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Il primo viaggio, neanche a dirlo,
fu nell’impero dei fiori ove Gionvit viene accolto come un dio che vive
materialmente tra gli uomini di questo pianeta.
Il vecchio presidente dell’impero dei fiori si presenta alla scaletta
dell’aereo accompagnato dal suo apparato imperiale al gran completo
e in assetto di gala, vestiti di seta purissima e gemmati di rarissime
pietre preziose. Chiunque vedeva quegli uomini non poteva che esclamare:
“È questa la ricchezza fatta persona?”.
Tutti rendono onore a un semplice uomo che non indossa grande vestiti
o gioielli di valore, solo due semplici anelli come monili: sono la
fede nuziale e quella con il sigillo di Stato.
Dopo il tributato onore militare, l’imperatore viene invitato a precedere
per una strada interamente coperta di petali di fiori dai più svariati
colori che porta alla Reggia Imperiale, Reggia che, nulla aveva da invidiare
e vi contrapponeva opere d’arte finissime con lavori di cesello a mano
di assoluta precisione.
Gionvit si trovò in un luogo unico e la gente lo seguiva come qualcosa
di indefinito.
Durante i pantagruelici pranzi Gionvit non eccedeva mai, non iniziava
un pranzo senza aver prima ringraziato il buon Dio di quello che si
trovava sulla tavola e di come il giorno scorreva tranquillo.
Visitava i luoghi di culto e quelli di scienza, ovunque gli chiedevano
un discorso, e lui ripeteva sempre la stessa cosa, che la vera forza
ed intelligenza dell’uomo sta nell’amare il prossimo come se stessi
perché solo non facendo agli altri quello che non si vuole sia fatto
a sé gli uomini crescono agli occhi di Dio.
Mentre ripeteva queste cose in un Ateneo in seduta speciale per conferirgli
una Laurea honoris causa, si alza un giovane e dice: “Il tuo Dio
che elargisce tanta benevolenza alla gente del Candidofiore, se è universale
perché non dà ovunque quei segni prodigiosi?” Gionvit: se fossi in grado
di rispondere alla tua domanda sarei io stesso Dio, ma una cosa posso
dirtela, non c’è uomo che ami sinceramente Dio e non veda la sua grandezza.
Tutti si aspettavano una spiegazione dotta da quell’uomo più volte indicato
come essere ieratico, ma lui tacque e tacquero anche gli altri presenti
lo stesso giovane si rimise a sedere in silenzio.
Dopo la Laurea, e i saluti, Gionvit si porta dal giovane e posandogli
la mano destra sulla spalla sinistra dice: “So che ti aspettavi ben
altro da me, ma se interroghi il tuo cuore avrai tutte le risposte che
cerchi” Gli passò il pollice sulla fronte ed andò via.
La cosa che fece più riflettere fu l’ingresso di Moon nel Tempio della
città. Egli giunto sul sagrato s’inginocchiò e baciò quel suolo, poi
si tolse i calzari e si diresse verso il Metropolita che lo attendeva
sulla porta del Tempio; lo abbracciò, lo baciò e lo accompagnò all’altare.
Questi gli cede il posto da ufficiante, Gionvit si inginocchia davanti
al Metropolita e dice: “Ti prego: non chiedermi questo perché non è
il mio ruolo ed anche perché non ho mai celebrato messa. Lascia che
siano i ministri di Dio a farlo e non dei peccatori come me”. “No, caro
fratello, i veri ministri sono quelle persone che Iddio si sceglie e
non quelle che gli uomini gli presentano, perciò anche un solo messaggio
dato da una persona come te vale quanto una Santa Messa”.
“Bene, dice il re, io vi reciterò col cuore il primo e il secondo comandamento
che il Padre Eterno diede a Mosé sul Monte Sinai”: “ Primo comandamento:
Io sono il Signore Iddio tuo che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto,
dalla casa di schiavitù. Secondo comandamento: Non nominare il nome
del Signore, Iddio tuo, invano perché il Signore non riterrà innocente
chi proferisce invano, il suo nome”.
