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- Tra le questioni che il governo
e le forze politiche dovranno prossimamente affrontare, la riforma della
giustizia è quella che presenta gli aspetti più complessi e controversi,
come si evince anche dal perdurante dibattito che registra opinioni
divergenti e spesso contrapposte sui molteplici punti in discussione.
Nella imminenza delle concrete iniziative che sull'importante materia
saranno assunte dalla maggioranza governativa e sulle prese di posizione
che assumeranno sia l'opposizione sia gli altri centri istituzionali
legittimati ad esprimere il proprio parere, non è superfluo rivolgere
l'attenzione alla evoluzione che ha contrassegnato la storia della magistratura
nel nostro Paese. Va premesso che l'esigenza di giudici imparziali è
stata avvertita in ogni tempo. Limitando l'analisi alle vicende che
hanno caratterizzato nel nostro Paese l'affermazione di tale esigenza
nel passato non molto remoto, va ricordato che lo Statuto Albertino
non dedicava apposite norme alla funzione giudiziaria, in quanto stabiliva
soltanto che i giudici erano nominati dal re, in nome del quale amministravano
la giustizia, e che diventavano inamovibili dopo tre anni di esercizio.
Questa disposizione (art. 69) mirava a garantire il requisito d'indipendenza
dei magistrati da altre autorità, politiche o eterogenee, al fine di
scongiurare il rischio di intralciarne i compiti sotto la minaccia del
loro trasferimento in altra sede.
La conquista della piena autonomia e indipendenza della funzione giudiziaria
si ebbe tuttavia con l'avvento del costituzionalismo liberale manifestatosi
tra la fine del secolo XVIII e principalmente nel corso del secolo XIX,
allorché prese il sopravvento la teoria della netta separazione dei
poteri dello Stato, con la conseguenza di una magistratura concepita
come ordine autonomo del tutto svincolato dall'influenza del potere
politico e soprattutto dal potere esecutivo.
Questa tesi fu pienamente accolta nella Costituzione repubblicana del
1948. I precedenti sopra richiamati dimostrano che la posizione che
l'ordine giudiziario occupa attualmente nell'assetto dello Stato fu
considerata una vera e propria conquista di civiltà giuridica.
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Non senza ragione
l'insigne giurista Andrea Torrente, da molti considerato il più grande
magistrato del secolo scorso, scrisse che la storia dell'indipendenza
della magistratura era direttamente collegata al ruolo e all'autorevolezza
del Consiglio superiore , inteso come organo imparziale di governo dei
giudici.
Premessi tutti questi richiami, va fortemente auspicato che nel procedere
alle innovazioni che si accinge a introdurre nel sistema della giustizia,
il governo non prescinda dal considerare e dal tenere nel giusto conto
il travaglio evolutivo del ruolo della magistratura, come risulta dal
quadro storico-normativo sopra delineato, perché ogni eventuale svalutazione
del carattere di autonomia e indipendenza dell'ordine giudiziario, unitariamente
inteso, rispetto agli altri poteri dello Stato, segnerebbe un regresso
di non scarso rilievo nel panorama costituzionale della nostra Repubblica
democratica e liberale.
Queste riflessioni saranno sicuramente al vaglio delle forze politiche
nei prossimi mesi , ma intanto è opportuno non dimenticare che le riforme
in ogni settore della vita pubblica devono essere strettamente collegate
all'interesse dei cittadini.
Per la giustizia tale interesse riguarda principalmente le lungaggini
dei processi, sia in materia civile che penale. All'obiettivo di snellire
le relative procedure, con la salvaguardia comunque dei diritti delle
parti, dovrebbe soprattutto mirare l'azione immediata del governo, al
fine di rendere concreto il precetto costituzionale sulla ragionevole
durata dei processi.
Questa è un'esigenza primaria di fronte ad altri argomenti dei quali
pure si discute. Sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri
e magistrati giudicanti, sulla struttura e sui compiti del Consiglio
superiore della magistratura, sulla obbligatorietà dell'azione penale
e sulla eventuale nuova disciplina per le intercettazioni telefoniche,
potrà svilupparsi in tempi successivi ogni opportuno dialogo e confronto,
ma nella gerarchia delle urgenze al primo posto restano sempre la riduzione
della durata dei processi e l'efficienza in generale del pubblico servizio
della giustizia.
Sono infatti le necessità più sentite dai cittadini, quali utenti interessati
al normale funzionamento di tale servizio.
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