|
Questo
vale anche per il tuo romanzo: non c'è nuova creazione che non si basi su
una tradizione, precedente e non c'è tradizione che comunque sopravviva
senza la linfa di una nuova creazione. C'è nel tuo saggio come un dialogo
tra il mondo chiuso e astratto di un familismo pluristratificato ed il mondo
esistenziale, connotativi di chi annuncia il tempo che verrà, che nelle tue
parole esce da schemi o imperativi dominanti e senza rifugi alienanti. Si
offre, nell'amena lettura di un genere: il romanzo. Questo nell'interazione
duale tra autore e lettore è liberazione da schemi obsoleti, proposta di
nuova immaginazione con risultati di: nuova lettura, nuovo lettore. Pietro
ritorna con i suoi scritti.
Dopo i precedenti, ecco il presente nato sulla
carta e trasportato sul web. È un romanzo che si legge velocemente. La
scrittura scivola via leggera, ti accompagna pagina dopo pagina, non si
arena mai, né in crocicchi tematici né in scompaginate evoluzioni
linguistiche. Uno stile piano che tiene lontano il cattivo gusto e mai si
abbandona alla casuale resa dialettale. Spesso delizia il lettore con
sintesi verbali che riescono nell'impresa di fotografare pensieri condivisi.
La storia è quella di chi nella vita costruisce per realizzarsi e realizzare
più che nelle cose, nelle persone.
L'orizzonte di questo
romanzo non lo vedrei lontano, anche se la fantasia dell'autore vola a
Pasadena per un "ideale invenzione di tocco planetario ed apre sentieri di
sogni per provenienze di pura collocazione fittizia. L'orizzonte è quello
che offre all'autore questo colle della montagna mayterana. L'isola di
approdo del protagonista è il vasto interland posto nel variegato
osservatorio del mondo globalizzato. È l'amore del borgo che spinge l'autore
a scrivere, narrare, inventare, monitorare gli abitanti, e tra questi in
modo particolare i giovani, per suscitare la volontà di guadarsi intorno e
fare qualcosa per la vita sociale della gente.
La costa è il rilievo, ma
pure la zona limite che permette allo sguardo di avvicinare la terra ed il
mare: la terra per risiedere, il mare per salpare. Di qui i sogni, l'isola
felice, la nobiltà ancorata non a dinastie, bensì all'eredità di amore da
trasmettere e consolidare. Viene fuori un grande messaggio congeniale alla
titolazione della rivista letteraria della quale Pietro è il direttore, La
fenice, la continua rivisitazione della giustizia, dell'amore, della verità,
della musica delle parole, non dell'odio, né del cimitero delle parole. Lui,
l'autore pure del parco musicale Carafa. Le parole devono essere musica,
diversamente sono solo flatus voci, suono vocale e basta.
Ho detto rivisitazione, non
rinascita, né risurrezione, perché qui su questa costa fiorita non c'è mai
stata estinzione di corredi e doti, non c'è mai stata sorte o mala sorte,
non c'è stata mai superstizione che incautamente tocca un pensiero debole
delle relazioni qualunquistiche derivanti da un costume pacchiano di volti
carenti sul mercato della vita. Qui non vedrei intemperie, avversità, nature
maligne, improperi, rei, malvagi, abbattimenti, annientamenti. Semmai
riscatto promozionale del tempo attraverso le generazioni che attingono, più
che le persone, i valori progredienti e coscienti gia posseduti con la
trasmissione familiare. L'ambito strettamente provinciale favorevole a fiori
spontanei, non commerciali o di convenienze e formalità d'occasione,
favorisce nell'autore la riproposizione dei temi essenziali della vita che
fuori della circoscritta veduta locale pullula di ben altre attese e
redenzioni. Auspicarne una cosmica, significherebbe ritornare all'eden
biblico abitato nello stato di natura non inquinata dalla colpa. Dopo quella
esperienza di prima creazione sono subentrate passioni, concupiscenze,
inclinazioni deviate, fatica, privazioni, dolori, sofferenze, malattie
morti. In questo substrato di umanità decaduta si muove il singolo, la
famiglia, il gruppo, la società, la comunità, lo stato, il villaggio globale
che è il pianeta terra.
Ovviamente non siamo per il
nichilismo. Voglio solo lanciare il sassolino nello stagno della nostra
sufficienza. Il sogno dell'uomo è negazione di fallimento e morte. Ma non
dimentichiamo di vivere talora in un formicaio dove c'è chi si arroga il
diritto alla debolezza e al fallimento, e Welby (caso ultimo) alla morte. In
ultimo non dimentichiamo che la storia di uomini ed individui, le loro
imprese migliori, le trasmissioni di meriti ed esempi di giustizia e
integrità vanno finalizzate. |