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Ritratto di Isabella Morra
Isabella Morra, nella società del '500: prendendo a
campione la relazione di Camillo Porzio del 1577 - 1579 apprendiamo che la
nostra terra era ricca di grano "abonda di grano, di bestiame grosso e di
formaggi.
I paesani vivono e vestono grossamente; sono più inclinati
all'agricoltura et ad altri servici personali, che al maneggiar l'armi; e
non potendo per mare cavar fuori dalla propria provincia tutto il loro
frumento, insieme cogli uomini di principato, lo portano a schiena di mulo
a' popoli vicini che ne hanno bisogno, e conducono anco in terra di Bari di
molte some di galle che di là si navigano a Venezia per tingere i panni".
Ecco dunque secondo noi ove la nostra poetessa menava i suoi giovani passi e quale
prospettive si potevano concretizzare nel poter coltivare l'arte del paroliere e
del comporre poesie.
Noi l'abbiamo scelta come poetessa guida tra i tre maschi del nostro concorso proprio per
questo; perché dimostra quanta voglia di acculturarsi viveva in lei,
e se volete tra la gente di quel tempo, ponendola poi al primo posto vuole indicare un mondo che già allora pensava
al femminile, e la donna non si accontentava più di sottostare al volere
dell'uomo sia esso, il padre, il fratello o il marito.
Godiamoci dunque le sue denunce e facciamone tesoro.
Da il libro di Giovanni
Caserta "Isabella Morra e la società meridionale del '500" Edizieni Meta
I CARI PEGNI
I cari pegni del mio padre amato
piangon d'intorno. Ahi, ahi! misero fato,
mangiare il frutto ch'altri colse, amao,
quei che mai non peccaro
la cui semplicità faria clemente
una tigre, un serpente.
Veggio il mio re da te vinto e prostrato
sotto la ruota tua, pieno d'orrore,
Io qual, ra gli altri eroi, era il maggiore,
che da Cesare in qua fosse mai stato.
I
I fieri assalti di crudel Fortuna
scrivo, piangendo la mia verde etate,
me che 'n si vili ed orride contrate
spendo il mio tempo senza loda alcuna.
Degno il sepolcro, se fu vil la cuna,
vo procacciando con le Muse amate,
e spero ritrovar qualche pietate
malgrado de la cieca aspraimportuna;
e, col favor e le sacrate Dive,
se non col corpo, almen con l'anima sciolta,
essere in pregio a più felici rive.
Questa spoglia, dove or mi trovo involta,
forse tale alto re nel mondo vive,
ch 'n saldi marmi la terra sepolta.
VIII
TORBIDO SIRI
Torbido Siri, del mio mal superbo,
or ch'io sento da presso il fine amaro,
fa' tu noto il mio duolo al padre caro,
se mai qui 'l torna il suo destino acerbo.
Dilli com'io morendo disacerbo
l'aspra fortuna e lo mio fato avaro,
nome infelice a le tue onde io serbo.
Tosto ch'ei giunga a la sassosa riva
( a che pensar m'adduci, o fiera stela,
come d'ogni mio ben son cassa e priva),
inquieta l'onda con crudel procella,
e di' : - M'accrebber sì, mentre fu viva,
non gli occhi no, ma i fiumi d'Isabella.
Poscia ch'al bei desir troncate hai l'ale,
che nel mio cor sorgea, crudel Fortuna,
si che d'ogni tuo ben vivo digiuna,
dirò con questo stil ruvido e frale
alcuna parte de l'interno male
causato sol da e fra questi duni,
fra questi aspri costumi
di gente irrazional, priva d'ingegno,
ove senza sostegno
son costretta a menare il viver mio,
qui posta a ciascuno in cieco oblio.
Tu, crudel, de l'infanzia in quei pochi anni,
del caro genitor mi festi priva,
per me sente di morte i gavi affani,
ch'l mio penar raddoppia gli suoi danni.
Cesar gli vieta il poter darmi aita.
O cosa non più udita,
privare il padre di giovar la figlia!
Così, a disciolta briglia,
seguitata m'hai sempre, empia Fortuna,
cominciando dal latte e da la cuna.
Quella ch'è detta la fiorita etade,
secca ed oscura, solitaria ed erma
tutta ho passato qui cieca ed inferma,
senza saper mai pregio di beltade.
