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UN MONDO CHE NON C'E'
di Pietro Giovanni Lucarelli

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Visitare questo stato deve essere possibile solo dietro invito del re, restarvi fino a quando la presenza è gradita. Insomma rispettare e far rispettare questo luogo sacro, nominando questo Sant’uomo Re della gente non belligerante. Se siete d’accordo passiamo a compilare questa nuova pagina della nostra storia che ha avuto inizio con la nostra visita, e firmarla”.
Fu così che una pagina non prevista si aggiunse a quel protocollo che prevedeva una sola visita di cortesia per la nascita del primo erede di Gionvit, assumendo così un significato non solo storico, ma di grandissima distensione tra i popoli.
E proprio per la distensione arriva una seconda proposta da un altro presidente: quello dell’Arcontino, Auleto Nichele, che lo si riteneva l’animalista per eccellenza, infatti, è lui a proporre di accogliere la richiesta dei giornalisti a far di quel posto un’oasi di pace per gli animali e tutte le creature viventi.
Le proposte vengono accettate, ma prima di passare a scriverle e poi firmarle, Gionvit si alza e dice: “Signori, vi ringrazio per l'affetto e stima, riposta in me, ma un uomo semplice come me, che sa appena leggere e scrivere, non può assumere una simile carica. Vada bene per il regno come oasi di pace, ma io non ho la capacità e l’autorità per farlo. Vi prego di esentarmi da questo impegno”.
“E no - risponde il vecchio presidente - è proprio in questo essere umile che si trova autorità e competenza, senza contare la saggezza, nessuno più di lei può impersonare il mio Re.
Tutti si alzarono al grido "evviva il nostro Re".
Gionvit - congiunge le mani, alza gli occhi al cielo e dice: “Mi affido a voi e alla volontà di Dio”. Tutti risposero: “Sia fatta la Sua volontà”.
Il documento fu stilato e firmato da tutti.
Subito dopo la firma, il presidente dell’Isola del dolce canto, Aggicozzo, chiede di poter prendere la parola e domandare a Gionvit spiegazioni sul programma di sviluppo e sui prodotti che intende promuovere nel suo giovane regno.
Gionvit: “Certo, lei ha perfettamente ragione di chiedere queste cose, visto che non si è parlato di tali approfondimenti. Le ricchezze di questa nostra terra sono state tenute nascoste al mondo, per millenni. I motivi, che hanno causato questo isolamento sono nella mente di Dio. La gente di oggi non se lo spiega e non accetta le spiegazioni pseudo-scientifiche o peggio magiche, fatto è che noi ci troviamo con dei manufatti di vari millenni or sono, e alcune cose che nel resto del mondo sono ancora di là da venire.
E di questo, voi tutti che siete presenti ci potete dare atto. Mancano testimonianze che vanno dalla preistoria ad oggi. Queste carenze in parte sono state colmate dagli insegnanti dell’amico Wanatuna.
Una cosa che posso capire è che esiste un cimitero ove i pachidermi di questa terra vanno a morire e che è una grande ricchezza di avorio, con corni particolarmente pregiati, ossi di grandi dimensioni, tanto da essere usati come travi nelle nostre capanne.
I nostri artigiani lavorano questi materiali con antica sapienza.
Ma vi annuncio già da subito che non sveleremo questo sito né permetteremo di cercarlo, promettiamo però di fornire materiale a chi ce lo chiede, fino ad esaurimento, ovviamente dopo aver formato le dovute scorte, la rimanenza la daremo dietro scambi di altro materiale ed informazioni tra gli Stati che hanno accettato le nostre sedi diplomatiche aperte al vivere civile.
Quello da noi trasformato in oggetti artistici o in arnesi da lavoro, insieme ad altro materiale, lo destiniamo al libero scambio.
Per i fondi di copertura finanziaria dei nostri acquisti possiamo liberamente affermare che non abbiamo alcun problema finanziario, visto la gran quantità di pietre preziose e metalli auriferi di cui la nostra montagna è stata dotata dal Creatore.
