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Pietro Lucarelli, il Parco Musicale Michele Enrico Carafa e la rivista "La fenice"
Piccolo omaggio a un appassionato promotore di storia e di cultura
di Daniele Calvi

Cosa che Pietro, invece, non teme affatto. Avendo miracolosamente conservato anche da adulto la fanciullesca attitudine alla meraviglia, non si arrende all'evidenza prosaica della realtà se non quando anche la speranza più flebile è davvero perduta. E si dispone ogni volta con tutta la pazienza, la perseveranza e la caparbietà degli innamorati a sondare fino in fondo perfino le ipotesi più improbabili, le congetture meno ovvie e banali, tutte le tracce del possibile e dell'impossibile che gli balenano nella mente durante il suo quotidiano lavoro di storico e studioso dilettante.
Correndo alle volte il rischio di seguire piste sbagliate, intuizioni troppo fantasiose. Sempre in perfetta buona fede, però. Animato dal desiderio di nobilitare il passato della sua terra tanto amata. Continua infatti imperterrito ancora oggi a dedicare gran parte del proprio tempo alla scoperta di nuovi e ancora inediti itinerari di ricerca che lo aiutino a porre Colobraro al centro della grande Storia, a contatto cioè con fatti, eventi e personaggi di assoluto rilievo. In questa attività, Pietro esprime un animo tendenzialmente conservatore. Nel senso più nobile del termine ed in perfetta coerenza con le radici contadine della cultura colobrarese.
Con la sua opera mira, infatti, a sottrarre alla dimenticanza e all'oblio figure, miti, vicende e tradizioni destinate altrimenti a precipitare nel nulla. Si propone cioè di conservare le memorie del passato per consegnarle intatte alle nuove generazioni. Ricomporre le sparse membra di ciò che è stato (l'atto nobilmente conservativo, appunto, del rimembrare) per farlo vivere nel futuro. E, infatti, Pietro ha saputo aprirsi anche al contributo di tante giovani intelligenze locali, dando loro la possibilità di esprimersi e di farsi conoscere attraverso il suo periodico sorto dodici anni fa e intitolato emblematicamente al mitico uccello che rinasce sempre dalle sue stesse ceneri per disporsi in questo caso a diventare una fucina di talenti. Non a caso  ha scelto un nome mitologico per quella che, insieme al parco musicale, costituisce la sua più preziosa creatura. La Fenice, infatti, rappresenta il mito dell'eterno ritorno. E i miti fanno parte della cultura più profonda e arcaica dell'umanità. Presenti con poche varianti in tutte le civiltà, danno voce ai desideri palesi e nascosti degli uomini di ogni tempo. E per questo sono immortali.
Il mito della Fenice rappresenta un sogno: il sogno di rinascere, di non chiudere per sempre il ciclo della vita. Un uccello, grande come un'aquila, dalle splendide piume rosse e dorate, con ali in parte d'oro e di porpora, azzurra la coda ornata di piume lunghe, rosa e celesti. Nell'antico Egitto era raffigurato con in capo l'emblema del disco solare. Simbolo del Sole che sorge e tramonta, associato anche al pianeta Venere, come "Stella del Mattino", il ritorno della Fenice annunciava un nuovo periodo di ricchezza e fertilità: era considerata la manifestazione di Osiride risorto, e veniva spesso raffigurata appollaiata sul salice, l'albero sacro a questa divinità: come il sole, che è sempre lo stesso e risorge solo dopo che il sole "precedente" è tramontato, di Fenice ne esisteva sempre una sola per volta. Era la personificazione della forza vitale, e - come narra il mito della creazione - fu la prima forma di vita ad apparire sulla collina emersa dal caos acquatico.

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