È stata per me morta in te pietade,
e spenta l'hai in altrui, che poeta sciorre
e in altra parte porre
del carcer duro il vel de l'alma stanca,
che, come neve bianca
dal Sol, così da te si strugge ohn'ora
e struggerssi infin che qui dimora.
Qui non provo io di donna il proprio stato
per te,che posta m'hai in si ria sorte
che dolce vita mi saria la morte.
I cari pegni del mio padre amato
piangon d'intorno. Ahi, ahi! misero fato,
mangiare il frutto ch'altri colse, amao,
quei che mai non peccaro
la cui semplicità faria clemente
una tigre, un serpente,
ma non già te ver noi più fiera e rea
c'al figlio Progne ed al fratel Medea-
Dei ben ch'engiustamente la tua mano
dispensa, fatta m'hai tanto mendica
che mostri ben quanto mi sei nemica,
in questo inferno solitario e strano
ogni disegno mio facendo vano.
S'io mi doglio di te sì giustamente
per isfogar la mente,
da chi non son per ignoranza intesa
i' son, lassa, ripresa:
chè, se nodrita già fossi in cittade,
avresti tu più biasimo, io più pietade.
Bastone i figli de la frsl vecchiezza
esser dovean la mia misera madre;
ma perle tue procelle inique ed adre
sono in estrema ed orrida fiacchezza;
e spenta in lor sarà la gentilezza
dagli antichi lasciata, a questi giorni,
se dagli alti soggiorni
pietà non giunge al cor del re di Francia,
che, con giusta bilancia
passando il danno, agguaglie la mercede
secondo il merto di mia pura fede-
Ogni mal ti perdono,
nè l'alma si dorrà di te giammai
se questo sol farai
- ahi, ahi, Fortuna, e perché far nol dèi? -
che giungano al gran Re gli sospir miei.
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Francesco Carafa principe di Colobrano
poeta d'Arcadia del '700
I Carafa della
Stadera, uno dei cinque rami di una delle più nobili e ricche famiglie
napoletane del passato, si insediarono nel feudo di Colobraro nella seconda
metà del '500, quando Scipione Cicinello, che lo aveva avuto da Eleonora
Comite, lo concesse in dono alla figlia Eleonora, andata sposa di Giovanni
Battista Carafa.
Per due secoli e più (tale è il periodo storico durante il quale i Signori
Carafa esercitarono il dominio sulla terra di Colobraro) il feudo, passando
di mano in mano dai discendenti diretti o strettissimi congiunti sempre
della stessa famiglia, perviene a Francesco nel 1710: questi che era ancora
bambino, lo amministra sotto tutele della madre Caterina Carafa. Nato ai
primi del secolo, o forse anche negli ultimi anni di quello precedente, e
poi divenuto maggiorenne contrasse nel 1724 matrimonio con donna Faustina
Pignatelli, padrona del feudo di Tolve, in provincia di Potenza, avuto in
dote dal padre Girolamo Pignatelli.
Ma i Carafa da tempo non abitavano più a Colobraro, bensì a Formicola, in
terra di Lavoro (Caserta), dove possedevano un feudo più ricco ed
importante, con altre terre vicine.
Il titolo di principi di Colobraro, come si diceva allora, lo avevano
ottenuto con Carlo Carafa ai primi del '600, ma il titolo era più che altro
motivo di legittimo orgoglio e lustro della famiglia, perché le entrate ed i
tributi ricavati dall'amministrazione diretta erano ben modesti se i vari
Signori, da Fabio Carafa in poi, si erano trasferiti a Formicola per
governare quella baronia che comprendeva altri feudi vicini più redditizi,
quali Pontelatone, Liberi, Castel di Sasso...(G. Fusco, da Studi Lucani).
Francesco Carafa, Principe di Colobraro, che è poi il secondo di questa
famiglia che porta tale nome ed ovviamente anche il titolo, fu uomo di
lettere e poeta, autore di un libro di poesie che gli valse la stima,
l'ammirazione e l'amicizia di molti studiosi del tempo, i quali vissero in
rapporti epistolari con lui, con frequenti scambi di scritti e visite a
Formicola. Qui Francesco, nel Palazzo baronale costruito nel '400 da Diomede
Carafa, precettore del re Ferdinando I d'Aragona, e da lui ingrandito nel
'700, diede vita ad una sezione dell'Arcadia, denominata il "Il Caprario"
facente parte della "colonia" di Napoli ben più importante e nota col nome
di Arcadia Sebetia.