Usiamo la moneta dell’imperatore Wanatuna, fino a quando non avremo un nostro conio.
Capisco che fino ad oggi non avete visto dei nostri manufatti, a tal proposito abbiamo preparato un piccolo presente per ognuno di voi, al solo scopo di farvi apprezzare l’impegno che i nostri artigiani mettono nel realizzare anche la più piccola cosa.
Infatti, alla chiusura di questa riunione del nostro Gran Consiglio siete tutti invitati a portarvi nella sala per ricevere il nostro presente.
Il presidente Agliastro di Monte Fumone chiede a sua volta al presidente Aggicozzo, dicendo: “Mi perdoni, se mi permetto di chiedere quali argomento di interscambio avete assicurato alla vostra richiesta di riconoscimento. Quale Stato autonomo aprire una sede diplomatica presso gli altri Stati sovrani da sempre. Quello che è giunto al mio ufficio di presidenza menzionava solo musica Aggicozzo”. “Si, è vero c’è scritto prevalentemente musica del dolce canto, ma non abbiamo escluso null’altro; siamo circondati dal mare e non c’è altro mondo più ricco di quello marino”.
Con questo breve scambio di opinioni si chiude la seduta, tutti seguono Gionvit nella sala ricevimenti, per essere omaggiati.
Nella grande sala vi era un tavolo circolare con più di 300 sedie, vi presero posto i 150 presidenti con i loro vici e le proprie consorti.
Al centro del Desk vi era una scalinata larghissima, vi passavano due file di persone, formate da coppie: un uomo e una donna, che recavano cestini di frutta secca e un vassoio di giada con al centro un centrino in pelle, stupendamente lavorato, e sopra un paio di calzari, di una lavorazione mai vista.
Anche la distribuzione fu insolita, infatti le coppie che portavano i regali si muovevano in senso orario e non consegnavano il premio al primo della fila, ma lo facevano solo vedere a tutti fino all’ultimo e, quando tutti i portatori di regali si trovavano di fronte agli ospiti, posavano sul tavolo i cesti a loro destinati.

Poi tutti i portatori di doni fanno un passo indietro prendono la scala del ritorno la processione dei regali continua, quindi una fila scende e una sale, formata da due persone che ripetono i modi del primo passaggio, per tutti i tipi di regali destinati agli ospiti.
A termine della consegna il decano vice presidente si alza e prende la parola dicendo: “Nella mia lunga vita mi sono trovato in tante occasioni del genere, ma devo dire che nessuna mi ha sorpreso più di questa, per una serie di cose, che non so spiegare, ad esempio: come avete fatto ad avere il numero dei nostri calzari, come si può rendere una pelle così vaporosa e soffice al tempo stesso, come si può avere un risultato artistico, apparentemente uguale, per un numero infinito di oggetti, se non si adoperano delle macchine, e di che fibre sono fatti i cesti”.
Gionvit: “Vi garantisco che ogni oggetto è stato lavorato a mano, e per legge naturale non possono essere assolutamente uguali; ma se si usa un solo calibro e una capacità illuminata, la unicità si avvicina a quella che si produce in serie; per le misure non è stato difficile, visto che avete tutti accettato le nostre regole e cioè quelle di porre le vostre scarpe negli appositi contenitori, che sono tutte dotate di telecamera, e quindi leggere il numero è stato un gioco.
Per quanto riguarda la sofficità: questa si ottiene con una buona lavorazione del cuoio crudo, senza sottoporlo a concerie e prodotti vari, ma solo masticandolo e inumidendolo con la propria saliva. In questo modo si ottiene questa particolare sofficità e morbidezza. Coloro che si chiedono come è possibile masticare una larga pezza di cuoio devono sapere che si stabilisce prima l’oggetto da realizzare e poi si prepara il materiale nelle dovute misure e nei modi di realizzo.
