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Pietro Lucarelli, il
Parco Musicale Michele Enrico Carafa e la rivista "La fenice" |
Ogni mattina all'alba questo splendido uccello si bagnava nelle acque cantando una canzone così meravigliosa che il dio del sole fermava la sua barca (o il suo carro, nella mitologia greca) per ascoltarla. Dopo aver vissuto in un'oasi nel deserto d'Arabia per 500 anni, si allontanava da tutti, costruiva un nido a forma di uovo con erbe profumate: ramoscelli di mirto, incenso, sandalo, legno di cedro, cannella, mirra e altre piante balsamiche, e lasciava che i raggi del sole la incendiassero, e cantando, si lasciava consumare dalle fiamme. Così moriva, mentre i profumi esalavano dal suo nido all'interno del quale appariva una larva che al sole cresceva rapidamente: dopo 3 giorni una nuova Fenice era pronta a volare verso la sacra città di Heliopolis. Ne parlarono diffusamente in epoche diverse lo storico greco Erodoto e il grande poeta latino Ovidio nelle Metamorfosi. Marziale, Plinio il vecchio e Tacito usarono la sua immagine per illustrare il concetto di eternità, di ritorno ciclico, di continuità tra passato, presente e futuro. E la corrispondenza che il suo mito prefigurava con la resurrezione della carne, spinse gli autori cristiani più antichi ad identificarla con Cristo in base al fatto che anch'essa tornava a manifestarsi tre giorni dopo la morte. Come tale venne adottata nella simbologia paleocristiana dell'immortalità, della resurrezione e della vita ultraterrena. Perfino Dante la descrive nel XXIV Canto dell'Inferno:
"Così per li gran savi si confessa
erba né biado in sua vita non pasce,
Testimonianze evidenti della sua
presenza si rintracciano infine in quasi tutte le culture del mondo:
sumera, assira, inca, maya, azteca (Quetzalcoatl, il dio uccello o
serpente piumato che aveva il dono di morire e risorgere), russa
(l'uccello di fuoco), nelle leggende dei nativi americani (Wakonda,
uccello del tuono degli indiani Dakota) e nella mitologia cinese, indù e
buddista, giapponese ed ebraica. |