La Fenice

 

 

U  MONACHICCHIE

UNA CARRELLATA TRA STORIE FAVOLE E MITOLOGIA NELL’ERA DI INTERNET


Muzio Scevola

Introduzione ai quattro racconti di Muzio Scevola, colobrarese, classe 1893
raccolti da Pietro Giovanni Lucarelli suo nipote

‘Ǚ monachicchië”. Secondo la tradizione lucana il “monachicchio” era lo spirito di un bambino morto prima di ricevere il battesimo.Già questo dato ci porta al tempo di Giovanni il Battista. Ma i racconti tramandati tra la nostra gente vanno oltre e ora vediamo come.
Diamo subito per scontato che è uno spiritello dall’aspetto gentile, bello di viso, con in testa un berrettino di color rosso, “a cuppuwicchië” (il cappellino), e che appariva per lo più ai bambini come lui e con questi trascorreva molto tempo a giocare, a ridere e a rincorrersi.
Anche se siamo nell’era di Internet e della robotica, ricorriamo ancora ai racconti di folletti magici e mitologici quali trastulli dei bambini. Secondo la nostra tradizione il monachicchio lucano era dunque lo spirito di un bambino morto prima di ricevere il battesimo o meglio prima di essere consacrato alle divinità del tempo.
Il suo posto preferito in una casa era quello di stare accanto ai ceppi accesi del focolare .
Qui racconteremo ai nostri lettori i fantastici “fatterelli” che narrava ai piccini Muzio Scevola accanto al focolare durante le lunghe serate d’inverno. Muzio era della classe 1893 e le sue storie sono state raccolte da me, suo nipote; si trattava, dunque, di una leggenda venuta dal Tibet ove ebbe origine una comunità monastica, o il lamaismo mongolo-tibetano che da esso deriva, anche il giainismo che poi arriva fino al cattolicesimo: come questi racconti siano giunti in Lucania non lo sappiamo dire, ma per saperne di più vediamo cosa ci dice l’Enciclopedia di Repubblica.
 Alla voce monachesimo leggiamo che esso deriva da monaco (derivante a sua volta dal gr. monachòs, e questo da mònos, solo) è un fenomeno religioso di grande importanza storica e di vasta estensione nel tempo come nello spazio, per cui alcuni individui, uomini ma anche donne, isolatamente (eremiti), in gruppi (cenobiti) o in forme miste (laura), si separavano dal consorzio umano decidendo di praticare, con il maggior impegno possibile, gli obblighi di vita della propria fede.
Vi furono monaci nell’Egitto antico, nel giudaismo, precristiano e successivo (esseni, terapeuti), nell’islamismo (ove i dervisci legano le proprie origini alla complessa temperie del sufismo), ma soprattutto in India, ove il monachesimo. è un fenomeno che accompagna costantemente religioni quali il buddismo (presso il quale la comunità di fede, o sangha, fu originariamente costituita da una primitiva comunità monastica) o il lamaismo mongolo-tibetano da esso derivato, il giainismo (ove sussistono ben due forme di monachesimo. differenti per regole e consuetudini di vita) e l’induismo stesso. Particolare rilievo assunse il monachesimo., sia sul piano spirituale sia su quello sociale, in seno al cristianesimo, tanto in Oriente quanto ad Occidente, dando addirittura origine nel cattolicesimo romano a tutta una serie di ordini religiosi a fondamento monastico.
Non sappiamo esattamente dove e quando il monachesimo. cristiano sia apparso, ma si può asserire che il primo vero esponente del monachesimo cristiano fu l’egiziano S.Antonio abate, vissuto verso il 300 d.C.
Dunque, per parlare di monachicchio ovvero di piccolo monaco dall’aspetto di uno gnomo, si deve risalire al monachesimo indiano-tibetano e non già al cristianesimo che arriva molti secoli dopo.
Vi è, dunque, tutto il tempo per passare attraverso storie mitologiche ed arrivare a noi con delle simpatiche leggende e con dei curiosi detti. Leggiamo infatti a  pagina 285 del volume La civiltà contadina di Luigi Volpe questo detto: “Felicetta per farsi la permanente diceva che il monachicchio le aveva tagliato le trecce”. L’autore cita il detto a proposito delle piccole bugie e dei pretesti a cui ricorrono solitamente le donne per soddisfare i loro capricci, ma non dice  che c’è una storiella (che noi riporteremo in seguito) in cui si parla di una figlia di re, di nome Fior di Loto, che ricorre anch’essa alla stessa bugia di Felicetta e in seguito le appare veramente il monachicchio.
Oltre la leggenda di Fior di Loto, noi abbiamo raccolto altre tre leggende apprese dalle labbra di Muzio Scevola e risalenti quasi sicuramente a tempi  immemorabili. Riteniamo che tali storie provengano da lontano, probabilmente dall’Oriente, e che abbiano molteplici funzioni, soprattutto quella di contribuire all’educazione dei bambini.

Il monachicchio dell’antica cultura dei contadini lucani è comunemente descritto come un folletto dispettoso ma anche sapiente, scienziato e pronto a sostenere i puri di cuore, divertire le persone tristi assumendo l’aspetto di un piccolo monaco.
A volte si presenta alle persone con dei fogli di carta in mano, altre volte con dei lambicchi ed ancora con delle forbici da parrucchiere, nonché con un sacco sulle spalle da cui tira fuori ogni ben di Dio, ma anche altro...
Infatti, il compito primo di questo folletto lucano è quello di fare dei regali ai bambini, regali che a volte sono succulenti frutti e  balocchi, altre volte ceneri e polveri puzzolenti, nauseabondi. Spesso dispensa intrugli capaci di curare il corpo.
Detto monachicchio solitamente prende posto sulla calda cenere del focolare accanto ai ceppi accesi. Per questo, quando un grosso legno viene consumato dal fuoco e quindi rotola su se stesso o da un lato cambiando posizione, è abitudine dei vecchi accusare il monachicchio di averlo spostato. Il monachicchio a sua volta fa dispetti a chi lo accusa ingiustamente, ma anche a tutti quelli che ricorrono spesso a bugie e falsità per nascondere al prossimo le loro malefatte.

