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LE FIAMME TORNANO
A LAMBIRE COLOBRARO
di Pietro Giovanni Lucarelli
MARIO BRUNO
IL POETA DELL'ANIMA
di Pietro Giovanni Lucarelli

Incendio Colobraro
Incendio dell'11.09.08

L'11 settembre 08, tornano dopo pochi giorni dall'ultimo incendio i vigili del fuoco con l'ausilio di mezzi aerei, per domare le fiamme nel territorio di Colobraro. Non sono mancati momenti di panico.
Il fuoco si è sprigionato intorno alle ore 15 in contrada "Serracortina", e solo dopo tre ore, le famiglie che abitano nelle vicinanze del luogo in cui si è sprigionato l'incendio, hanno potuto far rientro nelle abitazioni.
A quanto pare il rogo è iniziato da un ponticello che dista non più di trenta metri dall'incrocio tra via Gran Sasso e la Provinciale che porta al Cimitero: le fiamme sono arrivate nelle vicinanze dell'area delle pale eoliche sul monte Calvario.
La zona interessata dalle fiamme è quella che va dall' abitato fino al Cimitero, lato superiore della provinciale; per fortuna non si sono verificati danni alle persone o alle cose.
Solo tanta paura e fumo respirato dalle persone residenti e da quanti si sono prodigati allo spegnimento; persino le persone delle tre masserie all'estremità del paese hanno visto le fiamme lambire le porte delle proprie case.
Il territorio arso è prevalentemente cespuglioso e accidentato, valido solo per il pascolo e per legnare durante la stagione invernale, visto anche la presenza di alberi di alto fusto.
Quindi tutto è finito nel modo meno doloroso: gli unici danni ai manufatti sono quelli della linea elettrica che serve il Cimitero e le masserie della contrada Tromacchio, che ha riportato danni ai pali in legno e ai fili delle linea stessa caduti per terra a causa della bruciatura degli stessi. Sono stati fino al calare delle prime ombre notturni i vigili del fuoco che cercano di impedire alle fiamme di sfiorare il bosco che è nelle vicinanze.
Pare che quest'anno il fuoco non abbia avuto voglia di stare lontano da questo centro montano; infatti il primo incendio è partito dalle vicinanze dei giardini della zona bassa del paese dette "macchie aurizie", invece quello dell'agosto scorso, ha interessato le contrade "Fronte della Croce e Cozzo di Giustizia", tutte vicine all'abitato.
Sembra quasi un disegno che si vuole configurare in una sfida tra incendiari e cittadini che certi gesti a dir poco li considerano deplorevoli.
È veramente una brutta faccenda avere in gola il fumo grosso di sterpaglie e tutto quello che il vento accumula, raccogliendo tutto quello che intorno a un paese possa esistere, dalle onnipresenti buste di plastica a cartacce e stracci di ogni genere.

Mario Bruno
Copertina della raccolta "La Vita"

Mario Bruno, tursitano di nascita e colobrarese di adozione per aver qui trovato la sua anima gemella. È certamente il poeta dell'anima e del dolore, i suoi versi, pungenti di tormenti ma pieni di luce, danno sfogo a una vita segnata da troppe sofferenze, dal duro lavoro e dalla perdita precoce della persona a cui ha versato e versa il suo amore viscerale. La famiglia lo prende in toto ed è il suo ultimo scopo della vita: dedicarsi appunto ai figlioli, non allontanandosi un attimo dal suo grande amore. Tanto da invocare continuamente l'intervento di sorella morte, affinché la possa raggiungere nel regno del "Vivente". Infatti, quando Mario parla del suo corpo lo chiama "liso" per indicare con forza che il suo corpo ormai è consumato e distrutto. Lo tiene in vita solo perché s'immerge nell'io del Vivente: la religione è la sua ancora di salvezza e lo fa passare da un dolce pessimismo a quello cosmico o ossianico come lo chiama il prof Benito Lecce: ma noi non crediamo che in Mario vi sia questa predisposizione verso il tono "fantastico e tenebroso" di J. Macpherson che attribuì ad Ossian, poeta scozzese del III secolo d.C. Il pessimismo di Mario è fatto di dolori fortissimi ma che rafforzano la sua stessa anima e che vengono mitigati solo dalla fede: di fatto chiede continuamente al buon Dio di poter raggiungere la sua amata depositando il corpo liso sotto la terra nera, per liberare l'anima che è al suo interno imprigionata. Non si era mai sentito dire da un marito: "Morte chiama il mio infelice vivere" Mario Bruno è nello stesso tempo il cantore dei valori e degli antichi splendori: la sua semplicità supera la bravura dei dotti ed eloquenti limatori della lirica; lui non ha bisogno di rifarsi al verismo di fino ottocento italiano oppure al neorealismo che si sviluppa in Italia alla fine della seconda guerra mondiale, periodo in cui Mario, pur lavorando sodo nella sua non agiata vita, è felice. Il nostro poeta fa rivivere vocaboli dimenticati dai dotti ma la loro semplicità è sempre efficace, infatti, rendono chiaro ogni concetto poetico, perché sono versi illuminati dal di dentro e che portano ad una sola luce, quella Divina. La splendida collana è formata da quattro volumi: Affrùntere a Madonne, L'Ellade editrice 1994; Il Cuore di una mamma, L'Ellade editrice, 1994; La Vita, L'Ellade editrice, 1996; Curr' Curr' a la Cappell', Archivia editrice, 2001. Le sue produzioni forse non sono ben commercializzate ma le poesie di Mario Bruno si trovano su varie riviste letterarie che impreziosiscono le testate che le ospitano. In conclusione possiamo dire che Mario è "l'operaio" della fede, il cantore più spontaneo dei contemporanei: non ha fronzoli ma solo messaggi di amori puri, non materiali, volgari o animaleschi che siano.

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