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È la teologia della storia che l'uomo deve
fare, in quanto a fondamento del bene e di ogni opera buona non c'è solo
l'azione, la volontà, il proposito, ma chi presiede e provvede ai giorni e
alle stagioni dell'uomo e dà a lui l'essere, la capacità, l'attitudine, la
opportunità delle cause, il respiro, la responsabilità stessa radicata su princìpi attivi comuni, realizzabili forse in misura equitativa generale, ma
dispari nei singoli agenti. Chiedo scusa all'autore, ma questa mira verso
un cielo superiore sotto il quale abitiamo, al di là della volta spaziale
anch'essa violata da novello Prometeo del progresso e della conquista dei
motori, questa mira potrebbe emergere al pari o più dell'auspicata società
attiva pronta a lavorare, migliorare, a inventare il territorio in cui si
vive, come egli stesso afferma nell'antefatto. Vorrei concludere il pensiero
con le sue stesse parole: come può un romanzo che, come dicevamo, si legge
in qualche giorno, riuscire a catturare e incuriosire chi lo legge, e alla
fine non annoiare e non deludere? Niente di irrisolto e di banale
nell'evidente abilità dell'autore.
Forse è proprio questo il punto, la
presenza cioè di un consumato esercizio di scrittura, di un'esperta pratica
narrativa, dove il come finisce per superare il detto. Ci si muove in un
contesto dove certe sensazioni e situazioni, istinti, legami,
mortificazioni, starei per dire nevrosi, banalizzati e superati come
pretesto narrativo nel modo in cui sono impressi nel nero dell'inchiostro,
per un attimo acquistano pur essi consistenza, in bilico tra il verosimile,
il possibile, l'impossibile, fra ciò che in definitiva rende il romanzo
accettabile, buono, e non mediocre. Finisce qui la lettura del romanzo di
Pietro.
La luce del televisore fa da schermo e mi ferma. Dalla narrativa
all'immagine. Il passaggio rende stranieri il sole, la luce, la sera, i
volti, i saluti, i nomi. La lettura è stato un dato nel tempo. Non so se si
avvereranno le cose perseguite dall'autore. Succederà forse quel che il
contadino aspetta gettando il seme, ignaro dell'esito del raccolto. Noi
tutti in attesa dell'imponderabile, di ciò che si manifesterà, e aspettiamo
nel lento declino della nostra stagione la maturazione dei frutti, nel cauto
abbandono dei sensi, seduti o in piedi, vicini o lontani.
Che i sogni di
ieri si avverino e l'uomo si salvi nonostante lui stesso. Oggi l'uomo tende
ad essere caratterizzato da un accentuato individualismo. Il suo egoismo lo
porta a interessarsi soltanto di se stesso e dei propri interessi. Inoltre
aggiungerei alla parola individualismo anche l'espressione relativismo
morale. Oggi infatti, l'uomo è portato a costruirsi una propria etica sulla
base di ciò che lui soltanto ritiene morale. Molte persone tendono a non
interessarsi degli altri; questa è una tentazione da scacciare. Anzi è
necessario in questo momento venire incontro a coloro che hanno bisogno del
nostro aiuto sia materiale che umano.
Oggi, infatti, la solitudine
psicologica (non solo materiale) è una delle nuove povertà. Trasformare i
sogni in realtà non è la favola di Mida. Il vero oro da difendere e
propugnare, nella fiction, col romanzo, nella vita col comportamento, è la
relazione migliore tra persone, tra famiglie, nella società. Relazione che
suppone il rispetto di se stesso e degli altri, delle istituzioni, al cui
servizio sta la maturità del cittadino, del civis, sempre urgente, sempre
attuale, sempre incalzante, oggi più che mai.
Permettetemi di declamare
due o tre poesie di S.E. Alberto Virgilio: Il vento, Mi dicesti con voce
sottile; e i versi (in) utile 2, 19 e 36.
Colobraro 30.12.2006.
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parroco
della parrocchia San Luca Abate Carbone |