Riportiamo qui di seguito le quattro storielle apprese dalle labbra di Muzio Scevola, anteponendo ad ognuna  la celebre frase “c’era una volta o si racconta che...”

IL  MONACHICCHIO  SCIENZIATO


Muzio Scevola

Primo racconto di Muzio Scevola, colobrarese, classe 1893
raccolto da Pietro Giovanni Lucarelli suo nipote


Benedetto
Monachicchio scenziato
disegno di Paola Marenco

Si racconta che un Signore viveva in un grande e stupendo maniero, passando tutto il suo tempo a fare ricerche scientifiche e a preparare intrugli atti a lenire i mali dei suoi sudditi.
Tra i suoi più eclatanti esperimenti c’è quello di una giovane donna che colpita da un male intestinale fu considerata dai suoi genitori morta e quindi diedero il corpo ancora caldo al Signore del maniero per i suoi esperimenti in cambio dell’abbuono di tutti i loro debiti.
Quel signore veniva chiamato dai suoi sudditi Illë, che nel loro dialetto corrisponde al pronome “Lui”, e che sicuramente deriva dal latino classico ille (quello), a dimostrazione dell’origine antica della storia. Anche noi, d’ ora in poi, lo chiameremo Illë.
Illë prende quel corpo e lo porta nel suo laboratorio. Accortosi che la ragazza emetteva ancora un flebile respiro, la copre con morbidi e caldi panni, la nutre con concentrati di frutta, verdure, latte e miele. La ragazza lentamente riprende le sue forze e riacquista tutta la sua bellezza giovanile.
Illë resta stregato da quella agreste bellezza e la fa sua compagna di vita, senza però mai sposarla. Da detta unione nasce un bambino, che viene chiamato Benedetto e che, ma per mancanza di tempo da parte del suo papà, non viene mai consacrato all’Iddio secondo le credenze e le pratiche del tempo.
Il bambino passa tre o quattro anni in compagnia della sola madre nel grande castello vedendo il papà solo di sfuggita. Quando un giorno il bambino prende il ghiribizzo tipico dei ragazzi, ciò voler vedere il padre, si libera dalla vigilanza della madre e raggiunge il papà nel suo laboratorio.
Illë, sorpreso dalla presenza del figlio, decide di sospendere momentaneamente i suoi esperimenti e dedicarsi al bambino. Ma per far ciò si deve liberare dagli indumenti di lavoro e dai panni di scienziato. Nel frattempo il bambino gira per il laboratorio e, attratto da tutti quei lambicchi che fumano ed emanano lezzi di varie natura, ne tocca uno facendolo cadere e rompere. Spontaneamente il bimbo si china per raccogliere i cocci, ne respira i gas e muore all’istante.
Benedetto, che si era nutrito dei racconti della madre sui monaci tibetani e sulla capacità di questi ultimi di materializzarsi e rendersi invisibili dopo la morte, chiede all’Iddio di conferirgli tale capacità. Da quel momento il castello paterno è abitato in perpetuo da Benedetto sotto forma di monachicchio, che farà dispetti a tutti coloro che lo abiteranno e non si sono comportati bene con il prossimo, a cominciare proprio dal suo papà che lo aveva trascurato durante i suoi primi anni di vita.
Benedetto, quindi, nella leggenda si comporta proprio come viene indicato nella descrizione dell’antica cultura e della tradizione contadina lucana, assumendo l’immagine di folletto aereo (gnomo) e cioè di un piccolo monaco magico che fa vari dispetti al papà, per essere stato trascurato da lui durante la sua tenera vita, ma anche a tutti coloro che non si comportano bene sia con i bambini e sia con i grandi.
Tale leggenda vuole che proprio Illë nel suo laboratorio, a causa di un incidente, trova la morte e il monachicchio Benedetto non riesce a richiamare in tempo utile l’attenzione del papà affinché si salvasse.
Benedetto nel vedere il papà morto si dispera per non aver potuto salvarlo; decide così di diventare un monachicchio dispettoso per tutti coloro che abiteranno nei secoli quel maniero.
I suoi dispetti dopo la morte della madre divengono sempre più frequenti e noiosissimi da sopportare da parte degli abitanti del castello, tanto che quel maniero diventa famoso nel mondo per la presenza di detto monachicchio dispettoso.
Visto che nessuno voleva più  abitare in quel castello, esso viene venduto a un ricco americano studioso di fenomeni soprannaturali e di parapsicologia.
Il monachicchio al nuovo proprietario rende la permanenza in quel castello un inferno con mille dispetti, anche senza procurargli mali fisici. Pertanto lo studioso americano decide di smontare pietra per pietra l’intero maniero e portarlo in America per poterlo colà ricostruire.
Una volta che tutto il materiale che formava l’antico castello viene caricato e trasportato su di una grande nave, quando quest’ultima comincia a navigare gli uomini dell’equipaggio cominciano a vedere per pochi secondi un monachicchio aggirarsi su quelle macerie.
Tale presenza dopo qualche giorno viene riferita allo studioso americano, che corre a verificare e trova lo spiritello che si gongola con i suoi lambicchi da scienziato sulle pietre del castello.
A quella visione lo studioso chiede: “Tu cosa ci fai qui?”. E la risposta fu: “Scasèsë e scasèmë tüttë”, che tradotta in lingua significa: “Visto che vi trasferite mi trasferisco anch’io”.
Fu questa frase a creare le varie leggende del monachicchio lucano, che finiscono tutte alla stessa maniera. Ovviamente ne esistono varie versioni. Noi ne raccontiamo solo quattro e cioè: quella appena riportata del monachicchio scienziato, quella di un monachicchio parrucchiere, quella di un monachicchio letterato e quella di un monachicchio giullare.