Il Metropolita s’inginocchia e gli bacia la mano e dice: "Padre, anche
noi ci riteniamo figli di Abramo ed amiamo un solo Dio misericordioso
che è un Dio d’amore e di perdono".
Insegnaci, fratello, a pregare come tu sai fare.
Gionvit volle ringraziarlo in ogni momento in cui il corpo è sveglio
e la mente ragiona. Un momento prima di addormentarsi volle affidargli
l’anima affinché la custodisse nel suo gaudioso impero. Ecco, questo
è il mio pregare, le mie azioni sono tutte rivolte a Lui, perché provengono
da Lui e tornano a Lui, fate questo pure voi pensando intensamente a
Lui, e le vostre vite cambieranno, le porte del cielo lasceranno passare
la luce Divina la stessa inonderà i vostri cuori.
A termine di ciò tutti sfilarono davanti a Gionvit, baciandogli la mano;
questo durò per molte ore. Il Tempio non si svuotava, visto che il flusso
d’entrata era pari al deflusso.
La gente, che usciva a mani congiunte ed orante non faceva altro che
accrescere l’afflusso.
Era unanime l’opinione che quell’uomo era pervaso di una luce non di
questo mondo, perché un aspetto serafico gli si era posato sul volto,
per tutto il tempo della processione.
A notte inoltrata termina la sfilata, Gionvit viene invitato ad alzarsi
per andar via. Subito s’inginocchia, sul nudo pavimento, alza al cielo
gli occhi, ringrazia il buon Dio e poi va verso un gruppetto di gente
che aveva accerchiato un uomo che si contorceva su se stesso, per terra,
poco lontano dal Tempio. Gionvit si fa largo va da quel soggetto armato
di lunghi coltelli, gli stende la mano e lo invita ad alzarsi, questi
lo fa e dice: “Come mai non hai paura di me, che ero pronto per ucciderti,
se non venivo colpito da questo fremito?” Gionvit: “Non preoccuparti,
si vede che colui che tutto può non vuole che lo raggiunga prima di
aver fatto il suo volere fino in fondo”.
Termina così la visita nell’impero dei fiori, di Gionvit lo spettacolo
per tutte le genti del regno che lo avevano visto attraverso i video
esposti nei villaggi per quella prima e singolare visita.
Ma torniamo un attimo all’arrivo in aeroporto e alla prima dichiarazione
resa ai giornalisti, che gli chiedevano spiegazioni più dettagliate
nella scelta di una così singolare maniera di visitare il suo regno.
Gionvit risponde volentieri con semplicità ed onestà di intenti dice:
“Vedi, caro, l’intero territorio del mio regno non è più grande di una
delle vostre città, in esso ci sono i nostri laghi, i monumenti, la
vegetazione millenaria, animali da voi sconosciuti e non vi è una comoda
via d’accesso, se non dal cielo, con un aereo a decollo verticale solo
uno alla volta, visto che la corona montuosa che lo protegge è formata
da rocce a strapiombo, oltre il 50%, e questo per diverse migliaia di
metri di altezza.
A tutto questo bisogna aggiungere che il territorio che circonda la
nostra montagna è di vari Stati ed è coperto da vegetazione impenetrabile,
senza aggiungere la roccia viva che forma le pareti della montagna.
Questo spiega il perché non si può turbare l’equilibrio di quel luogo,
non aggiungo altro”.
Questa dichiarazione fu ripresa commentata ed ampliata dai media e dai
loro commentatori.
Comincia qui la storia del regno di Gionvit, gli eventi si susseguono
per quel giovane popolo che si affaccia alla storia del mondo tecnologico
Il suo giovane re fa tutto quello che la voce-guida o direttamente il
buon Dio gli suggerisce, per un lungo periodo di oltre vent’anni; fino
a quando il suo Lemoon non è pronto a subentrargli alla guida del popolo
eletto del Creatore.
