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UN MONDO CHE NON C'E'
di Pietro Giovanni Lucarelli

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Il primo viaggio, neanche a dirlo, fu nell’impero dei fiori ove Gionvit viene accolto come un dio che vive materialmente tra gli uomini di questo pianeta.
Il vecchio presidente dell’impero dei fiori si presenta alla scaletta dell’aereo accompagnato dal suo apparato imperiale al gran completo e in assetto di gala, vestiti di seta purissima e gemmati di rarissime pietre preziose. Chiunque vedeva quegli uomini non poteva che esclamare: “È questa la ricchezza fatta persona?”.
Tutti rendono onore a un semplice uomo che non indossa grande vestiti o gioielli di valore, solo due semplici anelli come monili: sono la fede nuziale e quella con il sigillo di Stato.
Dopo il tributato onore militare, l’imperatore viene invitato a precedere per una strada interamente coperta di petali di fiori dai più svariati colori che porta alla Reggia Imperiale, Reggia che, nulla aveva da invidiare e vi contrapponeva opere d’arte finissime con lavori di cesello a mano di assoluta precisione.
Gionvit si trovò in un luogo unico e la gente lo seguiva come qualcosa di indefinito.
Durante i pantagruelici pranzi Gionvit non eccedeva mai, non iniziava un pranzo senza aver prima ringraziato il buon Dio di quello che si trovava sulla tavola e di come il giorno scorreva tranquillo.
Visitava i luoghi di culto e quelli di scienza, ovunque gli chiedevano un discorso, e lui ripeteva sempre la stessa cosa, che la vera forza ed intelligenza dell’uomo sta nell’amare il prossimo come se stessi perché solo non facendo agli altri quello che non si vuole sia fatto a sé gli uomini crescono agli occhi di Dio.
Mentre ripeteva queste cose in un Ateneo in seduta speciale per conferirgli una Laurea  honoris causa, si alza un giovane e dice: “Il tuo Dio che elargisce tanta benevolenza alla gente del Candidofiore, se è universale perché non dà ovunque quei segni prodigiosi?” Gionvit: se fossi in grado di rispondere alla tua domanda sarei io stesso Dio, ma una cosa posso dirtela, non c’è uomo che ami sinceramente Dio e non veda la sua grandezza.
Tutti si aspettavano una spiegazione dotta da quell’uomo più volte indicato come essere ieratico, ma lui tacque e tacquero anche gli altri presenti lo stesso giovane si rimise a sedere in silenzio.
Dopo la Laurea, e i saluti, Gionvit si porta dal giovane e posandogli la mano destra sulla spalla sinistra dice: “So che ti aspettavi ben altro da me, ma se interroghi il tuo cuore avrai tutte le risposte che cerchi” Gli passò il pollice sulla fronte ed andò via.
La cosa che fece più riflettere fu l’ingresso di Moon nel Tempio della città. Egli giunto sul sagrato s’inginocchiò e baciò quel suolo, poi si tolse i calzari e si diresse verso il Metropolita che lo attendeva sulla porta del Tempio; lo abbracciò, lo baciò e lo accompagnò all’altare. Questi gli cede il posto da ufficiante, Gionvit si inginocchia davanti al Metropolita e dice: “Ti prego: non chiedermi questo perché non è il mio ruolo ed anche perché non ho mai celebrato messa. Lascia che siano i ministri di Dio a farlo e non dei peccatori come me”. “No, caro fratello, i veri ministri sono quelle persone che Iddio si sceglie e non quelle che gli uomini gli presentano, perciò anche un solo messaggio dato da una persona come te vale quanto una Santa Messa”.
“Bene, dice il re, io vi reciterò col cuore il primo e il secondo comandamento che il Padre Eterno diede a Mosé sul Monte Sinai”: “ Primo comandamento: Io sono il Signore Iddio tuo che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. Secondo comandamento: Non nominare il nome del Signore, Iddio tuo, invano perché il Signore non riterrà innocente chi proferisce invano, il suo nome”.
Il Metropolita s’inginocchia e gli bacia la mano e dice: "Padre, anche noi ci riteniamo figli di Abramo ed amiamo un solo Dio misericordioso che è un Dio d’amore e di perdono".
Insegnaci, fratello, a pregare come tu sai fare.
Gionvit volle ringraziarlo in ogni momento in cui il corpo è sveglio e la mente ragiona. Un momento prima di addormentarsi volle affidargli l’anima affinché la custodisse nel suo gaudioso impero. Ecco, questo è il mio pregare, le mie azioni sono tutte rivolte a Lui, perché provengono da Lui e tornano a Lui, fate questo pure voi pensando intensamente a Lui, e le vostre vite cambieranno, le porte del cielo lasceranno passare la luce Divina la stessa inonderà i vostri cuori.
A termine di ciò tutti sfilarono davanti a Gionvit, baciandogli la mano; questo durò per molte ore. Il Tempio non si svuotava, visto che il flusso d’entrata era pari al deflusso.
La gente, che usciva a mani congiunte ed orante non faceva altro che accrescere l’afflusso.
Era unanime l’opinione che quell’uomo era pervaso di una luce non di questo mondo, perché un aspetto serafico gli si era posato sul volto, per tutto il tempo della processione.
A notte inoltrata termina la sfilata, Gionvit viene invitato ad alzarsi per andar via. Subito s’inginocchia, sul nudo pavimento, alza al cielo gli occhi, ringrazia il buon Dio e poi va verso un gruppetto di gente che aveva accerchiato un uomo che si contorceva su se stesso, per terra, poco lontano dal Tempio. Gionvit si fa largo va da quel soggetto armato di lunghi coltelli, gli stende la mano e lo invita ad alzarsi, questi lo fa e dice: “Come mai non hai paura di me, che ero pronto per ucciderti, se non venivo colpito da questo fremito?” Gionvit: “Non preoccuparti, si vede che colui che tutto può non vuole che lo raggiunga prima di aver fatto il suo volere fino in fondo”.
Termina così la visita nell’impero dei fiori, di Gionvit lo spettacolo per tutte le genti del regno che lo avevano visto attraverso i video esposti nei villaggi per quella prima e singolare visita.
Ma torniamo un attimo all’arrivo in aeroporto e alla prima dichiarazione resa ai giornalisti, che gli chiedevano spiegazioni più dettagliate nella scelta di una così singolare maniera di visitare il suo regno.
Gionvit risponde volentieri con semplicità ed onestà di intenti dice: “Vedi, caro, l’intero territorio del mio regno non è più grande di una delle vostre città, in esso ci sono i nostri laghi, i monumenti, la vegetazione millenaria, animali da voi sconosciuti e non vi è una comoda via d’accesso, se non dal cielo, con un aereo a decollo verticale solo uno alla volta, visto che la corona montuosa che lo protegge è formata da rocce a strapiombo, oltre il 50%, e questo per diverse migliaia di metri di altezza.
A tutto questo bisogna aggiungere che il territorio che circonda la nostra montagna è di vari Stati ed è coperto da vegetazione impenetrabile, senza aggiungere la roccia viva che forma le pareti della montagna.
Questo spiega il perché non si può turbare l’equilibrio di quel luogo, non aggiungo altro”.
Questa dichiarazione fu ripresa commentata ed ampliata dai media e dai loro commentatori.
Comincia qui la storia del regno di Gionvit, gli eventi si susseguono per quel giovane popolo che si affaccia alla storia del mondo tecnologico Il suo giovane re fa tutto quello che la voce-guida o direttamente il buon Dio gli suggerisce, per un lungo periodo di oltre vent’anni; fino a quando il suo Lemoon non è pronto a subentrargli alla guida del popolo eletto del Creatore.
Infatti, Lemoon ha una infanzia non da figlio di re, ma come un semplice scolaro, che dapprima è formato da una guida illuminata, prima dal padre terreno e poi da Dio.
Quegli che sarà il nuovo re viene quindi portato per mano, in tutta la sua giovane età, fino a quando sarà pronto al comando del popolo.

