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RELAZIONE DEL ROMANZO "IL GRANDUCA DI COSTA FIORITA"
di Aldo Viviano*

È la teologia della storia che l'uomo deve fare, in quanto a fondamento del bene e di ogni opera buona non c'è solo l'azione, la volontà, il proposito, ma chi presiede e provvede ai giorni e alle stagioni dell'uomo e dà a lui l'essere, la capacità, l'attitudine, la opportunità delle cause, il respiro, la responsabilità stessa radicata su princìpi attivi comuni, realizzabili forse in misura equitativa generale, ma dispari nei singoli agenti. Chiedo scusa all'autore, ma questa mira verso un  cielo superiore sotto il quale abitiamo, al di là della volta spaziale anch'essa violata da novello Prometeo del progresso e della conquista dei motori, questa mira potrebbe emergere al pari o più dell'auspicata società attiva pronta a lavorare, migliorare, a inventare il territorio in cui si vive, come egli stesso afferma nell'antefatto. Vorrei concludere il pensiero con le sue stesse parole: come può un romanzo che, come dicevamo, si legge in qualche giorno, riuscire a catturare e incuriosire chi  lo legge, e alla fine non annoiare e non deludere? Niente di irrisolto e di banale nell'evidente abilità dell'autore.
Forse è proprio questo il punto, la presenza cioè di un consumato esercizio di scrittura, di un'esperta pratica narrativa, dove il come finisce per superare il detto. Ci si muove in un contesto dove certe sensazioni e situazioni, istinti, legami, mortificazioni, starei per dire nevrosi, banalizzati e superati come pretesto narrativo nel modo in cui sono impressi nel nero dell'inchiostro, per un attimo acquistano pur essi consistenza, in bilico tra il verosimile, il possibile, l'impossibile, fra ciò che in definitiva rende il romanzo accettabile, buono, e non mediocre. Finisce qui la lettura del romanzo di Pietro.
La luce del televisore fa da schermo e mi ferma. Dalla narrativa all'immagine. Il passaggio rende stranieri il sole, la luce, la sera, i volti, i saluti, i nomi. La lettura è stato un dato nel tempo. Non so se si avvereranno le cose perseguite dall'autore. Succederà forse quel che il contadino aspetta gettando il seme, ignaro dell'esito del raccolto. Noi tutti in attesa dell'imponderabile, di ciò che si manifesterà, e aspettiamo nel lento declino della nostra stagione la maturazione dei frutti, nel cauto abbandono dei sensi, seduti o in piedi, vicini o lontani.
Che i sogni  di ieri si avverino e l'uomo si salvi nonostante lui stesso. Oggi l'uomo tende ad essere caratterizzato da un accentuato individualismo. Il suo egoismo lo porta a interessarsi soltanto di se stesso e dei propri interessi. Inoltre aggiungerei alla parola individualismo anche l'espressione relativismo morale. Oggi infatti, l'uomo è portato a costruirsi una propria etica sulla base di ciò che lui soltanto ritiene morale. Molte persone tendono a non interessarsi degli altri; questa è una tentazione da scacciare. Anzi è necessario in questo momento venire incontro a coloro che hanno bisogno del nostro aiuto sia materiale che umano.
Oggi, infatti, la solitudine psicologica (non solo materiale) è una delle nuove povertà. Trasformare i sogni in realtà non è la favola di Mida. Il vero oro da difendere e propugnare, nella fiction, col romanzo, nella vita col comportamento, è la relazione migliore tra persone, tra famiglie, nella società. Relazione che suppone il rispetto di se stesso e degli altri, delle istituzioni, al cui servizio sta la maturità del cittadino, del civis, sempre urgente, sempre attuale, sempre incalzante, oggi più che mai.

Permettetemi di declamare due o tre poesie di S.E. Alberto Virgilio: Il vento, Mi dicesti con voce sottile; e i versi (in) utile 2, 19 e 36.

Colobraro 30.12.2006.

* parroco della parrocchia San Luca Abate Carbone

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