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Cosa che Pietro, invece, non teme affatto. Avendo
miracolosamente conservato anche da adulto la fanciullesca
attitudine alla meraviglia, non si arrende all'evidenza prosaica
della realtà se non quando anche la speranza più flebile è davvero
perduta. E si dispone ogni volta con tutta la pazienza, la
perseveranza e la caparbietà degli innamorati a sondare fino in
fondo perfino le ipotesi più improbabili, le congetture meno ovvie e
banali, tutte le tracce del possibile e dell'impossibile che gli
balenano nella mente durante il suo quotidiano lavoro di storico e
studioso dilettante.
Correndo alle volte il rischio di seguire piste
sbagliate, intuizioni troppo fantasiose. Sempre in perfetta buona
fede, però. Animato dal desiderio di nobilitare il passato della sua
terra tanto amata. Continua infatti imperterrito ancora oggi a
dedicare gran parte del proprio tempo alla scoperta di nuovi e
ancora inediti itinerari di ricerca che lo aiutino a porre Colobraro
al centro della grande Storia, a contatto cioè con fatti, eventi e
personaggi di assoluto rilievo. In questa attività, Pietro esprime
un animo tendenzialmente conservatore. Nel senso più nobile del
termine ed in perfetta coerenza con le radici contadine della
cultura colobrarese.
Con la sua opera mira, infatti, a sottrarre
alla dimenticanza e all'oblio figure, miti, vicende e tradizioni
destinate altrimenti a precipitare nel nulla. Si propone cioè di
conservare le memorie del passato per consegnarle intatte alle nuove
generazioni. Ricomporre le sparse membra di ciò che è stato (l'atto
nobilmente conservativo, appunto, del rimembrare) per farlo vivere
nel futuro. E, infatti, Pietro ha saputo aprirsi anche al contributo
di tante giovani intelligenze locali, dando loro la possibilità di
esprimersi e di farsi conoscere attraverso il suo periodico sorto
dodici anni fa e intitolato emblematicamente al mitico uccello che
rinasce sempre dalle sue stesse ceneri per disporsi in questo caso a
diventare una fucina di talenti. Non a caso ha scelto un nome
mitologico per quella che, insieme al parco musicale, costituisce la
sua più preziosa creatura. La Fenice, infatti, rappresenta il mito
dell'eterno ritorno. E i miti fanno parte della cultura più profonda
e arcaica dell'umanità. Presenti con poche varianti in tutte le
civiltà, danno voce ai desideri palesi e nascosti degli uomini di
ogni tempo. E per questo sono immortali.
Il mito della Fenice rappresenta un sogno: il sogno di rinascere, di
non chiudere per sempre il ciclo della vita. Un uccello, grande come
un'aquila, dalle splendide piume rosse e dorate, con ali in parte
d'oro e di porpora, azzurra la coda ornata di piume lunghe, rosa e
celesti. Nell'antico Egitto era raffigurato con in capo l'emblema
del disco solare. Simbolo del Sole che sorge e tramonta, associato
anche al pianeta Venere, come "Stella del Mattino", il ritorno della
Fenice annunciava un nuovo periodo di ricchezza e fertilità: era
considerata la manifestazione di Osiride risorto, e veniva spesso
raffigurata appollaiata sul salice, l'albero sacro a questa
divinità: come il sole, che è sempre lo stesso e risorge solo dopo
che il sole "precedente" è tramontato, di Fenice ne esisteva sempre
una sola per volta. Era la personificazione della forza vitale, e -
come narra il mito della creazione - fu la prima forma di vita ad
apparire sulla collina emersa dal caos acquatico. |