Prof. Michele Crispino (Storico colobrarese)
DA RIME VARIE DI FRANCESCO CARAFA
LIBRO PRIMO
SONETTI
I
Al cortese lettore
A me non già di
poggiar alto brama
Empir mi fa voluminose carte,
Nè ad applausi mercare in qualche parte
L'Apollineo furore a carmi chiama:
Che mai non invogliommi altera Fama,
Qual mi arrollasse tra famosi in arte,
Se intento a' studij del guerriero Marte
Or l'ingegno seguir non può ciò ch' ama
Sol mi ergo ad Ehcona a poco, a poco
Per narrar di Fortuna j casi miei;
E sì prendermi ‘l Tempo avverso a gioco:
Dunque biasmar saggio Lettor non dei
Se ti sembra il cantar non proprio, o roco.
Non entro in paragon co' Semidei. A Al
Contro alcuni
poeti, che cantando il valore de'
Principi, sempre gli augurano vittorie contro Turchi,
quasi sola meta del valoroso Capitano.
38
E sì povera
Italia, o chiari Figli
Di sì gran Madre? E' poi la vostra Mente
Di concetti sì scarsa, onde j consigli
Medesimi ella rinovi eternamente?
E fin a quanto udrò gli alti perigli
Di Guerra, invocar sol contro Oriente?
De' nostri Prenci, e insanguinar l'artigli
L'Aquile sol contro la Turca gente?
Lodo ben desto tal; ma non fia ogetto
A gran penne, a gran cuor sempyè un pensiero;
Nè quì tanto si fermi, e l'estro, e ‘l foco:
Non nutron gli alti Eroi forse nel petto
Alma per altre imprese, che da un luoco
Prendino solo il volo i Cigni altero?
Che
nell'Italia non nascono Uomini di valore ma
Che stà avvilita per essersi trasferita in Gemania.
La Sede Imperiale
39
Non l'Istro; il
Reno, il Rodano superbo
Inalzi tanto l'orgoglioso corno,
In vedere per fato iniquo, acerbo,
Il Tebro non piu gir di palme adorno:
Non manca a questi di vigore, e nerbo
Braccio Latin, che splenda in ogni giorni
Mancagli sol colui, che gli riserbo,
Cesar guerrier, ch'a lui faccia ritorno.
Se di nuovo or mirasse il campidoglio
Quel che ne brama Regnatore Augusto
Oh come io premerei l'antico Soglio!
Che serva son, non per tremante mano;
(Sì Roma disse alzando il suo gran busto)
Ma perché mi si niega un Re Sourano:
Moralità
PEREGRIN
Peregrin, qui rimira, e ferma il
piede,
di mole a vista omai che già declina;
mole che, per altezza, assai vicina
a quella di Babele erger si vede.
Questo trofeo degli anni a noi ben fede
fa, come uman poter tosto ruina,
che, quale in faccia del tempo a nulla riede.
Pur, mentr'è sulla terra, un po' superba
s'innalza, e mostra ruinosi i lati,
vestigio di grandezza in sé reserva.
E quegli ordini aperti e dirupati,
che nemica possiede edera ed erba,
fan pompa del rigor dei crudi fati".
poesia
19
Sonetto
Da pochi, o Amor, la tua virtute è intesa
Sol perché gentilezza al Mondo è rara,
Onde dal vulgo e
dalla turba ignara,
Che tant'alto non giunge, è vilipesa.
Non è ver che ragion
sia da te offesa,
Ma il tuo ardor sì
l'illustra e la rischiara,
Ch'anzi incontro a
quel ben, ch'ei le prepara,
Ragion non è ragion,
se fa difesa.
Per te sol si riscuote e si risente
Dal natio suo
letargo, e per te solo
Di poggiar fino al
Ciel fatta è possente.
Ella innalzarsi al
sommo Ben dal suolo,
Come inferma, non
può che lentamente
Di grado in grado: e
tu la porti a volo. |