di accogliere
la richiesta dei giornalisti a far di quel posto un’oasi di pace per
gli animali e tutte le creature viventi.
Le proposte vengono accettate, ma prima di passare a scriverle e poi
firmarle, Gionvit si alza e dice: “Signori, vi ringrazio per l'affetto
e stima, riposta in me, ma un uomo semplice come me, che sa appena leggere
e scrivere, non può assumere una simile carica. Vada bene per il regno
come oasi di pace, ma io non ho la capacità e l’autorità per farlo.
Vi prego di esentarmi da questo impegno”.
“E no - risponde il vecchio
presidente - è proprio in questo essere umile che si trova autorità
e competenza, senza contare la saggezza, nessuno più di lei può impersonare
il mio Re.
Tutti si alzarono al grido "evviva il nostro Re".
Gionvit - congiunge le mani, alza gli occhi al cielo e dice: “Mi affido
a voi e alla volontà di Dio”. Tutti risposero: “Sia fatta la Sua volontà”.
Il documento fu stilato e firmato da tutti.
Subito dopo la firma, il presidente dell’Isola del dolce canto, Aggicozzo,
chiede di poter prendere la parola e domandare a Gionvit spiegazioni
sul programma di sviluppo e sui prodotti che intende promuovere nel
suo giovane regno.
Gionvit: “Certo, lei ha perfettamente ragione di chiedere queste cose,
visto che non si è parlato di tali approfondimenti. Le ricchezze di
questa nostra terra sono state tenute nascoste al mondo, per millenni.
I motivi, che hanno causato questo isolamento sono nella mente di Dio.
La gente di oggi non se lo spiega e non accetta le spiegazioni pseudo-scientifiche
o peggio magiche, fatto è che noi ci troviamo con dei manufatti di vari
millenni or sono, e alcune cose che nel resto del mondo sono ancora
di là da venire.
E di questo, voi tutti che siete presenti ci potete dare atto. Mancano
testimonianze che vanno dalla preistoria ad oggi. Queste carenze in
parte sono state colmate dagli insegnanti dell’amico Wanatuna.
Una cosa che posso capire è che esiste un cimitero ove i pachidermi
di questa terra vanno a morire e che è una grande ricchezza di avorio,
con corni particolarmente pregiati, ossi di grandi dimensioni, tanto
da essere usati come travi nelle nostre capanne.
I nostri artigiani lavorano questi materiali con antica sapienza.
Ma vi annuncio già da subito che non sveleremo questo sito né permetteremo
di cercarlo, promettiamo però di fornire materiale a chi ce lo chiede,
fino ad esaurimento, ovviamente dopo aver formato le dovute scorte,
la rimanenza la daremo dietro scambi di altro materiale ed informazioni
tra gli Stati che hanno accettato le nostre sedi diplomatiche aperte
al vivere civile.
Quello da noi trasformato in oggetti artistici o in arnesi da lavoro,
insieme ad altro materiale, lo destiniamo al libero scambio.
Per i fondi di copertura finanziaria dei nostri acquisti possiamo
liberamente affermare che non abbiamo alcun problema finanziario, visto
la gran quantità di pietre preziose e metalli auriferi di cui la nostra
montagna è stata dotata dal Creatore.
Usiamo la moneta dell’imperatore Wanatuna, fino a quando non avremo
un nostro conio.
Capisco che fino ad oggi non avete visto dei nostri manufatti, a tal
proposito abbiamo preparato un piccolo presente per ognuno di voi, al
solo scopo di farvi apprezzare l’impegno che i nostri artigiani mettono
nel realizzare anche la più piccola cosa.
Infatti, alla chiusura di questa riunione del nostro Gran Consiglio
siete tutti invitati a portarvi nella sala per ricevere il nostro presente.
Il presidente Agliastro di Monte Fumone chiede a sua volta al presidente
Aggicozzo, dicendo: “Mi perdoni, se mi permetto di chiedere quali argomento
di interscambio avete assicurato alla vostra richiesta di riconoscimento.
Quale Stato autonomo aprire una sede diplomatica presso gli altri Stati
sovrani da sempre. Quello che è giunto al mio ufficio di presidenza
menzionava solo musica Aggicozzo”. “Si, è vero c’è scritto prevalentemente
musica del dolce canto, ma non abbiamo escluso null’altro; siamo circondati
dal mare e non c’è altro mondo più ricco di quello marino”.
Con questo breve scambio di opinioni si chiude la seduta, tutti seguono
Gionvit nella sala ricevimenti, per essere omaggiati.
Nella grande sala vi era un tavolo circolare con più di 300 sedie, vi
presero posto i 150 presidenti con i loro vici e le proprie consorti.
Al centro del Desk vi era una scalinata larghissima, vi passavano due
file di persone, formate da coppie: un uomo e una donna, che recavano
cestini di frutta secca e un vassoio di giada con al centro un centrino
in pelle, stupendamente lavorato, e sopra un paio di calzari, di una
lavorazione mai vista.
Anche la distribuzione fu insolita, infatti
le coppie che portavano i regali si muovevano
in senso orario e non consegnavano il premio al primo della fila, ma
lo facevano solo vedere a tutti fino all’ultimo e, quando tutti i portatori
di regali si trovavano di fronte agli ospiti, posavano sul tavolo i
cesti a loro destinati.
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Poi tutti i portatori di doni fanno un passo indietro prendono
la scala del ritorno la processione dei regali continua, quindi una
fila scende e una sale, formata da due persone che ripetono i modi del
primo passaggio, per tutti i tipi di regali destinati agli ospiti.