Dunque, come vedete, non c’è nulla di anormale, se per normale si intende la semplicità procedurale a preparare un prodotto della natura, come è appunto il cuoio. Ovviamente, ogni cuoio ha la sua specificità e il suo modo di impiego.
I cesti invece sono stati realizzati con una fibra d’alga che si trova nel nostro lago, che ha una seconda corteccia come tutti gli alberi, solo che questa conserva la sua elasticità e malleabilità, per essere intrecciata da abili mani, ma la caratteristica più apprezzabile è quella elasticità che è unita ad una buona resistenza nel tempo, senza spezzarsi o deformarsi e, ancora più, quella di non produrre allergie o dolori vari, mostrandosi particolarmente idonea per contenitori di cibi, vista la sua natura neutra”.
Le sorprese non mancano, perché alla partenza degli ospiti, che fanno rientro nella loro patria, salutano tutti, ma in particolar modo il bambino, infatti, ogni presidente lo saluta a modo suo e pone sulla culla qualche oggetto personale, per ricordargli questa giornata. Il bimbo sorride a tutti; ma, quando arriva il turno del Presidente dell’Occiwana, stende la manina e gli accarezza la fronte; Occin, questo il nome del presidente dell’Occiwana, si trova con gli occhi lucidi di lacrime di gioia e dice: “Questo bambino è unto da Dio, pone il suo decreto sulla culla e si siede, senza dire altra parola.
Tutti sanno che il Presidente Occin è il più ateo di tutti gli atei della terra, ma nessuno si azzarda a dire o chiedere qualcos’altro, tutti continuano ad omaggiare o salutare il bambino, come se nulla fosse accaduto.
Finito il giro, Gioele torna al suo posto e passa il bambino alla madre, che lo bacia, gli sistema la bavetta, lo alza all’altezza prestabilita, lo pone nella culla e questa vola verso la vetrata, che dà nella stanza della nurse.
La vetrata si chiude e tutti continuano nel loro sport preferito, mangiare e celiare: più o meno apprezzabili.
Le ore passano la festa giunge al termine, tutti riprendono la strada del ritorno alle loro stanze. Al momento della partenza, seguono alla lettera le istruzioni di navigazione del minuscolo regno.
Giunto il turno di partenza di Occin, a prendere la strada del ritorno, questi chiede a Gionvit di poter restare qualche minuto con Lemoon, a tale richiesta i giornalisti accreditati chiedono a loro volta di restare e di poterlo intervistare. Al termine dell’insolita richiesta di Occin, Gionvit e Stella, tenendosi per mano, dicono ad una voce: “A nostro figlio non sono negate le visite, tutto gli è consentito, perché nessuno potrebbe fargli del male”.
Occin entra nella sala delle visite, gli viene portato il bimbo, la balia si allontana, le porte si chiudono Occin resta solo col bambino, lo prende tra le braccia, lo bacia lo pone nuovamente sulla culla, s’inginocchia e dice: “Io non so che cosa sta succedendo dentro di me, ma se questo che mi turba è fede ti assicuro che, al mio ritorno in Patria farò anch’io quello che ha fatto il padre della tua madrina”. “Gli prende le manine, le bacia e prova ad alzarsi, ma il bimbo tira a sé e sul suo cuore la mano sinistra di Occin, poi pone la sua sinistra sul cuore di Occin e gli sorride. Occin indietreggia, e a testa bassa, si allontana.
I giornalisti che lo attendevano all’uscita non mancano di notare lo stato di turbamento interiore di quel presidente che tutti conoscevano per la sua durezza d’animo lo incalzano con domande che riguardavano direttamente i gesti del bambino, il presidente sorpreso ancor più di prima dice: “Come fate a sapere queste cose?” “Gli risponde Gionvit”: Vedi, caro, il nostro bambino non ha vita segreta e neppure privata, tutto scorre nei monitors, come tu stesso puoi vedere, ma non sentire ciò che si dice”. Infatti, le foto, scattate dalla telecamera, parlavano da sole.

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