 

FIOR DI LOTO E IL MONACHICCHIO PARRUCCHIERE


Muzio Scevola

Secondo racconto di Muzio Scevola, colobrarese, classe 1893
raccolto da Pietro Giovanni Lucarelli suo nipote


Benedetto
Monachicchio Parrucchiere
disegno di Paola Marenco

C’era una volta una bellissima figlia di re, di nome Fior di Loto, che aveva dei bellissimi e morbidissimi biondi capelli a boccoli, attorcigliati. Era però una ragazza capricciosa che, per ottenere sempre quello che voleva, si inventava di tutto diventando così una inarrivabile bugiarda.
Un giorno il re annuncia alla figlia che l’indomani voleva portarla con sé in una riunione di suoi pari, per fare sfoggio della sua bellezza ed anche per trovargli un buon partito e vederla sposata e madre di tanti figli maschi, al fine di assicurare al suo regno una lunga discendenza anche se da parte femminile.
Ma la ragazza, già segretamente promessa ad un suo principe ideale, durante la notte decide di recidere una buona parte dei suoi bei capelli d’oro a boccoli e attorcigliati, pendenti secondo l’usanza del tempo.
La mattina successiva Fior di Loto piangendo si presenta dal padre tutta triste ed afflitta. Il re per consolarla le chiede cosa era mai capitato di tanto triste da far piangere così la sua bambina. Lei, mostrando una ciocca di cappelli, dice: “Mentre dormivo il monachicchio mi ha tagliato i capelli ed ora non posso venire con te”. Il buon papà l’accarezza e la tranquillizza dicendo: “Non preoccuparti ci saranno altri incontri e tu verrai con me quando i tuoi bei capelli saranno cresciuti e saranno ancora più belli”.
La ragazza tutta contenta china il capo sul petto del suo papà, lo bacia e si ritira nelle sue stanze. Qui convoca subito la servitù e ordina di far chiamare l’acconciatore affinché riporti i suoi capelli in modo accettabile e ritornino splendenti come e più di prima. Detto fatto. L’acconciatore arriva portando con sé anche un ragazzo vestito da monaco con le forbici in mano.
Detto ragazzo, però, è visibile solo alla principessa, la quale chiede subito all’acconciatore cosa ci fa quel piccolo monaco con lui. Il povero parrucchiere, che nulla sa e non vede alcun piccolo monaco, rimane esterrefatto da quella domanda, così si rivolge ai presenti chiedendo a sua volta dove sia detto ragazzo. Tutti rispondono che non vi è alcun ragazzo nella stanza e quindi la ragazza non viene creduta. Ella per l’imbarazzo viene presa da una crisi isterica e scoppia in un pianto dirotto.
Appena ripresasi dalla crisi, ordina di fare allontanare subito dalle sue stanze il maestro parrucchiere con tutta l’incredula servitù, nella speranza di non vedere più quel piccolo uomo vestito da monaco.
Ma così non è. Rimasta sola nella stanza col monachicchio va ancor più in escandescenza e fa fatica a riaversi dalla crisi; preso poi coraggio si rivolge al piccolo uomo che fino a quel momento era rimasto assolutamente in silenzio e lo interroga dicendo: “Cosa vuoi da me piccolo mostriciattolo?”, Il monachicchio: “La mia natura è buona, ma divento dispettoso con chi mi accusa ingiustamente; tu hai fatto proprio questo, dicendo al tuo papà che ti avevo tagliato una ciocca di capelli; ora son qui per fartela pagare”.
La ragazza, stizzita più del solito, risponde: “Tu non potrai fare proprio niente alla mia persona, io invece potrò annientare la tua vita facendoti uccidere dalle guardie; come vedi, in questa reggia ci sono soldati dapperttutto oltre a tante e tali persone al mio seguito e posso benissimo comandare loro di tenerti lontano sia dalla Reggia che da me in un modo o nell’altro.
Suonò alto una risata, da parte del monachicchio. A tale risposta la principessa fa seguire una lunga scampanellata. Accorrono in fretta nella stanza i soldati al comando di un baldanzoso principe che esclama: “Comandi principessa”. Ed ella: “Butta nelle più profonde secrete questo monachiccio”. “Ma io vedo solo lei, graziosa maestà”. Fior di Loto, ancor più inviperita, si lancia contro detto monachicchio, ma non riesce a prenderlo per la sua agilità aerea. Dopo quello scatto resta ancor più scomposta e lacrimante e nessuno dei presenti, sia le guardie che gli ufficiali, vedono il monachicchio.
La principessa, accortasi che quei bifolchi sono della stessa pasta degli inservienti e che non valgono uno sputo, ordina loro di allontanarsi immediatamente dalla sua vista.
Mentre questi escono in tutta fretta, si scontrano con il re e lo travolgono.
La scorta del re interviene per sollevare sua maestà, il quale tutto malconcio chiede con stizza cosa sta succedendo nella sua Reggia.
Il comandante della scorta si porta davanti a sua maestà e dice: “La principessa Fior di Loto ha cacciato i servitori dalle sue stanze con veemenza e quindi questi ultimi per paura di essere imprigionati sono usciti fuori all’impazzata e lei maestà ne ha fatto le spese”.
Il re con una santa pazienza va da Fior di Loto a chiedere cosa sta succedendo alla sua figlia prediletta. Entra e la trova ancora piangendo. Il buon papà l’accarezza e gli chiede spiegazioni di tutto affinché possa punire i colpevoli che con le loro azioni hanno intristito il suo tesoro.
Fior di Loto comincia a raccontare la storia a modo suo. Il monachicchio, che è sempre là e visibile solo a lei, ascolta in silenzio,  contraddicendola continuamente con delle smorfie e facendole delle boccacce. Essa reagisce in maniera  scomposta. Il povero papà non capisce quello che sta succedendo alla propria figlia, visto che essa da un discorso passa all’altro e inoltre che parla con altre persone mentre è sola con lui in quella stanza. Le chiede quindi con chi stia dialogando oltre che con lui; essa stizzita più che mai dice: “Non lo vedi? E’ quel mostriciattolo di monaco che se la ride come un matto e contraddice il mio dire”.
Il re: “Io non vedo alcun monaco che ride”.
A questa affermazione la principessa si avvampa tutta in viso facendo fatica a calmarsi. Ci riesce ala fine solo facendo violenza a se stessa e chiede mentalmente al folletto cosa deve fare per essere lasciata in pace.
Il monachichhio le risponde, divertito: “Devi dire tutta la verità al tuo papà e, se lui ti perdona, ti perdonerò anche io, ma ti sorveglierò per il resto dei tuoi giorni.
Fior di Loto inghiotte l’amaro boccone e si rivolge al papà dicendo: “Perdonami padre, ti ho mentito raccontandoti una storia incompleta”. Il re: “Raccontamela allora per intero”. La ragazza racconta nuovamente tutta la storia senza omettere una virgola, ma il re non le crede. Allora la ragazza si rivolge nuovamente col pensiero al folletto chiedendogli di rendersi visibile anche al re affinché le possa credere.
Il monachicchio a sua volta chiede alla principessa di promettere di essere più docile con i suoi servitori, aprendo il suo animo anche agli altri, e di stimare il suo prossimo come se stessa. Solo allora e se avrà detto la verità la accontenterà.
La principessa, fattosi un profondo esame di coscienza, si riconosce colpevole di tanti soprusi fatti alla servitù ma anche ai sui cosiddetti pari. Poi si rivolge al monachicchio  e gli promette di essere una brava ragazza ed amica del prossimo.
Il monachicchio le crede e si materializza agli occhi del re. Poi con un gesto molto delicato toglie la corona dalla testa del padre e la depone accanto alla principessa, dicendo al re: “Tu sei un buon papà per i tuoi figli, ma non così ti comporti con i tuoi sudditi; perciò ti avverto che, se non cambierai totalmente il tuo modo di governare, ti renderò la vita difficile e farò regnare sul tuo trono Fior di Loto che, se pur capricciosa, ha un animo candido e sarà una brava regina per il tuo popolo.
Il re sbalordito da tali affermazioni tarda alcuni secondi nel dare la risposta. Poi si riprende e dice: “Non so tu chi sia ma, quello che dici si può fare perché io amo il mio popolo e desidero vederlo contento; ma vorrei conoscere i miei errori per potermi redimere agli occhi del buon Dio, a cui tu sicuramente sei fedele come ai suoi comandamenti”.
Il monachicchio risponde: “Finiscila di basta trattare i sudditi come li tratti tu.
Il re, stizzito per tali affermazioni, ordina a tutto il suo seguito di raccogliere tutto il necessario e trasferirsi nella reggia estiva.
Ma già durante il trasferimento il re vede il monachicchio tra le persone del suo seguito, gli va incontro e dice: “Tu cosa ci fai qui”. La risposta è: “Scasèsë e scasèmë tüttë”, che tradotta in lingua significa: “Visto che vi trasferite mi trasferisco anch’io”.
 A questo punto il monachicchio si leva il cappello, fa un inchino e sparisce.
Si conclude così la seconda storia…