Infatti, Lemoon ha una infanzia non da figlio di re, ma come un semplice
scolaro, che dapprima è formato da una guida illuminata, prima dal padre
terreno e poi da Dio.
Quegli che sarà il nuovo re viene quindi portato per mano, in tutta
la sua giovane età, fino a quando sarà pronto al comando del popolo.
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Nulla gli manca per un prosieguo di una giusta continuazione. In quel
luogo tutti crescono santamente nella fede in Dio, che è unica ed assoluta
sulla terra questa fè gradita al Padre Eterno.
La stessa ricchezza, elargita da Dio ne è la prova. Non deve indurire
l’animo dell’uomo resta come fine a se stessa, divinamente conservata
per i popoli che verranno: così come lo è stato per millenni, per consegnarla
ai giovani dei giorni nostri e di quelli che verranno dopo di noi.
Questo fatto è la sola cosa che gli uomini di altri Stati, avvezzi alla
ricchezza e rotti al facile guadagno, creano: momenti di confusione
tra le nuove leve del popolo del Candidofiore.
Per il fatto che in quel luogo vi è tanta ricchezza e poco viene usata,
il popolo pur essendo formato da uomini retti e timorati di Dio, non
manca di dare problemi al re che vuole mantenere vivi i valori dell’antica
generazione, la quale ha ridato vita ad un popolo condannato dal Nume,
bugiardo all’estinzione, per non aver ottenuto la totale avversione
alla legge dell’amore di quel perdono.
Ma, nonostante il sortilegio, il buon Dio ha rigenerato il suo popolo
con la fine di quel malefizio stesso operato da Contrun il terribile
demone.
Lemoon, forte dei principi inculcatogli dai sui genitori e della fede
che questi hanno in Dio, ha saputo dare con forza quella spinta interiore
al suo popolo, affinché non vacillasse sotto le lusinghe degli infedeli.
Ha potuto continuare per molti anni la strada intrapresa dal padre,
dando prova di fede e volontà di non eccedere nella ricchezza e nei
divertimenti e di non far mancare a chicchessia il giusto aiuto da parte
della società tutta, ai figli più deboli di quel popolo che ha visto
la mano del creatore posarsi benevolmente continuamente su di loro,
affinché vivessero serenamente per molte generazioni.
È così che si mescolano leggende e fatti reali, che gli uomini ancora
oggi raccontano alle nuove generazioni che queste riprendono e trasformano
in altri appassionanti racconti.
NOTA BIOGRAFICA

Pietro Giovanni Lucarelli
nato a Colobraro
il 23 giugno 1939, da genitori coltivatori diretti, ha lavorato nella
propria azienda familiare, fino all’età di 20 anni. Nel 1960 è stato
arruolato nell’Arma dei Carabinieri, ove ha svolto numerosi compiti,
come quello di espletare il servizio di Polizia Militare Internazionale,
presso lo SHAPE, ossia “SUPREME HEADQUARTERS ALLIED POWERS EUROPE” (Belgio)
dal 27 novembre 1975 al 27 novembre 1979, meritando il “certificato
di apprezzamento” dal Comandante delle Forze Alleate in Europa.
Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, nel 1969, per i tipi
di Carlo Pisacane di Sapri (SA) e la prima raccolta di favole “La Montagna
Verde” nell’aprile del 1994, edita dall’Ellade Editrice, stampa BMG
Matera e “Quando tramonta il sole” (liriche nel febbraio del 1998) -
Editrice la stessa BMG di Matera. Ha frequentato la scuola per militari
“Opera Massaruti di Roma” ed ha conseguito la Maturità Tecnica Commerciale
presso l’Istituto Tecnico Commerciale “Maffei Pantaleone” di Roma, nel
1974. Si è congedato dall’Arma nel 1981. Da allora vive a Colobraro.
Ha ricoperto la carica di Assessore comunale alla Cultura – Sport –
Turismo e Pubbliche Relazioni. Durante tale carica ha istituito il “Parco
Musicale, intestato a Michele Enrico Carafa”: Principe di Colobraro
e valente musicista del primo ottocento. Ha meritato il conferimento
della menzione d’Onore al Premio Internazionale di narrativa della città
di Pomigliano d’Arco, nel 1995 il Diploma d’Onore nel 1997, dalla stessa
Fondazione.