Nulla gli manca per un prosieguo di una giusta continuazione. In quel luogo tutti crescono santamente nella fede in Dio, che è unica ed assoluta sulla terra questa fè gradita al Padre Eterno.
La stessa ricchezza, elargita da Dio ne è la prova. Non deve indurire l’animo dell’uomo resta come fine a se stessa, divinamente conservata per i popoli che verranno: così come lo è stato per millenni, per consegnarla ai giovani dei giorni nostri e di quelli che verranno dopo di noi.
Questo fatto è la sola cosa che gli uomini di altri Stati, avvezzi alla ricchezza e rotti al facile guadagno, creano: momenti di confusione tra le nuove leve del popolo del Candidofiore.
Per il fatto che in quel luogo vi è tanta ricchezza e poco viene usata, il popolo pur essendo formato da uomini retti e timorati di Dio, non manca di dare problemi al re che vuole mantenere vivi i valori dell’antica generazione, la quale ha ridato vita ad un popolo condannato dal Nume, bugiardo all’estinzione, per non aver ottenuto la totale avversione alla legge dell’amore di quel perdono.
Ma, nonostante il sortilegio, il buon Dio ha rigenerato il suo popolo con la fine di quel malefizio stesso operato da Contrun il terribile demone.
Lemoon, forte dei principi inculcatogli dai sui genitori e della fede che questi hanno in Dio, ha saputo dare con forza quella spinta interiore al suo popolo, affinché non vacillasse sotto le lusinghe degli infedeli.
Ha potuto continuare per molti anni la strada intrapresa dal padre, dando prova di fede e volontà di non eccedere nella ricchezza e nei divertimenti e di non far mancare a chicchessia il giusto aiuto da parte della società tutta, ai figli più deboli di quel popolo che ha visto la mano del creatore posarsi benevolmente continuamente su di loro, affinché vivessero serenamente per molte generazioni.
È così che si mescolano leggende e fatti reali, che gli uomini ancora oggi raccontano alle nuove generazioni che queste riprendono e trasformano in altri appassionanti racconti.