 

IL PRINCIPE SAPIENTE E IL MONACHICCHIO LETTERATO

Muzio Scevola

Terzo racconto di Muzio Scevola, colobrarese, classe 1893
raccolto da Pietro Giovanni Lucarelli suo nipote


Benedetto
monachicchio letterato
disegno di Paola Marenco

C’era una volta un principe sapiente da cui tutti si recavano per ottenere buoni consigli e lui era ben lieto di poter ergersi a vero sapiente e pronto a tacciare di ottusità coloro che osavano contraddirlo.
Un bel giorno di primavera con i prati coperti di novelli fiori e di profumi inebrianti, il principe Iocchia, questo il nome del sapientone e signore del luogo, decide di tenere una lezione all’aperto ove tutti potessero intervenire e dire la loro.
Ordina ai suoi trombettieri di salire sulla torre più alta del castello e bandire ai quattro venti che il signore che tutto sa invita tutti a recarsi nel suo giardino intorno al pulpito, ove salirà e terrà una lezione sulla natura che ci circonda e che risponderà a tutte quelle persone che gli sottoporranno un loro quesito.
Detto fatto. I quattro, suonatori accompagnati da quattro banditori, salgono sulla torre, si predispongono ai quattro lati e lanciano il messaggio.
Cominciano quasi da subito ad affluire nel giardino persone di ogni ceto e cultura. Tra questi c’è anche un monachicchio con un foglio di carta in mano e che si sposta come un guizzo luminoso tra la gente e tutti lo ignorano, semplicemente perché non lo vedono.
Il principe esterrefatto per quella velocità lo tiene d’occhio dal suo loggione sin dal primo istante.
Passano alcune ore e le trombe tornano a suonare e i quattro banditori annunciano l’arrivo del principe Iocchia, astro luminoso del sapere.
Tutte le persone presenti lo applaudono vendendolo arrivare su di un trono dorato, portato a spalla da dodici poderosi uomini e seguito da un plotone di scorta.
Il trono viene portato su di un rialzo fatto a forma di piramide a base quadrata e su di ogni lato vi è una gradinata che porta su in cima del rialzo, eretto con marmi luccicanti.
Ivi il principe scende dal trono e comincia a descrivere la scena del creato che lo circonda, senza neppure degnarsi di un minimo cenno di saluto ai presenti. Atteggiandosi a un vero dio usa tutte le sue sottigliezze lessicali per imbrogliare la gente affinché nulla, o forse poco, possa capire.
Il monachicchio accortosi che il pubblico è stato chiamato solo per applaudire e per null’altro, si fa avanti e chiede al principe di poter esporre il suo quesito.
Il principe che lo teneva d’occhio lo guarda con occhi infuocati e dice: “Ho forse detto che potevi intervenire?” Il monachicchio, che proprio non accettava quella prepotenza, risponde: “Sì, hai pur pensato che costoro non aspettano altro che il tozzo di pane che forse gli darò senza fare attenzione alle mie parole”.
“Ah, dice il principe, tu credi di leggere nel mio pensiero!”
“No, signore, risponde il monachicchio, sta scritto su questo foglietto che gli è caduto durante la sua apparizione sulla loggia”.
Iocchia, irritato dal piccolo monaco, dice: “Non sono mie quelle parole; le mie sono ben più forti e tu, stronzetto, non puoi contraddirmi perché ti farò bruciare vivo.
Tutti i presenti sentono una risata “schirdilliendë”, ossia con voce stridula, alta e sonora, ma solo il principe può vedere come il monachicchio si contorce durante quell’appagante risata.
Il povero principe non sa che quel folletto era un bimbo morto ma che in vita aveva giurato a se stesso di fare dispetti ai prepotenti, ai bugiardi e a quanti abusano della bontà del prossimo. Perciò continua ad infierire contro di lui, fino a quando il monachicchio gli dice: “Tu sei un sacco di patate andate a male, e non servi neppure a concimare il terreno. Da ora in poi ti conviene essere molto ma molto modesto ed aiutare i tuoi sudditi, altrimenti ti renderò la vita difficile”.
Qui l’ira del principe non è più contenibile, tanto che ordina l’immediata esecuzione di condanna a morte di quello stronzetto di monaco che per la sua linguaccia non è cresciuto.
Il plotone interviene, ma al momento di mettere le mani sul folletto, che per l’occasione si era reso visibile a tutti, esso guizza da un capo all’altro del giardino proprio come lo aveva visto fare il principe dalla suo loggiato.
Quando i soldati cadono per terra senza fiato e forza a causa del continuo correre dietro agli spostamenti del monachiccio, il principe tuona con la sua possente voce: “Andate via tutti, non meritate di stare alla mia presenza”. La gente si allontana e nel giardino rimane il monachicchio, gli uomini del plotone stramazzati per terra, i portantini del principe, i trombettieri e i banditori.
Dopo aver riflettuto per un bel po’, il principe ordina di rientrare e di portarsi tutti nelle proprie stanze con la speranza che anche il monachicchio faccia lo stesso.
Era una segreta speranza che ciò avvenisse in modo che una volta dentro lui avrebbe azionato un dispositivo segreto e tutte le porte si sarebbero chiuse automaticamente e il monachicchio non sarebbe più sfuggito alla guardie.
Con grande soddisfazione del principe tutto va secondo il suo desiderio. Ma, una volta chiuse le porte, il folletto si diverte a tal punto da stancare quegli uomini con i suoi voli e dispettucci, fino a che tutti rimangono senza un filo di voce e di forza.