È stato nominato Accademico Corrispondente - Sezione Poesia e Letteratura
- dall'Accademia Internazionale "GRECI - MARINO" - Accademia del Verbano
di Lettere, Arte, Scienze, a Vinzaglio, lì 5 dicembre 2005.
Ha collaborato per 7 anni al Quotidiano “Lucania” e collabora al Quotidiano
della Basilicata. È iscritto all’Albo dei giornalisti pubblicisti. È
fondatore e direttore responsabile della rivista “La fenice” (Bimestrale
di Informazione – Arte e Cultura). Ha pubblicato sulla propria rivista:
“La fenice” Il Dizionario Mitologico dei tempi antichi e moderni meditato
nei nuovi principi dell’umanità; Uomini nella storia di Colobraro; Le
creature del Lago Verde (favole: seconda raccolta); "IL CAVALIERE DELLA
LUCE E IL PRINCIPE NERO" (Romanzo favolistico mitologico).
IL GRANDUCA DI COSTA FIORITA (L’Isola che si vorrebbe possedere), UN
MONDO CHE NON C’È
(racconti favolistici) che stiamo leggendo.
È in corso di pubblicazione sempre sulla rivista La fenice, la seconda
raccolta di poesie "ASPETTANDO L'AURORA".
NOTA A MARGINE
di don Aldo Viviano
LUCARELLI Pietro Giovanni "Un mondo
che non c'è - racconti favolistici" - Edizione "La fenice" 2007 - Pagg.
50 cm. 21x30. - "Il mondo che non c'è" è quello dell'utopia, dei sogni,
dei rifugi onirici che riempiono la fantasia dell'età non ancora caratterizzata
da scansioni temporali.
L'unità compositiva dell'autore è tessuta con numerosi frammenti di
memorie sparse volutamente, collocate al di là dello sguardo e al di
qua della persona.
Si ha così il romanzo popolare; meglio, quella tela ornata di sentimenti
comuni e pathos inespresso nella vita, quindi virtuali nella relazione,
"favolistici", come afferma il Lucarelli nel sottotitolo, proprio perché
ogni singolo se ne fa un campo ristretto nello stesso àmbito del linguaggio.
I temi complessi ed avventurosi del personaggio Moon presentano stili
e toni diversi rotanti intorno alla debole trama di un fanciullo figura
ideale dell'uomo incompleto a causa della generazione esistenziale soggetta
alla prima caduta dell'umana natura.
L'invenzione letteraria diventa nel Lucarelli liberazione psicologica
di chi attraverso il quotidiano sollecita intrecci ed immaginazioni
in uno spirito di purificazione delle entità negative.
In questo tipo di mondo nuovo si muove l'interesse di chi scrive, attribuendo
ad un redivivo personaggio salvifico la funzione del riscatto universale.
Si serve delle illusioni della storia fuori giro planetario, conferisce
connotati di interventi gratuiti in un'ansa di terra che non potrà mai
vedere la luce del sole, in quando offuscata dalle ree passioni della
colpa.
Sembra scorgere nell'intenzionalità una creatura innalzata a protagonista
di un eden ritrovato, quasi un rimprovero di comunità irredenta dinanzi
al mistero della Croce.
Basteranno le buone intenzioni della "favola" per ritornare al principio
dei giorni? Risponde il Lucarelli a pag. 24, prima colonna: "La fede
è vita. Un essere senza fede è un involucro vuoto che non trova la dimensione
dell'essere". Come dire, credere all'uomo dopo ogni ricaduta, perché
la vita è risurrezione dalla colpa, sorgente di immortalità oltre le
dimensioni terrene.
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