NOTA BIOGRAFICA


Pietro Giovanni Lucarelli

nato a Colobraro il 23 giugno 1939, da genitori coltivatori diretti, ha lavorato nella propria azienda familiare, fino all’età di 20 anni. Nel 1960 è stato arruolato nell’Arma dei Carabinieri, ove ha svolto numerosi compiti, come quello di espletare il servizio di Polizia Militare Internazionale, presso lo SHAPE, ossia “SUPREME HEADQUARTERS ALLIED POWERS EUROPE” (Belgio) dal 27 novembre 1975 al 27 novembre 1979, meritando il “certificato di apprezzamento” dal Comandante delle Forze Alleate in Europa.
Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, nel 1969, per i tipi di Carlo Pisacane di Sapri (SA) e la prima raccolta di favole “La Montagna Verde” nell’aprile del 1994, edita dall’Ellade Editrice, stampa BMG Matera e “Quando tramonta il sole” (liriche nel febbraio del 1998) - Editrice la stessa BMG di Matera. Ha frequentato la scuola per militari “Opera Massaruti di Roma” ed ha conseguito la Maturità Tecnica Commerciale presso l’Istituto Tecnico Commerciale “Maffei Pantaleone” di Roma, nel 1974. Si è congedato dall’Arma nel 1981. Da allora vive a Colobraro.
Ha ricoperto la carica di Assessore comunale alla Cultura – Sport – Turismo e Pubbliche Relazioni. Durante tale carica ha istituito il “Parco Musicale, intestato a Michele Enrico Carafa”: Principe di Colobraro e valente musicista del primo ottocento. Ha meritato il conferimento della menzione d’Onore al Premio Internazionale di narrativa della città di Pomigliano d’Arco, nel 1995 il Diploma d’Onore nel 1997, dalla stessa Fondazione.
È stato nominato Accademico Corrispondente - Sezione Poesia e Letteratura - dall'Accademia Internazionale "GRECI - MARINO" - Accademia del Verbano di Lettere, Arte, Scienze, a Vinzaglio, lì 5 dicembre 2005.
Ha collaborato per 7 anni al Quotidiano “Lucania” e collabora al Quotidiano della Basilicata. È iscritto all’Albo dei giornalisti pubblicisti. È fondatore e direttore responsabile della rivista “La fenice” (Bimestrale di Informazione – Arte e Cultura). Ha pubblicato sulla propria rivista: “La fenice” Il Dizionario Mitologico dei tempi antichi e moderni meditato nei nuovi principi dell’umanità; Uomini nella storia di Colobraro; Le creature del Lago Verde (favole: seconda raccolta); "IL CAVALIERE DELLA LUCE E IL PRINCIPE NERO" (Romanzo favolistico mitologico).
IL GRANDUCA DI COSTA FIORITA (L’Isola che si vorrebbe possedere), UN MONDO CHE NON C’
È (racconti favolistici) che stiamo leggendo.
È in corso di pubblicazione sempre sulla rivista La fenice, la seconda raccolta di poesie "ASPETTANDO L'AURORA".

NOTA A MARGINE
di don Aldo Viviano

LUCARELLI Pietro Giovanni "Un mondo che non c'è - racconti favolistici" - Edizione "La fenice" 2007 - Pagg. 50 cm. 21x30. - "Il mondo che non c'è" è quello dell'utopia, dei sogni, dei rifugi onirici che riempiono la fantasia dell'età non ancora caratterizzata da scansioni temporali.
L'unità compositiva dell'autore è tessuta con numerosi frammenti di memorie sparse volutamente, collocate al di là dello sguardo e al di qua della persona.
Si ha così il romanzo popolare; meglio, quella tela ornata di sentimenti comuni e pathos inespresso nella vita, quindi virtuali nella relazione, "favolistici", come afferma il Lucarelli nel sottotitolo, proprio perché ogni singolo se ne fa un campo ristretto nello stesso àmbito del linguaggio.
I temi complessi ed avventurosi del personaggio Moon presentano stili e toni diversi rotanti intorno alla debole trama di un fanciullo figura ideale dell'uomo incompleto a causa della generazione esistenziale soggetta alla prima caduta dell'umana natura.
L'invenzione letteraria diventa nel Lucarelli liberazione psicologica di chi attraverso il quotidiano sollecita intrecci ed immaginazioni in uno spirito di purificazione delle entità negative.
In questo tipo di mondo nuovo si muove l'interesse di chi scrive, attribuendo ad un redivivo personaggio salvifico la funzione del riscatto universale.
Si serve delle illusioni della storia fuori giro planetario, conferisce connotati di interventi gratuiti in un'ansa di terra che non potrà mai vedere la luce del sole, in quando offuscata dalle ree passioni della colpa.
Sembra scorgere nell'intenzionalità una creatura innalzata a protagonista di un eden ritrovato, quasi un rimprovero di comunità irredenta dinanzi al mistero della Croce.
Basteranno le buone intenzioni della "favola" per ritornare al principio dei giorni? Risponde il Lucarelli a pag. 24, prima colonna: "La fede è vita. Un essere senza fede è un involucro vuoto che non trova la dimensione dell'essere". Come dire, credere all'uomo dopo ogni ricaduta, perché la vita è risurrezione dalla colpa, sorgente di immortalità oltre le dimensioni terrene.

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