Rimasti solo loro due, cioè il principe che dal trono si guarda lo spettacolo e lo stesso monachicchio, quest’ultimo dice: “Eccoci tu ed io, ora potrei infastidire solo te, ma non lo farò se tu ti trasformerai in un vero benefattore e restituirai tutto il maltolto ai tuoi sudditi e nel futuro ti comporterai da vero gentiluomo quale dici di essere”.
“Staremo a vedere”, risponde il principe, alzandosi dal suo seggio per andare a passeggiare nel giardino, annusando di tanto in tanto i profumatissimi boccioli di rose, tenendo le mani dietro la schiena e sogghignando convinto che nulla possa accadere alla sua persona. Ma ecco che un lungo e ben spinoso ramo di rosa lo colpisce su di una mano facendola sanguinare. Le imprecazioni del principe sono immediate e violente all’indirizzo del Creatore.
Il monachicchio subito si materializza e dice: “Ah, ah, ah! Allora qualcuno più grande di te esiste e tu lo riconosci, altrimenti non staresti qui ad imprecare”.
“Ma che più grande di me! È colpa del giardiniere che non ha tagliato per tempo questo ramo. Ma perché poi io lo devo spiegare a te che sei una perfetta nullità?”.
Preso dall’ira il principe recide una rosa dal lungo stelo e giocherellandoci si avvia a rientrare. Il monachiccio lo segue e dice: “Fai attenzione con quella rosa che ti potrebbe far male e poi magari dai la colpa a me”. “Ah ah ah!”, risponde il principe. Ma ecco che una forte folata di vento piega il ramoscello di rosa che gli colpisce l’occhio facendolo piangere. Il monachicchio esclama. “Ma che lacrimoni che vedo scorrere sul viso di questo grande uomo!”.
Iocchia senza rispondere corre a sdraiarsi sul letto come un bambino che fa capricci.
Passa il tempo, l’occhio non piange più e il principe ricomincia a escogitare come liberarsi di quel fastidioso stronzetto. Ma non trova alcuna soluzione e decide così di dormirci su: chissà se l’indomani possa trovare la giusta soluzione.
Va con questo proponimento a coricarsi. Ma durante la notte qualcuno veglia il suo sonno e improvvisandosi un perfetto suonatore di trombe lo sveglia già al primo sonno.
Il principe sguaina la sua lunga spada e lo rincorre per tutte le stanze del castello. Ma, quando giungono davanti alle secrete  del carcere, il monachiccio salta sulla sua spada,  gli scivola sulla mano e gli fa “chiri chiri”.
Il principe si butta per terra e dice: “Smettiamola una buona volta, anche perché io non ti ho fatto alcun male!”.
“Sì”, risponde il monachicchio, “in parte hai proprio ragione… A me no, ma a tanti poveri figli di Dio hai arrecato tanto male e se non rimedierai provvederò io a fartela pagare. Ora vai a dormire, non ti disturberò per tutta la notte”.
Il principe fa un gran respiro e va a dormire.
Appena il sole bussa alla sua finestra, il monachicchio gli fa “chiri chiri” sotto i piedi. Il principe si sveglia più stanco del giorno prima e sbadigliando dice: “Vedo che sei di parola, hai cominciato di buon ora”.
“Sì è vero”, dice il folletto volando sul letto come una libellula.
Il principe incuriosito gli chiede cosa voglia significare con quei suoi voli incrociati sul suo letto. “Voglio assicurarmi che tutte le volte che ti coricherai su questo letto tornino nella tua mente tutti i tuoi misfatti”, risponde il monachicchio.
“E già, dice il principe, come se questa notte non fossi stato torturato abbastanza”. “No principe”, dice il monachicchio”, quei tormenti provenivano dalla tua coscienza, invece quelli che ti manderò io saranno dolori che sentirai nella tua carne”. Si leva il cappellino, fa un profondo inchino e sparisce.
Il principe non raccoglie più idee e nulla lo fa calmare chiedendosi da dove proviene quel torturatore d’animo.
Passano dei giorni e il principe, ormai dimenticatosi dei giorni trascorsi, si prepara ad intervenire ad una festa di suoi pari. Vi giunge come al solito con i portantini e una ben nutrita scorta. La festa comincia con il saluto del padrone di casa accompagnato da sua figlia tutta ingioiellata e coperta dal velo delle Grazie, che incarnavano la bellezza suprema.
Iocchia, abbagliato da tanta bellezza, si porta davanti alla fanciulla per prostrarsi ai suoi piedi. Nel frattempo il monachicchio tira il tappeto guida e il principe stramazza a terra come un’oca starnazzante, facendo ridere di gusto i presenti, tra cui vede il monachicchio che gli fa (?) manina.
“Questo è troppo per me, questi luoghi non mi vedranno più”, esclama  tutto arrabbiato.
Torna di gran carriera al suo maniero, raccoglie i suoi rotoli e ordina di partire per la montagna, ove ancora posa una grossa coltre di neve. Spera che questa faccia desistere quell’indesiderato mostriciattolo. Ma appena arrivato al castello di montagna trova tutto raggiante il monachicchio che gli dà il benvenuto. Corre per tutto il corpo del principe quel furore velenoso che scorre dai denti aguzzi dei serpenti più velenosi.
Aprendo la bocca come per volerlo divorare, dice: “Cosa ci fai tu qui?” La risposta fu: “Scasèsë e scasemë tüttë”, che tradotta in lingua significa:“Visto che vi siete trasferite mi trasferisco anch’io”.
Finisce così il terzo racconto.   

