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"Da
quasi vent'anni trascorro le mie ferie estive a Colobraro, antico borgo
lucano aggrappato a scoscese colline che si ergono a poca distanza dalle
limpide acque del mare Jonio. Posta a ridosso di un'area territoriale
ricchissima di storia, di arte e di cultura, vero e proprio crocevia
tra la raffinata opulenza della Magna Grecia e l'austera, vitale selvatichezza
delle civiltà italiche dell'entroterra, Colobraro 'affascina' il visitatore
con panorami di rara suggestione e di incantevole bellezza, dominando
dalla sua altitudine un paesaggio grandioso, sterminato, sublime. Lo
sguardo si smarrisce con un brivido d'inquietudine in uno spazio infinito,
che, dall'imponente massiccio alpestre del Pollino, si dispiega sull'aspro
bacino del Sinni, punteggiato di giardini e calanchi, per digradare
infine dolcemente verso l'amena e ridente costiera del Golfo di Taranto.
Osservate dal fondovalle, le sue case, miracolosamente adagiate tra
ripide frane, vertiginosi dirupi e fragili rocce sgretolate dal vento,
sembrano sfidare con sfrontata impudenza la legge di gravità, quasi
a simboleggiare la tenace precarietà della condizione umana, minacciata
dal perenne incombere della rovina.
Un luogo così, destinato facilmente a diventare non solo per chi vi
é nato, lo vive e vi abita, ma anche per chi ha l'avventura di trascorrervi
soltanto le vacanze, un luogo dell'anima, merita di essere adeguatamente
valorizzato, tanto dal punto di vista turistico che sotto il profilo
culturale".
Non sono parole di Pietro Giovanni Lucarelli, l'uomo e lo scrittore
che intendiamo conoscere meglio e festeggiare insieme questa sera, sono
parole mie. Più che legittimo domandarsi il motivo ed il senso di questa
lunga autocitazione che, a prima vista, potrebbe apparire del tutto
fuori luogo o addirittura un esecrabile esempio di vanità e protagonismo,
o peggio ancora, un'indebita e ingiustificata intrusione in casa altrui,
cioè in uno spazio e in un'occasione destinati ad un'altra persona.
Ben consapevole di tutto ciò, vi chiedo, tuttavia, di credere innanzitutto
all'onestà delle mie intenzioni che, vi assicuro, non sottintendono
finalità di cattivo gusto. Anzi, vi invito ad allontanare dalla vostra
mente, se mai l'abbiate provata, questa poco gradevole impressione e
ad armarvi di pazienza. Cercherò, infatti, possibilmente senza annoiarvi
troppo, di chiarire il perché di questa scelta. In verità, ho voluto
aprire questo mio intervento con lo stralcio di un articolo che scrissi
nell'ormai lontana estate del 2000 per la rivista "La Fenice" fondata,
coordinata e diretta da Pietro, come familiarmente preferirei d'ora
in avanti chiamarlo, non solo perché mi sembrava il modo migliore di
porgergli un doveroso ringraziamento per aver ospitato – e non solo
in quella circostanza - anche la mia firma, accanto ad altre ben più
prestigiose, sulle colonne del suo periodico. Ma soprattutto per tre
buone ragioni, tutte strettamente legate alla natura e al significato
dell'iniziativa organizzata stasera dall'Amministrazione comunale e
dalla Biblioteca.
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