A termine della consegna il decano vice presidente si alza e prende
la parola dicendo: “Nella mia lunga vita mi sono trovato in tante occasioni
del genere, ma devo dire che nessuna mi ha sorpreso più di questa, per
una serie di cose, che non so spiegare, ad esempio: come avete fatto
ad avere il numero dei nostri calzari, come si può rendere una pelle
così vaporosa e soffice al tempo stesso, come si può avere un risultato
artistico, apparentemente uguale, per un numero infinito di oggetti,
se non si adoperano delle macchine, e di che fibre sono fatti i cesti”.
Gionvit: “Vi garantisco che ogni oggetto è stato lavorato a mano, e
per legge naturale non possono essere assolutamente uguali; ma se si
usa un solo calibro e una capacità illuminata, la unicità si avvicina
a quella che si produce in serie; per le misure non è stato difficile,
visto che avete tutti accettato le nostre regole e cioè quelle di porre
le vostre scarpe negli appositi contenitori, che sono tutte dotate di
telecamera, e quindi leggere il numero è stato un gioco.
Per quanto riguarda la sofficità: questa si ottiene con una buona lavorazione
del cuoio crudo, senza sottoporlo a concerie e prodotti vari, ma solo
masticandolo e inumidendolo con la propria saliva. In questo modo si
ottiene questa particolare sofficità e morbidezza. Coloro che si chiedono
come è possibile masticare una larga pezza di cuoio devono sapere che
si stabilisce prima l’oggetto da realizzare e poi si prepara il materiale
nelle dovute misure e nei modi di realizzo.
Dunque, come vedete, non c’è nulla di anormale, se per normale si intende
la semplicità procedurale a preparare un prodotto della natura, come
è appunto il cuoio. Ovviamente, ogni cuoio ha la sua specificità e il
suo modo di impiego.
I cesti invece sono stati realizzati con una fibra d’alga che si trova
nel nostro lago, che ha una seconda corteccia come tutti gli alberi,
solo che questa conserva la sua elasticità e malleabilità, per essere
intrecciata da abili mani, ma la caratteristica più apprezzabile è quella
elasticità che è unita ad una buona resistenza nel tempo, senza spezzarsi
o deformarsi e, ancora più, quella di non produrre allergie o dolori
vari, mostrandosi particolarmente idonea per contenitori di cibi, vista
la sua natura neutra”.
Le sorprese non mancano, perché alla partenza degli ospiti, che fanno
rientro nella loro patria, salutano tutti, ma in particolar modo il
bambino, infatti, ogni presidente lo saluta a modo suo e pone sulla
culla qualche oggetto personale, per ricordargli questa giornata. Il
bimbo sorride a tutti; ma, quando arriva il turno del Presidente dell’Occiwana,
stende la manina e gli accarezza la fronte; Occin, questo il nome del
presidente dell’Occiwana, si trova con gli occhi lucidi di lacrime di
gioia e dice: “Questo bambino è unto da Dio, pone il suo decreto sulla
culla e si siede, senza dire altra parola.
Tutti sanno che il Presidente Occin è il più ateo di tutti gli atei
della terra, ma nessuno si azzarda a dire o chiedere qualcos’altro,
tutti continuano ad omaggiare o salutare il bambino, come se nulla fosse
accaduto.
Finito il giro, Gioele torna al suo posto e passa il bambino alla madre,
che lo bacia, gli sistema la bavetta, lo alza all’altezza prestabilita,
lo pone nella culla e questa vola verso la vetrata, che dà nella stanza
della nurse.
La vetrata si chiude e tutti continuano nel loro sport preferito, mangiare
e celiare: più o meno apprezzabili.
Le ore passano la festa giunge al termine, tutti riprendono la strada
del ritorno alle loro stanze. Al momento della partenza, seguono alla
lettera le istruzioni di navigazione del minuscolo regno.
Giunto il turno di partenza di Occin, a prendere la strada del ritorno, questi
chiede a Gionvit di poter restare qualche minuto con Lemoon, a tale
richiesta i giornalisti accreditati chiedono a loro volta di restare
e di poterlo intervistare. Al termine dell’insolita richiesta di Occin,
Gionvit e Stella, tenendosi per
mano, dicono ad una voce: “A nostro figlio non sono negate le visite,
tutto gli è consentito, perché nessuno potrebbe fargli del male”.
Occin entra nella sala delle visite, gli viene portato il bimbo, la
balia si allontana, le porte si chiudono Occin resta solo col bambino,
lo prende tra le braccia, lo bacia lo pone nuovamente sulla culla, s’inginocchia
e dice: “Io non so che cosa sta succedendo dentro di me, ma se questo
che mi turba è fede ti assicuro che, al mio ritorno in Patria farò anch’io
quello che ha fatto il padre della tua madrina”. “Gli prende le manine,
le bacia e prova ad alzarsi, ma il bimbo tira a sé e sul suo cuore la
mano sinistra di Occin, poi pone la sua sinistra sul cuore di Occin
e gli sorride. Occin indietreggia, e a testa bassa, si allontana.
I giornalisti che lo attendevano all’uscita non mancano di notare lo
stato di turbamento interiore di quel presidente che tutti conoscevano
per la sua durezza d’animo lo incalzano con domande che riguardavano
direttamente i gesti del bambino, il presidente sorpreso ancor più di
prima dice: “Come fate a sapere queste cose?” “Gli risponde Gionvit”:
Vedi, caro, il nostro bambino non ha vita segreta e neppure privata,
tutto scorre nei monitors, come tu stesso puoi vedere, ma non sentire
ciò che si dice”. Infatti, le foto, scattate dalla telecamera, parlavano
da sole.
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