 

IL RE, I BAMBINI E IL MONACHICCHIO GIULLARE

Muzio Scevola

Quarto racconto di Muzio Scevola, colobrarese, classe 1893,

raccolto da Pietro Giovanni Lucarelli, suo nipote


Benedetto monachicchio giullare
disegno di Paola Marenco

C’era una volta un vecchio re che amava molto i bambini ed essendo non sposato decise di raccogliere tutti quei bimbi rimasti orfani e senza parenti.
Trasformò la sua reggia in un vero orfanotrofio, come diremmo oggi, per accogliere i bambini del suo regno ma anche quelli che giungevano presso la sua corte a qualunque scopo e con qualsiasi problema.
Faceva seguire la crescita dei bambini da veri esperti con il compito di addestrarli nel governo del regn. Essi erano educati a farsi carico del prossimo e a vigilare sul regno stesso, che chiameremo dell’allegria.
Il vecchio re aveva fatto di questa sua attività benefica lo scopo della sua vita affinché riuscisse a realizzare un regno ove la tristezza e la guerra non si palesassero mai ma regnasse sempre la felicità e l’allegria.
Un giorno, però, una pattuglia di giovani orfani durante l’espletamento del compito a loro assegnato, cioè quello di vigilare sulla sicurezza delle strade e sulla serenità dei sudditi, assistette ad un rogo ove un’intera famiglia venne arsa, tranne un bambino di pochi anni rimasto illeso perché si trovava a giocare in giardino con dei cuccioli di cagna.
Raccolto dai giovani orfani, fu portato alla reggia ove rimase fermo ed in silenzio. Il vecchio re, appena lo vide, lo prese in braccio per lenirgli lo spavento e il dolore che si era impetrato nel suo cuoricino. Il bimbo si strinse al collo del re con le sue braccine non mollandolo più.
A nulla valse però l’attenzione e l’affetto del sovrano; il piccolo rimase triste e le palpebre spalancate ben esprimevano l’interiore terrore che albergava in lui.
Dopo giorni e giorni di quella stretta al collo il re chiese aiuto a tutti i giullari delle corti dei suoi pari, affinché qualcuno di loro riuscisse a distrarre quella creatura e a farla ritornare a vivere, visto che si era avvinghiato al collo del re e non lo lasciava. Anche il vecchio lo stringeva forte tra le sue braccia ..
Ogni giullare presentò a quel sovrano e ai suoi bimbi il proprio numero su di un vero palcoscenico creato per quella occasione. Forse fu così che nacque il teatro, visto che per quelle macchiette fu creato un apposito locale.
Ridevano tutti, ma non Gioia di Re. Così fu chiamato quel bambino sin dal momento che venne consegnato al vecchio monarca.
Il re col bimbo tra le braccia si recò nel tempio ove venerava il buon Iddio del suo credo. Là si mise a pregare affinché quel bimbo riacquistasse la spensieratezza tipica dei bimbi e chiese a Dio che mandasse un giullare a cui il bimbo si affezionasse e perciò riprendesse a vivere serenamente.
Passarono pochi minuti e un piccolo monaco con un sacco nella mano sinistra si presentò davanti al re e prese ad accarezzare il bimbo con la mano destra. Poi si rivolse al re e disse: “Maestà, se permette, vorrei prendere il bimbo tra le mie braccia”.
Il re si piegò fino all’altezza del piccolo monaco e acconsentì alla sua richiesta. Ma Gioia di Re restò saldamente abbracciato al petto del suo protettore. Il monachicchio, però, gli si pose davanti agli occhi e tirò fuori dal suo sacco un cucciolo di cane che chiama Ioiò. Il bimbo sentendo quel nome sorrise, staccò le braccine dal collo del re, prese il cucciolo e lo portò sul suo petto, proprio come faceva la sua mamma.. Era appunto quello il modo di fare della sua mamma, quando chiamava Ioiò e lo prendeva tra le sue braccia.
È così che Gioia di Re staccò le braccia dal collo del re e guardò quel piccolo monaco giullare che tirò fuori  da quel piccolo sacco tanti altri giochi perché si distraesse. Finì così che il piccolo si interessasse solo a lui. Il monachicchio in tal modo divenne giullare ed intrattenitore di bimbi rimasti soli e tristi al mondo, proprio come lui. Infatti egli era un orfanello “ermo e solo”, in quanto recentemente gli era morta la mamma e qualche anno prima aveva perduto il padre. Restò a giocare con quei ragazzi per molti anni.
Il regno progredì enormemente sotto la guida di quel venerando re, ma arrivò il momento del suo trapasso. Prima di spirare, però, il re chiamò Gioia di Re e il suo seguito e lo nominò suo erede e regnante con l’affido appunto immediato del regno: facendogli promettere che mai e poi mai smettesse di accogliere i bimbi rimasti orfani.
“Se ciò avvenisse, continuò a dire il re, questo regno verrebbe sconvolto e soppresso”. Gioia di Re chinò il capo e la corona reale passò dal capo del moribondo a lui.
La cosa non piacque ai più anziani che gestivano il regno e che avevano lavorato duramente per concretizzare la crescita del regno secondo i desideri del vecchio; per questi motivi cominciarono le diatribe e i contrasti che diventarono ogni giorno più insidiosi per le decisioni del nuovo re. Presto le rappresaglie si trasformarono in disobbedienza aperta con vere rivolte che portarono inevitabilmente alla guerra civile.
