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RELAZIONE DEL ROMANZO "IL GRANDUCA DI COSTA FIORITA"
di Aldo Viviano*

Questo vale anche per il tuo romanzo: non c'è nuova creazione che non si basi su una tradizione, precedente e non c'è tradizione che comunque sopravviva senza la linfa di una nuova creazione. C'è nel tuo saggio come un dialogo tra il mondo chiuso e astratto di un familismo pluristratificato ed il mondo esistenziale,  connotativi di chi annuncia il tempo che verrà, che nelle tue parole esce da schemi o imperativi dominanti e senza rifugi alienanti. Si offre, nell'amena lettura di un genere: il romanzo. Questo nell'interazione duale tra autore e lettore è liberazione da schemi obsoleti, proposta di nuova immaginazione con risultati di: nuova lettura, nuovo lettore. Pietro ritorna con i suoi scritti.
Dopo i precedenti, ecco il presente nato sulla carta e trasportato sul web. È un romanzo che si legge velocemente. La scrittura scivola via leggera, ti accompagna pagina dopo pagina, non si arena mai, né in crocicchi tematici né in scompaginate evoluzioni linguistiche. Uno stile piano che tiene lontano il cattivo gusto e mai si abbandona alla casuale resa dialettale. Spesso delizia il lettore con sintesi verbali che riescono nell'impresa di fotografare pensieri condivisi. La storia è quella di chi nella vita costruisce per realizzarsi e realizzare più che nelle cose, nelle persone.
L'orizzonte di questo romanzo non lo vedrei lontano, anche se la fantasia dell'autore vola a Pasadena per un "ideale invenzione di tocco planetario ed apre sentieri di sogni per provenienze di pura collocazione fittizia.  L'orizzonte è quello che offre all'autore questo colle della montagna mayterana. L'isola di approdo del protagonista è il vasto interland posto nel variegato osservatorio del mondo globalizzato. È l'amore del borgo che spinge l'autore a scrivere, narrare, inventare, monitorare gli abitanti, e tra questi in modo particolare i giovani, per suscitare la volontà di guadarsi intorno e fare qualcosa per la vita sociale della gente.
La costa è il rilievo, ma pure la zona limite che permette allo sguardo di avvicinare la terra ed il mare: la terra per risiedere, il mare per salpare. Di qui i sogni, l'isola felice, la nobiltà ancorata non a dinastie, bensì all'eredità di amore da trasmettere e consolidare. Viene fuori un grande messaggio congeniale alla titolazione della rivista letteraria della quale Pietro è il direttore, La fenice, la continua rivisitazione della giustizia, dell'amore, della verità, della musica delle parole, non dell'odio, né del cimitero delle parole. Lui, l'autore pure del parco musicale Carafa. Le parole devono essere musica, diversamente sono solo flatus voci, suono vocale e basta.
Ho detto rivisitazione, non rinascita, né risurrezione, perché qui su questa costa fiorita non c'è mai stata estinzione di corredi e doti, non c'è mai stata sorte o mala sorte, non c'è stata mai superstizione che incautamente tocca un pensiero debole delle relazioni qualunquistiche derivanti da un costume pacchiano di volti carenti sul mercato della vita. Qui non vedrei intemperie, avversità, nature maligne, improperi, rei, malvagi, abbattimenti, annientamenti. Semmai riscatto promozionale del tempo attraverso le generazioni che attingono, più che le persone, i valori progredienti e coscienti gia posseduti con la trasmissione familiare. L'ambito strettamente provinciale favorevole a fiori spontanei, non commerciali o di convenienze e formalità d'occasione, favorisce nell'autore la riproposizione dei temi essenziali della vita che fuori della circoscritta veduta locale pullula di ben altre attese e redenzioni. Auspicarne una cosmica, significherebbe ritornare all'eden biblico abitato nello stato di natura non inquinata dalla colpa. Dopo quella esperienza di prima creazione sono subentrate passioni, concupiscenze, inclinazioni deviate, fatica, privazioni, dolori, sofferenze, malattie  morti. In questo substrato di umanità decaduta si muove il singolo, la famiglia, il gruppo, la società, la comunità, lo stato, il villaggio globale che è il pianeta terra.
Ovviamente non siamo per il nichilismo. Voglio solo lanciare il sassolino nello stagno della nostra sufficienza. Il sogno dell'uomo è negazione di fallimento e morte. Ma non dimentichiamo di vivere talora in un formicaio dove c'è chi si arroga il diritto alla debolezza e al fallimento, e Welby (caso ultimo) alla morte. In ultimo non dimentichiamo che la storia di uomini ed individui, le loro imprese migliori, le trasmissioni di meriti ed esempi di giustizia e integrità vanno finalizzate.

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