Per Gioia di Re e per il suo amico monachicchio i soprusi furono tanti e tali che non riusciva più a guidare il regno con la sua linea creativa. Si giunse pertanto alla detronizzazione di Gioia di Re che venne imprigionato da un anziano prepotente e guerrafondaio, il quale in breve tempo fece smantellare il centro di raccolta degli orfanelli, mandandoli a lavorare nei campi senza riguardo alcuno.
A questo punto il monachicchio abbandonò la sua veste di giullare e si trasformò in folletto dispettoso. Cominciò così a fare dispetti all’usurpatore, fino al punto che lo costrinse a cambiare reggia e portarsi in quella di un suo amico che in cambio di protezione pretese di assorbire quel regno nel suo.
Quando l’usurpatore si presentò dall’amico con tutto il suo staff, si mise a presentare i suoi amici più fidati uno per uno, fino all’ultimo che risultò essere il monachicchio. Nel vederlo emise un salto all’indietro e disse: “Tu cosa ci fai qui?”. E  la risposta fu: “Scasesë e scasemë tüttë”, che tradotta in lingua significa: “Visto che ti sei trasferito mi trasferisco anch’io.
Il re intervenne e disse: “Amico mio, non preoccuparti, a corte ci sono tanti maghi e stregoni che questo pollastro se lo mangiano in un boccone.
Il re si girò verso il trono, fece un gesto al suo suonatore di gong tenendo il dito medio accavallato sull’indice chiudendo gli altri tre. Il suonatore immediatamente diede un colpo al grande disco e un suono cupo si propagò per tutto il castello.
Dopo qualche istante si presentarono degli uomini stranamente vestiti, che si predisposero su di una linea retta davanti al re e lo salutarono con un profondo inchino dicendo: “Comandaci, maestà”. Ed  esso: “Esigo che mi annulliate quel piccolo monaco affinché mai più potrà dar fastidio ai miei ospiti”.
Il più giovane dei maghi presenti si fece  avanti e disse: “Maestà, lasciate che sia io a liberare la sua reggia da questa misera pulce, senza incomodare i miei grandi maestri”. “Accomodati pure” rispose il re. Il giovane fece un passo avanti, si girò su se stesso e disse: “Maestà, è sparito prima ancora che lo vedessi”. “Ma come, disse il re, ti ha appena tolto le stringhe dalle scarpe e tu dici che è sparito?”  Il giovane si guardò le scarpe, s’imbufalì e disse: “Non posso combattere chi si nasconde ai miei occhi”.
“Bene, disse un altro mago, il tuo tempo è scaduto, ora tocca a me”. Si fece avanti, si tolse il cappello e da esso estrasse un barattolino. Lo aprì e prelevò con tre dita  una polverina incolore che gettò in aria.
Gli astanti seguono i suoi gesti ed attendono il suo dire. Dopo qualche istante pronuncia la seguente frase: “Polveri, polveri delle mie brame, colorate il malfattore del reame”. All’istante lui stesso diventò color d’oro, mentre il monachicchio se la rideva facendo girotondo sulla testa del mago.
I presenti si sbellicavano dalle risate e il povero mago diventò “verde” dal veleno che si auto produceva nel suo intimo. Voleva sprofondare sotto terra dalla vergogna.
A questo punto intervenne uno strano individuo vestito di pelli, penne, corni, zanne di animali preistorici e tanti altri oggetti ancora. Il viso era “pittato” di rosso e blu, in mano portava una mazza, alla cui estremità era legata una fiaschetta d’incenso. Affiancando il mago che si teneva ancora il viso tra le mani, gli disse: “Vai vai, questo è compito mio, tu non puoi avere la sua agilità”.
Il mago si fece da parte e sparì dalla scena.
Era dunque il momento di uno stregone, che  incominciò con le sue cantilene ed invocazioni di spiriti per bloccare il folletto ed indurlo a lasciare definitivamente quella reggia.
Il monachicchio, però, durante le operazioni dello stregone si divertiva a sottrargli questo o quell’oggetto che faceva parte del vestiario. Più oggetti toglieva e più lo stregone continuava imperterrito la sua azione.
La gente si rotolava per terra dalle risate e lo stesso re si divertiva nel vedere tanta incompetenza dimostrata fino a quel momento da parte degli intervenuti. Poi si alzò e con voce tonda e sicura disse: “Basta! Se tra di voi c’è qualcuno che sappia spiegarmi queste cose, si faccia avanti, altrimenti resti al suo posto perché se non ci convince lo farò uccidere”.
Si fece avanti “tomo tomo” un vecchio “sconto” (?) tutto sbilenco e malandato. Parlava piano piano e con una voce che sembrava provenire dalle più profonde visceri della terra. Giunto vicino al trono del re, si fermò ed attese una risposta. Il re gli disse: “Ripeti tutto, non ti ho sentito”. E il vecchio con un sottile filo di voce disse: “A nulla vale la tua potenza, anche se gestita con la più grande cattiveria mai conosciuta contro questo monachicchio, perché esso è già morto e i morti non si possono uccidere due volte”.
Finisce così il quarto racconto.

 

ANNOTAZIONI

C’erano una volta i cantastorie, che quando non c’era la televisione e, prima ancora, quando non c’erano le sale cinematografiche, allietavano le sere, soprattutto quelle fredde e buie d’inverno, delle famiglie e del vicinato dei nostri paesi lucani  pugliesi e calabresi. Uno di questi, nato negli ultimi anni dell’ottocento, allietò per molti anni le serate di tanta gente colobrarese. Si chiamava Muzio Scevola. Non era questo un soprannome, era il suo nome vero. Si interessò di leggende popolari, quelle che nella tradizione folklorica venivano chiamate “storie”. Storie di Santi e di diavoli, di frati beoni e preti “spogliati”, di fate e masciari, di incantesimi e di fatture a morte. Storie di fantasmi e malombre, di lupi mannari  e di spiriti maligni, di scazzarielli e monachicchi. Di questi ultimi si interessò in maniera particolare il nostro Scevola. O probabilmente dalle storie di questi ultimi, e cioè dei monachicchi, fu particolarmente colpito la fantasia del giovane nipote Pietro Lucarelli, che come un neo-evangelista, ha raccolto il verbo dello zio e lo vuole partecipare agli studiosi e agli appassionati simpatizzanti delle tradizioni popolari dei nostri giorni e degli anni a venire.
Dei monachicchi, folletti giulivi e saltellanti, e dei loro scherzi e dei dispetti perpetrati ai poveri mortali, si possono raccogliere tante storie in tutte le contrade della Lucania e, più in generale, del Meridione. Di esso si interessò Carlo Levi, che nel capitolo XIV del suo notissimo “Cristo si è fermato ad Eboli” scrive: “I monachicchi sono esseri piccolissimi, allegri, aerei, corrono veloci qua e là, e il loro maggior piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dei letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d’aria e fanno volare le carte, nascondono gli oggetti nei luoghi più impensati, danno pizzicotti, tirano i capelli, pungono e fischiano come zanzare. Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l’aspetto di un gioco, e, per quanto fastidiosi, non ne nasce mai nulla di grave”.
E proprio quest’aspetto di giullari giocherelloni e bonaccioni dei monachicchi viene messo in evidenza nei quattro racconti trascritti da Pietro Lucarelli. Anzi dirò di più. In essi si evidenza un messaggio positivo e altamente formativo  per i nostri ragazzi e i nostri giovani. Vengono biasimati i vizi più ricorrenti dell’umanità ed esaltate le virtù e i buoni sentimenti. Viene ripreso il signore scienziato del primo racconto per la indifferenza e trascuratezza dimostrate nei confronti della sua compagna di vita e di suo figlio e viene invece esaltato l’amore per la sincerità e la verità nella storiella di Fior di Loto che viene rimproverata dal monachicchio per aver fatto ricorso alla bugia quando si taglia le trecce per non  partecipare ad un festino e poi dice al padre che gliele ha tagliato il monachicchio. Viene infine messa in ridicolo la boria  del re sapiente del terzo racconto che si ritiene di essere al di sopra di tutti e viene invece esaltato l’amore per i bimbi del re del quarto racconto.
Da dove provengono questi racconti? Dalla pura fantasia del signor Muzio Scevola? Parte sì. Ma tanta altra parte dalla tradizione popolare che, come afferma Lucarelli nell’introduzione, sa molto d’antico e d’orientale. Certo è stato bravo Muzio Scevola a rielaborare e ad adattare il contenuto del racconto tradizionale alle situazioni del suo tempo e all’insegnamento che voleva impartire, soprattutto ai fanciulli. Un po’ come faceva mio padre, anch’egli narratore di storielle del secondo dopoguerra nelle contrade di Accettura in Lucania, che rielaborava ed adattava così bene i contenuti dei racconti tramandati dalla tradizione o appresi dalle antologie scolastiche fino al punto da indicare il sito esatto del maniero dell’orco identificato in un vecchio palazzo padronale di borgo o addirittura additare agli ascoltatori la casa di Biancaneve identificata in un masseria ai margini di un bosco.
Il linguaggio dei racconti è semplice, lineare, con larga prevalenza della coordinazione sulla subordinazione nella composizione dei periodo, proprio come il linguaggio degli antichi aedi greci e romani. E questo  va a merito di Pietro Lucarelli che ha trascritto i quattro racconti dello zio.
 
LUIGI VOLPE
Nativo di Accettura, studioso di tradizioni popolari. Ha pubblicato una raccolta di poesie intitolata Sacra Terra (Il libro, Ragusa 1998), due saggi di tradizioni popolari: uno intitolato Cristo oltre Eboli – Religione e magia in Basilicata e nel Meridione d’Italia (Besa, Nardò 2004), l’altro La civiltà contadina (Adda, Bari, 2007), e recentemente un romanzo intitolato La casa del sud (Adda, Bari 2009).

Biografia di Muzio Scevola

Nel 1893, veniva al mondo un bimbo di sesso maschile e subito abbandonato alla ruota pubblica di Piazza Garibaldi in Colobraro. La responsabile della ruota lo presentò al Segretario Comunale Giuseppe Gulfo, delegato dell’Ufficio Anagrafe, il quale a sua volta, lo fece visitare dalla levatrice comunale che lo dichiarò sano fisicamente.
I due funzionari del comune presentarono il neonato al Sindaco pro tempore Francesco Tripani, per la dovuta registrazione e la scelta del nome. Le due operazioni presero il via annotando la data di nascita del neonato il giorno 10  aprile dello stesso anno (1893) e l’attribuzione del nome di “Muzio Antonio Scevola”.
Da questo momento Muzio crebbe presso una nutrice dal soprannome “ ‘a Surd” e il bimbo venne chiamato col secondo nome di “Antonio da’ Surd” in riferimento alla mancanza del dono dell’udito della donna che lo allattò.
Raggiunto la maggiore età il giovane prese moglie  il 26 settembre 1915 sposando, in  Colobraro, Maria Domenica Modarelli figlia di Giuseppe e di Marsico Rachele.
Da detto matrimonio nacquero quattro figli: due maschi, (Vincenzo e Rocco) e due femmine (Maria e Eleonora) che portarono il cognome di Scevola.
La vita di Muzio si contraddistinse dal duro lavoro svolto nei campi e dalla mansione di buon custode di mandrie bovine ed anche di ottimo ebanista; intagliava e scolpiva, infatti, oggetti della civiltà contadina e busti di personaggi del suo tempo, realizzò attrezzi lignei prevalentemente di quercia, come aratri per dissodare il terreno, e oggettistiche varie.
Aveva una ottima memoria, tanto che gli bastarono i soli primi due anni di scuola dell’obbligo per autoacculturarsi, e curò il suo dire esclusivamente con un attento ascolto a quello altrui; ne sono testimonianza i racconti da noi pubblicati ed altri conservati dai propri figli e nipoti.
Muzio  si spense a Policoro il 22 gennaio 1977 all’ età di 84 anni.

 

 

 
     
 
Per suggerimenti e critiche: pietrolucarelli@gmail.com
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